martedì 5 agosto 2008

Les Biches (Le cerbiatte) - C. Chabrol (1968)

Insolito triangolo amoroso che si svolge fra Parigi e Saint Tropez, fra una ricca, annoiata proprietaria di uno Yacht club sulla Riviera (Frédérique), una squattrinata pittrice da strada (Why) specializzata nel dipingere cerbiatte (biches, in francese) ed un insipido ma bell'architetto (Paul).
Di insolito e degno di nota non c'è tanto il rapporto a tre, quanto il fatto che in esso (o meglio, sopratutto nel rapporto fra le due donne, Frèdèrique e Why, vere ed uniche protagoniste del film) si rispecchiano continuamente i rispettivi ruoli sociali e si riproducono – per quanto "addolcite" dal clima amoroso e dall'attrazione fisica – le dinamiche di oppressione, sfruttamento, accettazione passiva della propria situazione di inferiorità.
Se Frédérique, tuttavia, mantiene il suo superbo distacco e la sua altezzosità indifferente sino alla fine, il ruolo di Why, al contrario, si sviluppa nel corso della storia, e quella che sembrava una timida ed ingenua cortigiana, costretta a "servire" la sua padrona e ad accettare persino che quella le soffiasse sotto il naso l'uomo con il quale aveva iniziato una relazione, muta con decisione (anche se non con lucida presa di coscienza).
I suoi sentimenti ingenui ed i suoi comportamenti arrendevoli ("Why, tesoro, portami una birra", "Why, tesoro, cambia musica", etc..) cominciano lentamente – ma sempre più apertamente – a tramutarsi in invidia ed aspirazione a prendere il posto di Frédérique nella scala gerarchica e nella conseguente detenzione del potere.
Why comincia allora ad indossare i vestiti di Frédérique, a truccarsi come lei, fino ad arrivare all'epilogo drammatico ed alla vera e propria sostituzione fisica.





Frédérique amava circondarsi di una corte di valletti e buffoni che le allietavano l'altrimenti noioso inverno di Saint Tropez e che lei ricompensava con serate divertenti, champagne, denaro a fiumi. Why era solo un personaggio strambo in più, all'interno di questa compagnia di stupidi ricconi debosciati, che giocavano a fare la rivoluzione con le parole? O forse era qualcosa di più?
È molto difficile a dirsi, perchè i sentimenti di Frédérique non sono mai chiari, verso nessuno. Non sappiamo neanche se ne abbia.
Probabilmente, le persone sono solo un gioco per lei, delle simpatiche macchiette di cui disfarsi appena non se ne senta più il bisogno, oppure contrastino con i suoi piani.
Frédérique è un personaggio viscido, che lascia una scia di morbosità ovunque passa. Paul se ne accorge, pare anche irritarsi in certi momenti, ma è un debole e non riesce a sottrarsi al terribile gioco.
Why, invece, col suo nome che pare una domanda destinata a cadere nel vuoto, la rivoluzione violenta – tanto osannata dai libretti che amano leggere i vassalli della corte di Frédérique – la fa per davvero, con i fatti e non a parole.
Ma, trasportando su piano generale la vicenda privata, Why non si ribella per presa di coscienza dell'ingiustizia di questa situazione di squilibrio fra le parti, ma lo fa per follia, forse per invidia, certamente per brama di potere (qui rappresentato magnificamente dal potere sessuale, quello di decidere del corpo altrui: splendida la scena di Why lasciata fuori dalla porta della camera da letto a mangiarsi le dita).

Non c'è senso di giustizia in questo film di Chabrol, non c'è aspirazione a rapporti interpersonali paritari. Why è una povera pittice da strada che aspira solo a diventare la copia mal riuscita di una tristissima (ma ricchissima e dunque potentissima) donna borghese.
Why?

giovedì 31 luglio 2008

Rassegna Kubrick (21 luglio - 1 agosto 2008)


Dal 21 luglio al 1 agosto 2008 il Comune di Bologna ha proposto sul maxischermo di Piazza Maggiore una rassegna integrale dedicata al regista statunitense scomparso nel 1999. Tutte le proiezioni erano gratuite.




Per questo, dunque, voto 10 al Comune di Bologna.



Di seguito, alcuni accenni limitati ai primi tre lavori di Kubrick.











Killer's kiss (1955)



Il bacio dell'assassino




Kubrick ha appena 27 anni quando realizza - nel senso di: scrive, fotografa, dirige (in pochi giorni), monta (in dieci mesi!) – questo suo piccolo (appena 67 minuti), ma ben riuscito lavoro.







A colpire - a più di cinquant'anni di distanza - non è tanto la trama, basata su un intreccio tutto sommato banale, equivoci, contrapposizione buoni-cattivi, lieto fine, quanto la forma, decisamente più all'avanguardia del contenuto.

Alcune scene, per come sono girate, "parlano" molto più dei dialoghi: il primo incontro fra il pugile (Davy) e la ragazza (Gloria), il breve tratto di strada percorso assieme e poi la separazione. Gloria incorniciata nello specchio mentre Davy parla al telefono dopo la sconfitta che ha forse chiuso la sua carriera. La corsa di Davy sul tetto alla vana ricerca di un rifugio e la successiva lotta fra i manichini, con esito drammatico. L'arrivo di Gloria alla stazione, a riempire quello spazio vuoto che aveva accompagnato il triste pugile durante tutto il flash-back.

Voto: 6.5/10








The Killing (1956)



Rapina a mano armata


Appena dell'anno successivo, The Killing ("Rapina a mano armata") appare già di un livello decisamente superiore. Una banda di normali "onesti" cittadini – ognuno con un diverso motivo per rubare – compie un audace e complicato furto all'ippodromo, impadronendosi di due milioni di dollari. Purtroppo, un componente della banda (il cassiere dell'ippodromo) si rivela fin da subito inadeguato e, a causa della sua inettitudine e della sua incapacità di tenere a freno la lingua con l'avida moglie, il colpo – comunque riuscito – si trasforma in una tragica mattanza al momento della spartizione del bottino.

Kubrick sceglie qui di raccontare la storia dal rispettivo punto di vista di ogni appartenente alla banda. Lo fa con lunghi piani sequenza ed un montaggio a ritmo molto meno serrato rispetto al precedente Killer's kiss. A volte, proprio per la scelta di raccontare l'avvicinarsi del colpo da tutti i punti di vista, rischia anche di essere un po' didascalico. Tuttavia, la trama è appassionante, i dialoghi assolutamente brillanti (meravigliose le stoccate di Sherry, l'avida moglie del cassiere, indirizzate al marito) e la critica a certi vizi delle società "ricche" comincia a farsi sentire.

Con The killing, Kubrick, a soli 28 anni, è uno dei registi americani più affermati.

Voto: 7.5/10







Paths of Glory (1957)
Orizzonti di gloria


Con "Paths of Glory", Kubrick (30 anni prima di Full Metal Jacket) si immerge nel melmoso mare del militarismo, ci mostra splendidamente la sua assurdità, ed ottusità e se ne ritrae salvando perlomeno gli uomini. I fatti sono realmente accaduti: durante la prima guerra mondiale, dopo due anni di estenuanti battaglie di trincea, dal comando francese arriva l'ordine di prendere il decisivo "formicaio", postazione strategica e saldamente in mano ai tedeschi. L'attacco fallisce miseramente ed i capi, per "alzare il morale delle truppe" (sic!), oltre che per riaffermare la propria autorità e dare una punizione esemplare, decidono di fucilare 3 soldati, scelti a caso fra i sopravvissuti all'attacco.
È molto più che un film di guerra: è un film sulla società (e sulla sua stratificazione sociale), che prende a pretesto e a modello (negativo) il mondo militare, perfetto allo scopo con la sua ripetizione stupida di formule, la negazione dell'intelligenza, la necessità di una cieca obbedienza ai superiori, l'osservanza di regole che negano l'individualità,...in poche parole: un sistema che crea un insieme di regole e comandi per conservarsi vivo ed immutabile nella sua gerarchia, facendo leva sulla paura e sull'oppressione per garantirsi il necessario rispetto. Ammantandosi al tempo stesso di un contorno di parole come giustizia, onore, sacralità, famiglia. Meravigliosa la sequenza del generale che passa in rassegna le truppe – accompagnato da una pomposa marcetta che ne sottolinea, ridicolizzandolo, l'andamento fiero ma pronto a chinare paurosamente il capo ad ogni scoppio di bomba – e si ferma davanti ad alcuni soldati (sfiancati, demoralizzati, distrutti), ripetendo banalità del tipo "Pronto ad ammazzare altri tedeschi? Tua moglie sarà orgogliosa di te".
Bello il contrasto fra i movimenti rigidi, le divise eleganti, le frasi formali, i pranzi e le feste mondane di chi sta al vertice della piramide e le immagini di chi sta "in basso", in trincea, che striscia, inciampa, si ubriaca, in definitiva muore in vari modi.

Voto: 9/10

lunedì 28 luglio 2008

Samba Traoré - I. Ouédraogo (1992)

Samba Traoré è un giovane abitante di un villaggio africano che, trasferitosi in città per lavorare, commette una rapina in una stazione di servizio con conseguenze drammatiche, riuscendo tuttavia a mettersi in salvo con una valigetta piena di soldi. Tornato al proprio villaggio, è accolto con grandi feste da amici e genitori.
Pur cercando in ogni modo di dimenticare l'origine della sua fortuna (tanto da andare su tutte le furie quando qualcuno osa domandarglielo), Samba certo non si trattiene dallo spendere cifre folli, per acquistare bestiame per il villaggio e far costruire un bar da gestire assieme all'amico d'infanzia Salif.
Fra i sospetti – e talora l'invidia – dei compaesani, che non si capacitano di quanto sia riuscito a guadagnare lavorando in città, Samba si innamora di Saratou, la bella del villaggio, e la sposa. Quella che potrebbe essere una felice storia familiare si disintegra quando Saratou resta incinta: Samba (ancora ricercato) si rifiuta di accompagnarla in città per partorire, e suo padre, scoperta l'origine sporca della sua ricchezza, dà fuoco alla casa del figlio. L'arrivo della polizia al villaggio e l'arresto di Samba chiudono il film e con esso il cerchio che dall'errore - grave - porta necessariamente, dopo una rapida ascesa ed un'ancor più ripida discesa, alla giusta punizione (almeno nei film....).
E' tutto incentrato sul personaggio principale, questo lungometraggio del burkinabé Ouédraogo, premiato a Cannes nel 1990 per Tilai ed autore di spicco nell'odierna cinematografia africana.
Nonostante il reato e le menzogne, Samba è un personaggio positivo, solare. Il suo furto, per quanto spregevole, non è finalizzato ad un egoistico arricchimento.
Al contrario, Samba spende con generosità per migliorare la condizione di vita del suo villaggio e della sua famiglia, oppure per assecondare un sogno da ragazzini, cullato assieme all'amico più caro. Proprio per questo, Samba Traoré ci ricorda l'estrema difficoltà di migliorare la propria condizione di vita per chi è privo di mezzi ed il costante scontro fra tentazioni di benessere e regole della pacifica convivenza. La vendetta e la punizione non tardano ad arrivare, neanche quando l'autore dello sbaglio (pur non essendo un Robin Hood!) ha buone intenzioni.
I protagonisti di questo racconto sembrano accettarlo: Samba deve pagare, ma il finale – sopratutto se paragonato alle scene del primo sgretolarsi della felicità – è decisamente lieve e sereno: Saratou promette che aspetterà la fine della pena, i suoi amici saranno pronti a riabbracciarlo.
Film dalla trama semplice e lineare, regia più complicata, piena di piani-sequenza, con buie scene notturne o luminosissime inquadrature quasi accecate dal sole africano. È come se Ouédraogo volesse dirci che anche le regole più semplici (chi sbaglia paga) possono esserlo molto meno, se osservate attraverso altri canoni. Conseguentemente, la morale è decisamente meno chiara rispetto ad altri film africani. Film maturo.

mercoledì 23 luglio 2008

Faraw! Une mère des sables - A. Ascofaré (1997)

Raro esempio arrivato in Italia di film maliano, questo di Ascofaré è tuttavia soprattutto un film sul deserto e sulla sua immensità, sui suoi abitanti e le loro quotidiane fatiche, sui cosiddetti "aiuti" occidentali e le loro ripercussioni talvolta traumatiche.
Zamiatou è madre di una bella giovane e di due piccoli maschi pestiferi. Da sola, deve accudire il marito (infermo fisicamente e mentalmente dopo essere stato rinchiuso in prigione), allevare i figli (badando che non si ammazzino, nel frattempo), preservare l'integrità della figlia. Tutto questo senza un soldo, dal momento che la pensione per suo marito, più volte promessa, non è mai stata versata.
Gli unici momenti in cui le autorità maliane mostrano di esistere sono infatti quelli dell'imprigionamento del marito di Zamiatou e dell'attesa vana di ricevere perlomeno un minimo indennizzo sotto forma di pensione. Come se non bastasse, il mercante del villaggio si rifiuta di fare credito a Zamiatou (che pure lo implora e lo prega), poiché – dice l'uomo – "i soldi sono ormai la mia unica religione".
Una soluzione ci sarebbe: concedere alla figlia il permesso di lavorare presso "gli stranieri", i cooperanti francesi. Ma Zamiatou sa bene cosa significherebbe per sua figlia: diventare un gioco, un passatempo, un oggetto esotico da esporre in salotto o una moderna schiava: dal pavimento fino al letto il passo è breve.
Il film, che scorre tranquillo e lento, tocca il momento di più alta drammaticità proprio allorché le due donne – con la ragazza inevitabilmente attratta dalla prospettiva di un lavoro, di un guadagno e forse anche di un altro mondo (V: "La noire de..." di O. Sembène) litigano e si azzuffano davanti alla villetta di un cooperante che aveva sbattuto loro in faccia una quantità di banconote probabilmente mai viste prima.
Respinto l'assalto, la famiglia è comunque senza speranza: Zamiatou però non si dà per vinta e, con sforzi immani, riesce a trovare un'altra fonte di reddito e, in questo modo, a responsabilizzare la figlia e farla crescere. Finale moralistico e dalle pretese educative.
Bella la fotografia, che esalta la maestosità del deserto del Sahara, vero ed incontrastato signore dell'Africa saheliana, dove elementi come un asino o un otre d'acqua possono rappresentare davvero il discrimine fra la vita e la morte (o una vita buttata).

domenica 20 luglio 2008

Un condamné à mort s'est échappé - R. Bresson (1956)

Tratto da un racconto autobiografico, Un condannato a morte è fuggito (o "Il vento soffia dove vuole", secondo il titolo alternativo) è un film che riesce a creare pathos pur senza mettere mai in dubbio il finale (del resto, il protagonista è la voce narrante) e partecipazione ed immedesimazione dello spettatore pur senza mai mostrare i momenti più duri e violenti, anzi nascondendoli volutamente con fuori vista, fuori campo e dissolvenze.
Bresson lavora molto con il sonoro. La macchina è sempre assieme al protagonista e la maggior parte del racconto si svolge nello spazio ristretto della cella oppure davanti ai lavandini del carcere: è il fuori campo a "parlare". Si avverte l'avvicinarsi delle guardie con un rumore di chiavi sbattute contro la ringhiera delle scale, oppure di passi che si avvicinano dietro la porta. L'azione finale si decide ascoltando i passi del soldato che fa la guardia, oppure il cigolio della bicicletta della ronda, sfruttando lo sferragliare del treno per coprire la fuga. La lenta manomissione della porta è messa in pericolo dal silenzio nelle celle, coperto affannosamente da qualche colpo di tosse. Le comunicazioni e la solidarietà fra prigionieri - anche se qualcuno pare essersi rassegnato al proprio destino - nascono da colpi di nocche sul muro della cella oppure da bisbiglii negli spazi comuni del bagno.


Fontaine è un prigioniero politico, incarcerato dai nazisti occupanti la Francia. Non è un eroe, semplicemente è un uomo che non si arrende, che ha ancora voglia di lottare, che ama mettersi alla prova, ingegnarsi, come se quello della fuga – peraltro maldestramente tentata anche all'inizio del racconto – fosse un gioco, una sfida di intelligenza e scaltrezza e non l'unico modo per sottrarsi ad un'inevitabile fucilazione.
Tanto che, una volta architettato l'ingegnoso piano, Fontaine non si decide mai a metterlo in pratica, come se gli mancasse davvero il coraggio di portare a termine la sua opera. Non siamo dunque in presenza nemmeno di uno spavaldo prigioniero che fa leva sulla sua forza fisica per fuggire. Fontaine, anzi, pare tanto geniale e meticoloso nella preparazione, quanto piuttosto impacciato nella messa in atto. La fuga ha successo solo perchè Jost, giovane compagno di cella dell'ultim'ora (e del quale all'inizio Fontaine non sa se fidarsi o meno, ma al quale è quasi costretto a raccontare tutto), decide di unirsi al progetto, rivelandosi fondamentale.



Regia semplice, rigorosa, che dedica grandissima attenzione ai particolari: il mozzicone di matita, il cucchiaio, i ganci della lanterna, i bigliettini scambiati nel bagno, il fil di ferro: tutti oggetti fondamentali alla fuga ed ai quali viene attribuita la giusta importanza.
Bresson costruisce così, con un sonoro efficacissimo ed inquadrature tanto semplici quanto azzeccate, un piccolo capolavoro del genere. Premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1957.


Vicino di cella: "Credi nei tuoi ganci e nelle tue funi, ma in te dubiti"
Fontaine: "Il difficile è decidersi"

giovedì 17 luglio 2008

Gomorra - M. Garrone (2008)

Best-seller mondiale, incredibile successo di pubblico e critica unanimi, il libro Gomorra – che è costato la libertà personale all'autore Saviano (1979), costretto a vivere sotto scorta – è stato tradotto per il cinema da Garrone con bravura estetica e registica, ma un pizzico di eccessiva "furbizia".
Il film scorre, persino troppo. Due ore e trenta che volano fra omicidi, spaccio all'aria aperta, musica napoletana, ragazzetti affascinati dai boss ed enormi difficoltà nel condurre una quotidiana vita che non sia scandita dai ritmi e dagli obblighi imposti dal "Sistema". Un sistema molto diverso da quello che siamo stati abituati a conoscere dalle inchieste sulle mafie: uomini d'onore, vita appartata, casa e chiesa, nascondigli e fughe improvvise.
I nuovi affiliati, i giovani, potrebbero essere ragazzi "normali": sono attenti alle mode, esaltati dalla "estetica" del criminale (quella dei film holliwoodiani, tanto per capirsi: armi in abbondanza, belle macchine, donne, palestra e centro estetico). Fanno una vita in tutto e per tutto "normale", in cui il datore di lavoro (che paga bene) è il Sistema, chi eroga pensioni e contributi a chi è in difficoltà è il Sistema. Le "agenzie di collocamento" sono il Sistema, i luoghi dove i ragazzini si formano le coscienze sono quelli del Sistema. Che è dappertutto, che fa affari con tutti: con lo Stato e con le altre bande. Che guadagna miliardi sulla pelle dei più a rischio: disoccupati cronici, tossicodipendenti, giovanissimi, immigrati irregolari. Infischiandosene ovviamente di tutto, a partire dalla salute dei propri concittadini, nei cui terreni sversa materiali tossici in abbondanza. Solo le guerre intestine possono turbare l'apparente serenità della vita regolata dal Sistema, che d'altronde le richiede (magari senza attirare troppa attenzione) per legittimarsi come strumento di oppressione del forte sul debole, costretto (più o meno con la forza) a farne parte, volente o nolente.
Garrone è bravo con la macchina da presa – per quanto ogni tanto un po' di mal di mare lo provochi – e ancor di più a contrastare proprio quella "mitizzazione" del malavitoso tipica di altri film sul tema. Tuttavia, a trovargli un difetto, questo film pecca un po' di autoreferenzialità, chiudendosi a riccio nelle storie che, fra tutte quelle del libro, sceglie di raccontare.
Saviano descrive la camorra come elemento strutturale di una società completamente votata al capitalismo più sfrenato e sregolato, ma al tempo stesso incapace, nonostante tutti questi soldi in circolo, di garantire prospettive oneste e dignitose ai propri giovani. Saviano parlava di merci, laboratori tessili, rifiuti tossici, appalti, anche in un'ottica "politica", cosa che invece Garrone sceglie di non fare (e che del resto anche con riferimento al libro probabilmente non è stata del tutto compresa).
La lotta al Sistema comporta anche una lotta ad un modello di sviluppo sbagliato, tutto incentrato sulle merci e sul denaro, che vede nelle persone (peraltro attirate da facili ed altrimenti impossibili guadagni, oltre che dalla smania del potere e dalla voglia di primeggiare) delle interscambiabili pedine prive della capacità e possibilità di criticare, contestare, ribellarsi.
Una macchina potente, un vestito griffato (anche se fabbricato in condizioni disumane), un rifiuto in più prodotto (e non si sa come "eliminato") e tutto passa, al Sistema chi ci pensa? Siamo tutti coinvolti.

mercoledì 16 luglio 2008

Vivre sa vie (Questa è la mia vita) - J. L. Godard - 1962


Nanà è una giovane aspirante attrice che, non riuscendo ad affermarsi, campa lavorando in un negozio di musica e poi, quasi per caso, diventa una prostituta. Il suo "protettore" decide di venderla e, nella sparatoria che ne consegue con l'altra banda, Nanà viene uccisa.
Premio speciale della Giuria e premio della critica al Festival di Venezia, "Vivre sa vie" (Questa è la mia vita") è, come si capisce meglio dal titolo originale, il racconto "in 12 quadri" di una vita vissuta. Di una vita che non chiede compassione, ma nemmeno ovviamente giudizi e biasimo. Una vita che è la "propria" vita, dove quel "propria" può riferirsi a ciascuno di noi.
Nanà cerca di emergere come attrice, ma non è del tutto convinta dei metodi che le vengono proposti, come il posare svestita. Si dà da fare per sopravvivere e, con un'indifferenza apparentemente assoluta, comincia a battere. Non odia i suoi clienti, ma nemmeno prova piacere nell'andarci a letto o nel ricevere i soldi. Semplicemente, lo fa. Quello che più emerge del carattere della protagonista non è però la sua ignavia. La sua non è indifferenza. Nanà – che si commuove al cinema guardando "La passione di Giovanna d'Arco" - è anzi assolutamente convinta della responsabilità personale di ciascuno di noi in qualunque cosa facciamo ("Fumo una sigaretta? Sono responsabile") ed è conscia di come la fuga non sia altro che una mera illusione. Elogio al libero arbitrio forse non pienamente condivisibile, ma certo di indubbia efficacia.
Nanà è un'anima libera, che parla, balla e beve con tutti. Ma ha una grande difficoltà, che forse è quella che la porta ad essere così apparentemente passiva nei confronti di quello che le succede attorno: non riesce in realtà a dire le cose che pensa.
È questo – quello della incapacità del lessico di trasmettere fedelmente i pensieri – l'oggetto di una discussione che Nanà ha dentro un caffé con un anziano scrittore-filosofo, che le contesta l'assunto secondo il quale, in presenza di questa incapacità, sarebbe meglio vivere senza parlare. Le porta l'esempio di Platone, ancora perfettamente comprensibile a 2500 anni di distanza e benchè nessuno oggi parli più la sua lingua. Bisogna, dice l'uomo, diventare capaci di farsi comprendere perchè per comunicare e per pensare bisogna parlare. Tuttavia, per acquisire questa capacità non scontata, occorre "rinunciare un po' alla vita". Questo è il prezzo: parlare è un po' una "resurrezione". Occorre distaccarsi ed uccidere la vita quotidiana, piccina, per elevarsi alla vita dotata di pensiero e di profondità. Che presupppone necessariamente di passare dall'errore per arrivare alla verità: non c'è verità senza l'errore.

Dedicato ai "B-movies", Vivre sa vie pare proprio essere un tentativo (in questo, riuscitissimo) di Godard di mettere in scena alcuni modi "alternativi" per comunicare, in un mondo, come quello cinematografico (ma certo, potremmo elencarne anche molti altri), incatenato all'unico (mezzo di espressione del) pensiero dominante: quello del cinema americano classico. Con lunghissimi piani sequenza, campi e controcampi a panoramica, inquadrature dove chi parla è "impallato" dal suo interlocutore, etc. il regista (e scrittore, montatore) francese vuole dimostrare le infinite opzioni del linguaggio (anche) cinematografico.
I temi scottanti che il film tocca (la prostituzione, la libertà collegata a responsabilità, la necessità di uccidere la quotidianità per elevare il proprio pensiero), lungi dall'essere lasciati in secondo piano dal mezzo utilizzato, ne costituiscono invece il perfetto oggetto: anch'essi – in quanto più complessi – sono generalmente taciuti per adeguarsi ai temi dominanti, più facili, immediati, subito percepibili.

mercoledì 9 luglio 2008

Una vita difficile - D. Risi (1961)


Capolavoro di Risi (dalla sceneggiatura di Rodolfo Sonego) e sottile trattato sulla società italiana del dopoguerra e sugli anni della ricostruzione. Alberto Sordi in stato di grazia. Piani sequenza interminabili, difficili da sostenere in scena (ma in certi casi davvero memorabili e meritatamente entrati nella leggenda del cinema italiano) ed una recitazione superlativa, con monologhi lunghi, voce e gestualità spesso alterate dall'alcol, ne fanno una prova a dir poco sontuosa.
Silvio Magnozzi è uno scrittore partigiano, che scrive un giornale clandestino nell'Italia del nord occupata dai tedeschi. Catturato da un nazista nei pressi del lago di Como, non viene ucciso solo grazie all'intervento di Elena, figlia della proprietaria di una locanda, che riesce a nasconderlo in un mulino dal quale però lui scapperà dopo alcuni mesi per tornare a combattere assieme ai compagni.
Finita la guerra, Silvio - un pò cialtrone ma con le idee ed i princìpi ben saldi - scrive su "Il lavoratore", giornale della capitale. In redazione, nei rapporti con il direttore, comincia a rendersi conto di quanto sarà difficile mantenere purezza ed intransigenza e non scendere a compromessi con il nuovo potere, incarnato fin dal primo titolo di giornale negli americani.
Stanno arrivando la ricostruzione, la ricchezza ed il benessere. Ma forse, con esse, anche una società più ingiusta, iniqua e violenta, ben lontana dagli ideali di libertà ed uguaglianza che avevano animato la Resistenza.
La società (tipicamente italiana) del servilismo verso i più forti, dello scudo (crociato) a difesa delle "tradizioni" e della "famiglia". La società dell'assenza di un "qualcosa chiamato società" (M. Thatcher).
La società del trio Stato (potere), mercato (denaro), famiglie (individui, invidie, competizione).
Tornato a Cantù per un servizio, Silvio incontra di nuovo Elena che decide di scappare con lui a Roma. Passeranno momenti difficili, senza soldi né cibo, fra scarpe usurate e ristoranti che non fan loro più credito. Dopo la vittoria della Repubblica al referendum del '46(vissuta gioendo silenziosamente in casa di ferventi monarchici, davanti ad un abbondante piatto di pasta), Silvio si trova davanti ad un bivio decisivo per la sua vita: mentre Elena è incinta, gli viene proposto di non pubblicare accuse pesanti nei confronti di un potente in cambio di denaro per lui e terreni intestati al nascituro. Dopo un doloroso (e toccante) dialogo notturno con la moglie, Silvio rifiuta, testardamente e coraggiosamente, fa pubblicare e si ritrova condannato per calunnia e più povero di prima.
Incarcerato per due anni a seguito dell'arresto per un'occupazione della sede della Rai, Silvio non assiste nemmeno alla nascita del figlio, e viene ripetutamente lasciato in isolamento per la sua cocciuta abitudine alla ribellione e a non abbassare la testa, che non perde nemmeno in prigione. Dietro le sbarre, scriverà "Una vita difficile", romanzo autobiografico sulla Resistenza che sarà considerato eversivo da tutti gli editori cui si rivolgerà e sbeffeggiato da un mondo del cinema troppo attento a pompose ed autoglorificanti ricostruzioni storiche che ad osservare la realtà. Uscito di galera, perde il lavoro ed assiste all'arricchimento degli ex-colleghi ex-amici ed ex-compagni, che hanno capito in fretta da che parte tirava il vento ed ora sono ex-giornalisti ridotti a megafono dei potenti.
La moglie e soprattutto la suocera lo costringono quindi ad abbandonare ideali e scrittura – che, quando vanno a braccetto, non danno da mangiare! - ed a studiare per prendere la laurea e trasferirsi a lavorare a Cantù in un ufficio pubblico, con uno stipendio sicuro "ed una bella macchina: che nessuno dica che mia figlia ha sposato un pezzente!". L'esame di laurea si rivela una pesante umiliazione.
Piantato da Elena dopo l'ennesima sbronza depressa e delirante, Silvio finirà in fretta (quasi troppa: unica pecca nella scrittura del film) per vestire i ruoli del perfetto medio italiano (quasi "fantozziano", merdaccia e via dicendo) e, per amore, accetterà le peggiori umiliazioni pur di garantire a sé e soprattutto alla signora un futuro di tranquililtà borghese.
Illuminata parabola sugli italiani e l'italietta con piccola riscossa finale. Toccante il momento di debolezza a tu per tu con il figlio. "Io sono uno che non ha cercato la fortuna".

giovedì 26 giugno 2008

Fuoco fatuo - L. Malle (1963)

Alain è un alcolista che ci ricade. O forse un Peter Pan che non accetta di "crescere" se questo vuol dire rassegnarsi ad una vita mediocre. Oppure, è una persona molto sola e inaridita dalla vita. Più probabilmente, tutte e tre le cose messe assieme.

Tratto da un romanzo di La Rochelle ambientato nel primo dopoguerra, Fuoco Fatuo – vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 1963 – è una storia che lascia sgomenti. Non tanto per il finale, annunciato fin dalle prime battute, con tanto di inquadratura classica sulla pistola che diventerà protagonista della tragedia, quanto per la determinazione del protagonista, per la sua lucidità. Alain è stanco, stanco di tutto. Degli oggetti che lo circondano, dei rapporti superficiali, delle ipocrisie e della facilità e felicità apparente della vita di chi è più forte, più ricco, più affermato o semplicemente – ai suoi occhi – più rassegnato ad una vita borghese di lui. Alain rifiuta di invecchiare ("è difficile essere un uomo: bisognerebbe averne voglia"), ma forse ancor di più è ferito dall'aver sprecato i suoi anni migliori.
Alain non sa cosa cerca. Oppure sì: cerca un'avventura, una vita d'azione, dei rapporti intensi. Non si è reso conto di imboccare una strada senza uscita.
Ha passato la vita "ad aspettare le cose" così come le voleva lui, anziché a farle succedere. Poi, insoddisfatto di tutto, ha cominciato ad annegare nell'alcol la sua tristezza, finendo alcolizzato ancor prima di rendersene conto.

Alain ha paura, è terrorizzato dal non poter "mettere le mani su niente", dal non poter desiderare le donne: perchè sta invecchiando, perchè è senza soldi, perchè non si sente adatto a niente, perchè è un alcolizzato. E allora decide di farla finita, perchè non ne può più. Non sopporta più i suoi rimorsi, ma nemmeno di sentirsi sempre fuori posto.
Non accetta la gentile compassione che gli viene offerta dalle poche persone che ha vicino. Non gli basta, non lo soddisfa: il suo malessere è troppo profondo per trovare sollievo in questi palliativi borghesi. Alain aveva una sola voglia infinita: "volevo tanto essere amato che mi sembra di amare".
Tutto ciò di cui ha bisogno, ora, è la morte.

"Mi uccido perchè voi non mi avete amato, perchè io non vi ho amato. Mi uccido perchè i nostri rapporti furono deboli, e per rinforzarli lascerò su di voi una macchia indelebile"

martedì 24 giugno 2008

Les siestes grenadine - M: Ben Mahmoud (1999)

Les siestes grenadine (sieste-granatina) sono i primi giorni dell'autunno, quando fa ancora caldo ed i melograni maturano. Ed ancora i melograni sono oggetto di un'altra tradizione popolare che Ben Mahmoud ci offre: aprendone uno con le mani, per ogni chicco che cade in terra corrisponderà una lacrima versata.
È una riflessione scorrevole ed acuta questo lungometraggio del regista (e sceneggiatore) tunisino che non scade mai nel melodrammatico o nel banale, ma riesce ad essere lucido e coraggioso quanto basta per mettere in mostra e sbeffeggiare virtù e (soprattutto) vizi della società tunisina del finire del XX secolo. Il feroce razzismo ("la mamma del cretino è sempre incinta, dappertutto", si potrebbe dire), che relega i "negri" a macchiette puzzolenti o lavoratori umili. L'ottuso rigore con cui si seguono arcaiche e barbare tradizioni, appena mascherate – ma chi ci crede più? - da dettami religiosi. Il machismo. L'arrivismo e la falsità, la sete di denaro e la bella facciata da mantenere. Il tradimento privato e quello perpetrato dallo Stato nei confronti dei suoi cittadini, di cui finge di occuparsi amorevolmente, ma ai quali non lascia altra scelta che rischiare la vita di notte, a bordo di barchette, per tentare di raggiungere l'Italia. È la scelta che farà Chafik, giovane soldato per costrizione paterna, che diserta e parte, dopo aver fatto cadere un mucchio di semi aprendo un melograno. Non una buona partenza.
Soufiya è un'energica e vitale meticcia franco-tunisina, ma che si definisce "nera". Amante della danza africana e della cultura dell'Africa nera, in cui è cresciuta con il padre, soffre non solo per la mancanza della madre, ma anche per il razzismo, l'immobilismo e la falsità di cui si sente circondata e soffocata al momento del ritorno in Tunisia. Ma non perde occasione per farsene beffe ed approfitta di ogni circostanza per sfatare stantii luoghi comuni e remare controcorrente. Con quella verve e quel sorriso, d'altronde, niente sembra esserle precluso. Persino – ma questo il film non ce lo dice – un eventuale ricongiungimento (almeno temporaneo) dei genitori, davanti al suo coinvolgente saggio di danza finale, a Tunisi.
Wahid è un ricco possidente terriero tunisino, di ritorno dopo una lunga fuga nell'Africa occidentale assieme all'amata figlia Soufiya. Accecato da un amore bigotto nei suoi confronti, deciso ad impartirle un'educazione secondo i dettami religiosi e a fare di lei una "ragazza del Paese", egli non esita a rubarla alla madre francese, che tuttavia non demorderà e rimarrà sospesa come una minaccia per tutta la durata del film. Rientrato in patria, pronto alla nuova vita da educatore della figlia ed amante di una brillante – quanto odiosa, falsa e razzista – conduttrice di talk-show televisivi, Wahid – da uomo tutto sommato intelligente e colto – si accorgerà ben presto che anche le amicizie che appaiono più strette possono nascondere spietati interessi economici e che essere persone responsabili (e, si potrebbe aggiungere, persone di fede) non significa "belare col gregge".
Belli i dialoghi in più lingue (si alternano tunisino, francese, wolof e dialetti saheliani), belli i momenti di intimità: volutamente volgare ed ostentato quello quasi imposto a Wahid dall'amante, affascinante quello fra le due ragazze (Soufiya e Mabruka, la figlia del custode della proprietà di Wahid: ragazza tanto ignorante quanto imbevuta di autentica saggezza popolare), sensuale e malinconico quella fra Soufiya e Chafik.
È proprio il passaggio di quest'ultimo da Big-Jim in uniforme dell'esercito tunisino, spaventato da cosa penseranno di lui gli amici dopo che una ragazza l'ha preso in giro in diretta tv e sottomesso alle bieche volontà del padre a galante romanticone ed aspirante emigrante clandestino ("bruciatore della frontiera") a rappresentare forse il momento più problematico del film, quanto a solidità narrativa.
E tuttavia si deve gioire (e ben sperare per il futuro) del fatto che Ben Mahmoud ci dica che tante delle chiusure mentali e delle paranoie maschiliste e pseudo-religiose che strangolano buona parte delle società (mica solo quella tunisina) si poggiano in realtà su fondamenta così fragili e ridicole che basta davvero poco (ad esempio, una ragazza dal sorriso travolgente, il cui viso "ha illuminato la proprietà" [citazione di Io ballo da sola di Bertolucci?]) per sconvolgerle, abbatterle e cercare altri valori, più autentici. Purtroppo, in molti casi, con una fuga che non si sa bene dove porti.

lunedì 2 giugno 2008

Sono nato con la sabbia negli occhi - Mano Dayak (1996)


Mano Dayak è un abitante del deserto, come suo padre, suo nonno ed il nonno di suo nonno. È nato "tra l'anno della grande siccità e quello della grande invasione di cavallette" (il 1950).
Vive con la sua famiglia nel Ténéré, Niger, spostandosi di uadi (letto del fiume in secca, saltuariamente riempito in occasione delle rare piogge) in uadi, alla ricerca di condizioni climatiche che garantiscano la sopravvivenza loro e degli animali.
"Il deserto non si impara...si vive ed esso uccide quelli che non lo rispettano".
Il piccolo Mano cresce libero e coraggioso, fra massime di saggezza del padre e ardue prove fisiche di sopravvivenza per dimostrare agli altri e a se stesso di essere in grado di reggere gli urti più tremendi del deserto, di sapersi orientare fra le dune, di sopportare la sete, di evitare la collera dei djinns (spiriti del deserto) di distinguere le impronte dei cammelli sulla sabbia, per poter un giorno diventare il capo di una delle mitiche carovane del sale, interminabili file di cammelli che si spostano per il deserto trasportando i preziosi sacchi di sale.
I francesi, prima, ed i nigerini poi, però, cercano di sottrarre ai Tuareg, popolazione berbera e nomade, i loro usi e la loro cultura. Mano, per scappare alla scuola francese, deve fuggire nel deserto col padre. Rientrato, viene comunque costretto a frequentare.
"Non sono mica i francesi che insegneranno ai Tuareg a trovare un pozzo, ad orientarsi con le stelle" "Non abbiamo più il diritto di parlare la nostra lingua. A chi viene sorpreso a pronunciare una parola in tamasheq tocca il berretto d'asino; una croce di legno che si deve portare tutta la giornata, appesa attorno al collo con un laccio. Questa croce è per noi un vero affronto. È come se ci si punisse di essere nati Tuareg".
Nel 1960 il Niger ottiene la sua indipendenza, ma i Tuareg ne sono esclusi: le potenze coloniali e la Francia spezzettano i paesi saheliani tracciando confini geometrici che impediscono ai nomadi di percorrere le loro solite rotte senza incappare in controlli delle nuove "autorità".
Mano nel frattempo si affeziona alla scuola ed al suo primo maestro, cresce e si sposta in un'altra scuola, vicino ad Agadez.
La situazione per i Tuareg peggiora notevolmente con l'indipendenza di Mali e Niger: in entrambi i Paesi, le popolazioni nomadi vengono perseguitate: i soldati bruciano gli accampamenti, avvelenano i pozzi, sterminano il bestiame. Mano perde il padre, si trasferisce a Niamey, la capitale del Niger, è costretto al servizio militare.
Nei primi anni '70 si trasferisce a Parigi, poi negli Stati Uniti, poi di nuovo a Parigi per studiare e vive sulla propria pelle la frustrazione di non riuscire a fare niente per la propria gente, nonostante l'impegno profuso.
Americani e francesi sembrano essere coinvolti soltanto dagli aspetti più "folkloristici" del popolo Tuareg:
"è vero che le donne Tuareg sono bionde con gli occhi blu? Quanto costa un cammello? Come si dice cammello in tamasheq?".
La condizione dei Tuareg continua a peggiorare: le siccità sono sempre più frequenti e distruttive, si diffondono malattie da carenze alimentari. Nessun intervento viene messo in atto. Gli uomini emigrano in Algeria o Libia, nelle baraccopoli delle grandi città, a mendicare un lavoro manuale che fino a poco prima il loro orgoglio Tuareg gli avrebbe impedito di fare.
Tornato in Niger, Mano decide di aprire un'agenzia di viaggi, per attirare turisti nel deserto ed utilizzare il denaro per migliorare le condizioni dei Tuareg. Sfruttando anche la sua capacità di intessere buoni rapporti, diviene amico di piloti e manager della Parigi-Dakar, mitica corsa nel deserto, che Mano cerca di sfruttare per dare visibilità alle sofferenze del suo popolo.
Il 1990 è un anno decisivo: nel maggio alcuni giovani Tuareg, disperati per la miseria che loro e le loro famiglie vivevano nei campi profughi in perenne attesa di aiuti, si mobilitano, nella regione di Tchin-Tabaraden, ottenendo per tutta risposta la feroce violenza dell'esercito che, in poche ore, procede alle peggiori uccisioni, torture, umiliazioni.
Questo fatto di inaudita gravità e violenza fa prendere coscienza a molti Tuareg che non vi sarebbe mai stato spazio per democrazia e giustizia.
Alcuni decidono di prendere le armi e rinchiudersi nella "fortezza" naturale che è il massiccio dell'Air. Altri, nonostante tutto, continuano a credere in una soluzione pacifica. Si tratta di una spaccatura definitiva e decisiva per questo popolo.
Mano, in Francia, trova sostegno ed appoggio alla causa perfino dalla signora Mitterand, ma nemmeno questo ebbe alcuna importanza: l'esercito del Niger continuava ad arrestare anche donne e bambini, mentre la ribellione continuava a dividersi, sempre più su basi tribali.
Dopo le elezioni del 1993 in Niger, le delegazioni del nuovo governo e dei ribelli (guidata da Mano Dayak, ma molto divisa al suo interno) si incontrano a Parigi per un accordo di pace. L'accordo viene firmato ma un gruppo di resistenti Tuareg lo rifiuta.
Nel 1994, a Ouagadougou, si tiene l'ennesimo incontro, da molti considerato come l'ultima spiaggia. I negoziati sono lunghi ed estenuanti, fino a che, il 9 ottobre 1994, dopo 3 anni di terribile guerra, viene firmata la pace fra la Repubblica del Niger ed il Coordinamento della Resistenza Armata (CRA).
"Quel giorno cominciò il lavoro più difficile, ma anche il più motivante: costruire la pace...Bisognerà lottare a lungo per creare scuole, dispensari, unità sanitarie mobili, progetti di artigianato, turismo, per sviluppare le nostre risorse e vivere di esse liberamente".
"Quando dall'alto della mia roccia, io guardo questo deserto, che ha visto viaggiare mio padre e prima di lui il padre di mio padre e tutti i padri dei miei fratelli tuareg, io so che da esso noi prenderemo la forza e la saggezza necessarie per costruire il mondo che sogniamo per le nostre famiglie e per i nostri figli".
Gli accordi salutati con così grande entusiasmo rimasero tuttavia lettera morta. Mano Dayak morì nell'esplosione dell'aereo che avrebbe dovuto portarlo dal premier del Niger, a discutere dell'applicazione degli accordi di pace, il 15 dicembre 1995.

domenica 25 maggio 2008

La noire de... - O. Sembène (1966)

Pare si tratti del primo lungometraggio diretto da un regista dell'Africa nera. Siamo nel 1966, pochi anni dopo la decolonizzazione del Senegal (1960), ma ancora le conseguenze dei rapporti di forza fra imperi coloniali e terre sottomesse non cessano di farsi sentire ed il padre dei registi africani, Ousmane Sembène, li affronta senza ipocrisie nè sensi di inferiorità.
Diouana è una giovane senegalese che abita a Dakar, ancora sotto l'occupazione francese. Tutti i giorni, con il suo carico di dignità, ma anche di disperazione, si mette in cerca di un lavoro, bussando a tutte le porte e ricevendo sempre dei no. Un giorno, mentre è sul marciapiede assieme ad altre signore, tutte in attesa di un'offerta, la avvicina una donna francese e le chiede di lavorare per lei.
Dioumana è ben felice di lavorare "dai bianchi", racconta subito la sua fortuna a tutto il quartiere e compra da un bambino una maschera intagliata nel legno per donarla alla sua nuova padrona. Felice del lavoro di badante dei 3 figli della coppia francese, Dioumana è addirittura entusiasta quando questi le propongono di seguirla in Francia, dopo la decolonizzazione.
Pur attratta da un giovane compaesano, Dioumana sogna la Francia sulle riviste di moda, si chiede come sarà la vita "alla francese" e non sta più nella pelle all'idea di visitare quel paese.
Una volta giunta ad Antibes, Costa Azzurra, la vita sarà ben diversa da come se l'era immaginata.
La padrona, forse incattivita dall'aver perso un ruolo di prestigio sociale in Africa ed esser tornata ad una vita mediocre in Francia, la tratta come una schiava, affidandole non solo la cura dei bambini ma un po' tutti i lavori domestici.
Esasperata, mai pagata, di fatto reclusa fra le quattro mura senza poter mai vedere la Francia sognata, se non di notte, dalla finestra, la giovane ragazza si suicida nella vasca da bagno.
Sembène tocca temi fondamentali e, purtroppo, ancora attuali. L'idea di una superiorità di un essere umano (bianco) su un altro essere umano (non-bianco). La dignità e la speranza dell'indipendenza africana soffocata e repressa da una povertà economica che costringe gli abitanti dell'Africa ad una perpetua schiavitù di fatto. La scarsa considerazione per la capacità e la volontà altrui di esprimere se stesso, al di là del ruolo all'interno del quale ognuno è rinchiuso dalle condizioni di partenza. La violenza senza scontro fisico, la schiavitù senza reclusione.
Dioumana diventa allora non solo la serva tuttofare della famiglia francese, ma anche il fenomeno da baraccone, la curiosità da mostrare agli amici per farsi belli e interessanti, con qualcosa (almeno del loro passato glorioso) da raccontare, per mostrarsi "persone di mondo", come se quella donna fosse un soprammobile da osservare o un pupazzo da sbaciucchiare a capriccio, oppure una cuoca di cucina etnica (tra l'altro ai padroni francesi - ci dice Dioumana - il riso senegalese faceva schifo quando erano in Senegal).
La maschera di legno, comprata al bambino, regalata alla padrona e sistemata, dapprima nella bella casa coloniale, fra altri oggetti locali e, poi, al muro bianco del modesto appartamento ad Antibes è un simbolo fortissimo, una linea rossa che scorre per tutto il breve (62min.) film di Sembène.
La tristezza di quella maschera appesa al muro, solitaria, è paragonabile al percorso di Dioumana, che di colpo abbandona tutti i sogni da viaggiatrice per trovarsi a subire un ruolo che fa doppiamente male, in quanto viene dato per scontato e mai messo in discussione. Tutte le volte che la ragazza accenna una ribellione, infatti, viene rimproverata per la sua ingratitudine, come se il fatto di servire una coppia di europei e dunque di avere assicurati il vitto e l'alloggio fosse sufficiente a giustificare la sostanziale perdita della propria libertà.
Quando, di fronte alle sue crisi sempre più evidenti, il padrone offre dei soldi alla ragazza, è davvero troppo e Dioumana decide di farla finita. I giornali parleranno di "nostalgia".
Sembène ci suggerisce invece che la risposta va ricercata altrove e, probabilmente, una plausibile sta in quel giovane che Dioumana aveva deciso di lasciare al momento di andare in Francia. Fiero patriota e sostenitore della libertà dei popoli africani, egli non pare per niente convinto della bontà della scelta di rinunciare ad un presente povero ma libero (in quegli anni, forse, si respirava in Africa un'inevitabile aria di libertà), per sottomettersi agli ordini dei vecchi dominatori, per quanto con alcuni apparenti vantaggi.
La libertà individuale e la parità fra gli uomini – pare lasciarci come messaggio Sembène – vale molto più di qualunque offerta in danaro. Così, quando il padrone bianco tornerà a Dakar a restituire alla madre di Dioumana la valigia con i vestiti della figlia suicidatasi e la maschera di legno (di cui si riappropria subito il bambino), l'anziana donna rifiuta sdegnata la generosa offerta riparatoria in franchi. L'uomo, spiazzato, si trova così in preda ai suoi fantasmi ed al suo terrore per ritrovarsi improvvisamente in un mondo che credeva di dominare fino a poco prima, ma del quale evidentemente non conosce i parametri culturali per poterlo affrontare su un piano di parità. E, rendendosi conto che né il potere politico e militare, né "l'argent" gli donano più la superiorità di cui ha bisogno per sentirsi forte, tutto d'un tratto ha una paura fottuta e scappa, scappa, scappa, voltandosi continuamente indietro, terrorizzato. Da un bambino con una maschera di legno.

sabato 24 maggio 2008

Sous les bombes - P. Aractingi (2007)

Una donna disperata si aggira per Beirut, alla ricerca di qualcuno che la accompagni nel Sud del Libano, alla ricerca del figlio. Lei stessa, emigrata in precedenza all'estero con la famiglia, aveva momentaneamente rimandato il bambino dalla sorella per allontanarlo dalla crisi matrimoniale e dall'imminente separazione.
Un povero tassista, che sogna solo di emigrare in Germania, complessato per un fratello combattente nell'esercito israeliano, si offre di accompagnarla, pur fra mille insidie, in cambio di parecchi soldi.
Strada facendo, tra disperazioni crescenti, buchi nell'acqua, continui cambi di percorso e speranze, se ne innamora e decide di starle vicino fino alla fine.

Modesto (ma delicato, nel suo non esporre in primo piano violenze e sangue) esercizio di stile, ambientato in un Libano devastato e sventrato dalla guerra con Israele dell'estate 2006.
Siamo fra il documentaristico e la finzione. Ed è decisamente il primo a convincere di più. Intense ed ovviamente drammatiche sono le scene "sotto le bombe" israeliane, le immagini delle macerie – materiali e spirituali – che si lascia dietro una guerra, le famiglie distrutte, o quando va bene divise, i collegamenti interrotti, il paese allo sbando, i carri armati dei "pacificatori" stranieri.
Poco scorrevole appare invece la storia che dovrebbe "giustificare" il viaggio di un uomo e di una donna per l'inferno libanese. Sopra le righe i dialoghi, forzati e tesi a commuovere lo spettatore, a fargli sposare una tesi - quella dell'empatia con i due protagonisti positivi - tutto sommato banale.

C'era materiale per un lavoro di indagine ed approfondimento della crisi del Libano, paese strategico. costantemente sull'orlo di una guerra civile, litigato fra opposte e violente forze straniere (fra le quali gli influenti Stati della regione e, manco a dirlo, gli U.S.A.) e smembrato nelle divisioni interne, acuite dalla miseria.
Ciò che emerge è invece un falso documentario che con le macerie e le bombe sembra a tratti giocare ad aumentare educatamente la tensione di una vicenda privata di per sé già terribile.