mercoledì 9 luglio 2008

Una vita difficile - D. Risi (1961)


Capolavoro di Risi (dalla sceneggiatura di Rodolfo Sonego) e sottile trattato sulla società italiana del dopoguerra e sugli anni della ricostruzione. Alberto Sordi in stato di grazia. Piani sequenza interminabili, difficili da sostenere in scena (ma in certi casi davvero memorabili e meritatamente entrati nella leggenda del cinema italiano) ed una recitazione superlativa, con monologhi lunghi, voce e gestualità spesso alterate dall'alcol, ne fanno una prova a dir poco sontuosa.
Silvio Magnozzi è uno scrittore partigiano, che scrive un giornale clandestino nell'Italia del nord occupata dai tedeschi. Catturato da un nazista nei pressi del lago di Como, non viene ucciso solo grazie all'intervento di Elena, figlia della proprietaria di una locanda, che riesce a nasconderlo in un mulino dal quale però lui scapperà dopo alcuni mesi per tornare a combattere assieme ai compagni.
Finita la guerra, Silvio - un pò cialtrone ma con le idee ed i princìpi ben saldi - scrive su "Il lavoratore", giornale della capitale. In redazione, nei rapporti con il direttore, comincia a rendersi conto di quanto sarà difficile mantenere purezza ed intransigenza e non scendere a compromessi con il nuovo potere, incarnato fin dal primo titolo di giornale negli americani.
Stanno arrivando la ricostruzione, la ricchezza ed il benessere. Ma forse, con esse, anche una società più ingiusta, iniqua e violenta, ben lontana dagli ideali di libertà ed uguaglianza che avevano animato la Resistenza.
La società (tipicamente italiana) del servilismo verso i più forti, dello scudo (crociato) a difesa delle "tradizioni" e della "famiglia". La società dell'assenza di un "qualcosa chiamato società" (M. Thatcher).
La società del trio Stato (potere), mercato (denaro), famiglie (individui, invidie, competizione).
Tornato a Cantù per un servizio, Silvio incontra di nuovo Elena che decide di scappare con lui a Roma. Passeranno momenti difficili, senza soldi né cibo, fra scarpe usurate e ristoranti che non fan loro più credito. Dopo la vittoria della Repubblica al referendum del '46(vissuta gioendo silenziosamente in casa di ferventi monarchici, davanti ad un abbondante piatto di pasta), Silvio si trova davanti ad un bivio decisivo per la sua vita: mentre Elena è incinta, gli viene proposto di non pubblicare accuse pesanti nei confronti di un potente in cambio di denaro per lui e terreni intestati al nascituro. Dopo un doloroso (e toccante) dialogo notturno con la moglie, Silvio rifiuta, testardamente e coraggiosamente, fa pubblicare e si ritrova condannato per calunnia e più povero di prima.
Incarcerato per due anni a seguito dell'arresto per un'occupazione della sede della Rai, Silvio non assiste nemmeno alla nascita del figlio, e viene ripetutamente lasciato in isolamento per la sua cocciuta abitudine alla ribellione e a non abbassare la testa, che non perde nemmeno in prigione. Dietro le sbarre, scriverà "Una vita difficile", romanzo autobiografico sulla Resistenza che sarà considerato eversivo da tutti gli editori cui si rivolgerà e sbeffeggiato da un mondo del cinema troppo attento a pompose ed autoglorificanti ricostruzioni storiche che ad osservare la realtà. Uscito di galera, perde il lavoro ed assiste all'arricchimento degli ex-colleghi ex-amici ed ex-compagni, che hanno capito in fretta da che parte tirava il vento ed ora sono ex-giornalisti ridotti a megafono dei potenti.
La moglie e soprattutto la suocera lo costringono quindi ad abbandonare ideali e scrittura – che, quando vanno a braccetto, non danno da mangiare! - ed a studiare per prendere la laurea e trasferirsi a lavorare a Cantù in un ufficio pubblico, con uno stipendio sicuro "ed una bella macchina: che nessuno dica che mia figlia ha sposato un pezzente!". L'esame di laurea si rivela una pesante umiliazione.
Piantato da Elena dopo l'ennesima sbronza depressa e delirante, Silvio finirà in fretta (quasi troppa: unica pecca nella scrittura del film) per vestire i ruoli del perfetto medio italiano (quasi "fantozziano", merdaccia e via dicendo) e, per amore, accetterà le peggiori umiliazioni pur di garantire a sé e soprattutto alla signora un futuro di tranquililtà borghese.
Illuminata parabola sugli italiani e l'italietta con piccola riscossa finale. Toccante il momento di debolezza a tu per tu con il figlio. "Io sono uno che non ha cercato la fortuna".

giovedì 26 giugno 2008

Fuoco fatuo - L. Malle (1963)

Alain è un alcolista che ci ricade. O forse un Peter Pan che non accetta di "crescere" se questo vuol dire rassegnarsi ad una vita mediocre. Oppure, è una persona molto sola e inaridita dalla vita. Più probabilmente, tutte e tre le cose messe assieme.

Tratto da un romanzo di La Rochelle ambientato nel primo dopoguerra, Fuoco Fatuo – vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 1963 – è una storia che lascia sgomenti. Non tanto per il finale, annunciato fin dalle prime battute, con tanto di inquadratura classica sulla pistola che diventerà protagonista della tragedia, quanto per la determinazione del protagonista, per la sua lucidità. Alain è stanco, stanco di tutto. Degli oggetti che lo circondano, dei rapporti superficiali, delle ipocrisie e della facilità e felicità apparente della vita di chi è più forte, più ricco, più affermato o semplicemente – ai suoi occhi – più rassegnato ad una vita borghese di lui. Alain rifiuta di invecchiare ("è difficile essere un uomo: bisognerebbe averne voglia"), ma forse ancor di più è ferito dall'aver sprecato i suoi anni migliori.
Alain non sa cosa cerca. Oppure sì: cerca un'avventura, una vita d'azione, dei rapporti intensi. Non si è reso conto di imboccare una strada senza uscita.
Ha passato la vita "ad aspettare le cose" così come le voleva lui, anziché a farle succedere. Poi, insoddisfatto di tutto, ha cominciato ad annegare nell'alcol la sua tristezza, finendo alcolizzato ancor prima di rendersene conto.

Alain ha paura, è terrorizzato dal non poter "mettere le mani su niente", dal non poter desiderare le donne: perchè sta invecchiando, perchè è senza soldi, perchè non si sente adatto a niente, perchè è un alcolizzato. E allora decide di farla finita, perchè non ne può più. Non sopporta più i suoi rimorsi, ma nemmeno di sentirsi sempre fuori posto.
Non accetta la gentile compassione che gli viene offerta dalle poche persone che ha vicino. Non gli basta, non lo soddisfa: il suo malessere è troppo profondo per trovare sollievo in questi palliativi borghesi. Alain aveva una sola voglia infinita: "volevo tanto essere amato che mi sembra di amare".
Tutto ciò di cui ha bisogno, ora, è la morte.

"Mi uccido perchè voi non mi avete amato, perchè io non vi ho amato. Mi uccido perchè i nostri rapporti furono deboli, e per rinforzarli lascerò su di voi una macchia indelebile"

martedì 24 giugno 2008

Les siestes grenadine - M: Ben Mahmoud (1999)

Les siestes grenadine (sieste-granatina) sono i primi giorni dell'autunno, quando fa ancora caldo ed i melograni maturano. Ed ancora i melograni sono oggetto di un'altra tradizione popolare che Ben Mahmoud ci offre: aprendone uno con le mani, per ogni chicco che cade in terra corrisponderà una lacrima versata.
È una riflessione scorrevole ed acuta questo lungometraggio del regista (e sceneggiatore) tunisino che non scade mai nel melodrammatico o nel banale, ma riesce ad essere lucido e coraggioso quanto basta per mettere in mostra e sbeffeggiare virtù e (soprattutto) vizi della società tunisina del finire del XX secolo. Il feroce razzismo ("la mamma del cretino è sempre incinta, dappertutto", si potrebbe dire), che relega i "negri" a macchiette puzzolenti o lavoratori umili. L'ottuso rigore con cui si seguono arcaiche e barbare tradizioni, appena mascherate – ma chi ci crede più? - da dettami religiosi. Il machismo. L'arrivismo e la falsità, la sete di denaro e la bella facciata da mantenere. Il tradimento privato e quello perpetrato dallo Stato nei confronti dei suoi cittadini, di cui finge di occuparsi amorevolmente, ma ai quali non lascia altra scelta che rischiare la vita di notte, a bordo di barchette, per tentare di raggiungere l'Italia. È la scelta che farà Chafik, giovane soldato per costrizione paterna, che diserta e parte, dopo aver fatto cadere un mucchio di semi aprendo un melograno. Non una buona partenza.
Soufiya è un'energica e vitale meticcia franco-tunisina, ma che si definisce "nera". Amante della danza africana e della cultura dell'Africa nera, in cui è cresciuta con il padre, soffre non solo per la mancanza della madre, ma anche per il razzismo, l'immobilismo e la falsità di cui si sente circondata e soffocata al momento del ritorno in Tunisia. Ma non perde occasione per farsene beffe ed approfitta di ogni circostanza per sfatare stantii luoghi comuni e remare controcorrente. Con quella verve e quel sorriso, d'altronde, niente sembra esserle precluso. Persino – ma questo il film non ce lo dice – un eventuale ricongiungimento (almeno temporaneo) dei genitori, davanti al suo coinvolgente saggio di danza finale, a Tunisi.
Wahid è un ricco possidente terriero tunisino, di ritorno dopo una lunga fuga nell'Africa occidentale assieme all'amata figlia Soufiya. Accecato da un amore bigotto nei suoi confronti, deciso ad impartirle un'educazione secondo i dettami religiosi e a fare di lei una "ragazza del Paese", egli non esita a rubarla alla madre francese, che tuttavia non demorderà e rimarrà sospesa come una minaccia per tutta la durata del film. Rientrato in patria, pronto alla nuova vita da educatore della figlia ed amante di una brillante – quanto odiosa, falsa e razzista – conduttrice di talk-show televisivi, Wahid – da uomo tutto sommato intelligente e colto – si accorgerà ben presto che anche le amicizie che appaiono più strette possono nascondere spietati interessi economici e che essere persone responsabili (e, si potrebbe aggiungere, persone di fede) non significa "belare col gregge".
Belli i dialoghi in più lingue (si alternano tunisino, francese, wolof e dialetti saheliani), belli i momenti di intimità: volutamente volgare ed ostentato quello quasi imposto a Wahid dall'amante, affascinante quello fra le due ragazze (Soufiya e Mabruka, la figlia del custode della proprietà di Wahid: ragazza tanto ignorante quanto imbevuta di autentica saggezza popolare), sensuale e malinconico quella fra Soufiya e Chafik.
È proprio il passaggio di quest'ultimo da Big-Jim in uniforme dell'esercito tunisino, spaventato da cosa penseranno di lui gli amici dopo che una ragazza l'ha preso in giro in diretta tv e sottomesso alle bieche volontà del padre a galante romanticone ed aspirante emigrante clandestino ("bruciatore della frontiera") a rappresentare forse il momento più problematico del film, quanto a solidità narrativa.
E tuttavia si deve gioire (e ben sperare per il futuro) del fatto che Ben Mahmoud ci dica che tante delle chiusure mentali e delle paranoie maschiliste e pseudo-religiose che strangolano buona parte delle società (mica solo quella tunisina) si poggiano in realtà su fondamenta così fragili e ridicole che basta davvero poco (ad esempio, una ragazza dal sorriso travolgente, il cui viso "ha illuminato la proprietà" [citazione di Io ballo da sola di Bertolucci?]) per sconvolgerle, abbatterle e cercare altri valori, più autentici. Purtroppo, in molti casi, con una fuga che non si sa bene dove porti.

lunedì 2 giugno 2008

Sono nato con la sabbia negli occhi - Mano Dayak (1996)


Mano Dayak è un abitante del deserto, come suo padre, suo nonno ed il nonno di suo nonno. È nato "tra l'anno della grande siccità e quello della grande invasione di cavallette" (il 1950).
Vive con la sua famiglia nel Ténéré, Niger, spostandosi di uadi (letto del fiume in secca, saltuariamente riempito in occasione delle rare piogge) in uadi, alla ricerca di condizioni climatiche che garantiscano la sopravvivenza loro e degli animali.
"Il deserto non si impara...si vive ed esso uccide quelli che non lo rispettano".
Il piccolo Mano cresce libero e coraggioso, fra massime di saggezza del padre e ardue prove fisiche di sopravvivenza per dimostrare agli altri e a se stesso di essere in grado di reggere gli urti più tremendi del deserto, di sapersi orientare fra le dune, di sopportare la sete, di evitare la collera dei djinns (spiriti del deserto) di distinguere le impronte dei cammelli sulla sabbia, per poter un giorno diventare il capo di una delle mitiche carovane del sale, interminabili file di cammelli che si spostano per il deserto trasportando i preziosi sacchi di sale.
I francesi, prima, ed i nigerini poi, però, cercano di sottrarre ai Tuareg, popolazione berbera e nomade, i loro usi e la loro cultura. Mano, per scappare alla scuola francese, deve fuggire nel deserto col padre. Rientrato, viene comunque costretto a frequentare.
"Non sono mica i francesi che insegneranno ai Tuareg a trovare un pozzo, ad orientarsi con le stelle" "Non abbiamo più il diritto di parlare la nostra lingua. A chi viene sorpreso a pronunciare una parola in tamasheq tocca il berretto d'asino; una croce di legno che si deve portare tutta la giornata, appesa attorno al collo con un laccio. Questa croce è per noi un vero affronto. È come se ci si punisse di essere nati Tuareg".
Nel 1960 il Niger ottiene la sua indipendenza, ma i Tuareg ne sono esclusi: le potenze coloniali e la Francia spezzettano i paesi saheliani tracciando confini geometrici che impediscono ai nomadi di percorrere le loro solite rotte senza incappare in controlli delle nuove "autorità".
Mano nel frattempo si affeziona alla scuola ed al suo primo maestro, cresce e si sposta in un'altra scuola, vicino ad Agadez.
La situazione per i Tuareg peggiora notevolmente con l'indipendenza di Mali e Niger: in entrambi i Paesi, le popolazioni nomadi vengono perseguitate: i soldati bruciano gli accampamenti, avvelenano i pozzi, sterminano il bestiame. Mano perde il padre, si trasferisce a Niamey, la capitale del Niger, è costretto al servizio militare.
Nei primi anni '70 si trasferisce a Parigi, poi negli Stati Uniti, poi di nuovo a Parigi per studiare e vive sulla propria pelle la frustrazione di non riuscire a fare niente per la propria gente, nonostante l'impegno profuso.
Americani e francesi sembrano essere coinvolti soltanto dagli aspetti più "folkloristici" del popolo Tuareg:
"è vero che le donne Tuareg sono bionde con gli occhi blu? Quanto costa un cammello? Come si dice cammello in tamasheq?".
La condizione dei Tuareg continua a peggiorare: le siccità sono sempre più frequenti e distruttive, si diffondono malattie da carenze alimentari. Nessun intervento viene messo in atto. Gli uomini emigrano in Algeria o Libia, nelle baraccopoli delle grandi città, a mendicare un lavoro manuale che fino a poco prima il loro orgoglio Tuareg gli avrebbe impedito di fare.
Tornato in Niger, Mano decide di aprire un'agenzia di viaggi, per attirare turisti nel deserto ed utilizzare il denaro per migliorare le condizioni dei Tuareg. Sfruttando anche la sua capacità di intessere buoni rapporti, diviene amico di piloti e manager della Parigi-Dakar, mitica corsa nel deserto, che Mano cerca di sfruttare per dare visibilità alle sofferenze del suo popolo.
Il 1990 è un anno decisivo: nel maggio alcuni giovani Tuareg, disperati per la miseria che loro e le loro famiglie vivevano nei campi profughi in perenne attesa di aiuti, si mobilitano, nella regione di Tchin-Tabaraden, ottenendo per tutta risposta la feroce violenza dell'esercito che, in poche ore, procede alle peggiori uccisioni, torture, umiliazioni.
Questo fatto di inaudita gravità e violenza fa prendere coscienza a molti Tuareg che non vi sarebbe mai stato spazio per democrazia e giustizia.
Alcuni decidono di prendere le armi e rinchiudersi nella "fortezza" naturale che è il massiccio dell'Air. Altri, nonostante tutto, continuano a credere in una soluzione pacifica. Si tratta di una spaccatura definitiva e decisiva per questo popolo.
Mano, in Francia, trova sostegno ed appoggio alla causa perfino dalla signora Mitterand, ma nemmeno questo ebbe alcuna importanza: l'esercito del Niger continuava ad arrestare anche donne e bambini, mentre la ribellione continuava a dividersi, sempre più su basi tribali.
Dopo le elezioni del 1993 in Niger, le delegazioni del nuovo governo e dei ribelli (guidata da Mano Dayak, ma molto divisa al suo interno) si incontrano a Parigi per un accordo di pace. L'accordo viene firmato ma un gruppo di resistenti Tuareg lo rifiuta.
Nel 1994, a Ouagadougou, si tiene l'ennesimo incontro, da molti considerato come l'ultima spiaggia. I negoziati sono lunghi ed estenuanti, fino a che, il 9 ottobre 1994, dopo 3 anni di terribile guerra, viene firmata la pace fra la Repubblica del Niger ed il Coordinamento della Resistenza Armata (CRA).
"Quel giorno cominciò il lavoro più difficile, ma anche il più motivante: costruire la pace...Bisognerà lottare a lungo per creare scuole, dispensari, unità sanitarie mobili, progetti di artigianato, turismo, per sviluppare le nostre risorse e vivere di esse liberamente".
"Quando dall'alto della mia roccia, io guardo questo deserto, che ha visto viaggiare mio padre e prima di lui il padre di mio padre e tutti i padri dei miei fratelli tuareg, io so che da esso noi prenderemo la forza e la saggezza necessarie per costruire il mondo che sogniamo per le nostre famiglie e per i nostri figli".
Gli accordi salutati con così grande entusiasmo rimasero tuttavia lettera morta. Mano Dayak morì nell'esplosione dell'aereo che avrebbe dovuto portarlo dal premier del Niger, a discutere dell'applicazione degli accordi di pace, il 15 dicembre 1995.

domenica 25 maggio 2008

La noire de... - O. Sembène (1966)

Pare si tratti del primo lungometraggio diretto da un regista dell'Africa nera. Siamo nel 1966, pochi anni dopo la decolonizzazione del Senegal (1960), ma ancora le conseguenze dei rapporti di forza fra imperi coloniali e terre sottomesse non cessano di farsi sentire ed il padre dei registi africani, Ousmane Sembène, li affronta senza ipocrisie nè sensi di inferiorità.
Diouana è una giovane senegalese che abita a Dakar, ancora sotto l'occupazione francese. Tutti i giorni, con il suo carico di dignità, ma anche di disperazione, si mette in cerca di un lavoro, bussando a tutte le porte e ricevendo sempre dei no. Un giorno, mentre è sul marciapiede assieme ad altre signore, tutte in attesa di un'offerta, la avvicina una donna francese e le chiede di lavorare per lei.
Dioumana è ben felice di lavorare "dai bianchi", racconta subito la sua fortuna a tutto il quartiere e compra da un bambino una maschera intagliata nel legno per donarla alla sua nuova padrona. Felice del lavoro di badante dei 3 figli della coppia francese, Dioumana è addirittura entusiasta quando questi le propongono di seguirla in Francia, dopo la decolonizzazione.
Pur attratta da un giovane compaesano, Dioumana sogna la Francia sulle riviste di moda, si chiede come sarà la vita "alla francese" e non sta più nella pelle all'idea di visitare quel paese.
Una volta giunta ad Antibes, Costa Azzurra, la vita sarà ben diversa da come se l'era immaginata.
La padrona, forse incattivita dall'aver perso un ruolo di prestigio sociale in Africa ed esser tornata ad una vita mediocre in Francia, la tratta come una schiava, affidandole non solo la cura dei bambini ma un po' tutti i lavori domestici.
Esasperata, mai pagata, di fatto reclusa fra le quattro mura senza poter mai vedere la Francia sognata, se non di notte, dalla finestra, la giovane ragazza si suicida nella vasca da bagno.
Sembène tocca temi fondamentali e, purtroppo, ancora attuali. L'idea di una superiorità di un essere umano (bianco) su un altro essere umano (non-bianco). La dignità e la speranza dell'indipendenza africana soffocata e repressa da una povertà economica che costringe gli abitanti dell'Africa ad una perpetua schiavitù di fatto. La scarsa considerazione per la capacità e la volontà altrui di esprimere se stesso, al di là del ruolo all'interno del quale ognuno è rinchiuso dalle condizioni di partenza. La violenza senza scontro fisico, la schiavitù senza reclusione.
Dioumana diventa allora non solo la serva tuttofare della famiglia francese, ma anche il fenomeno da baraccone, la curiosità da mostrare agli amici per farsi belli e interessanti, con qualcosa (almeno del loro passato glorioso) da raccontare, per mostrarsi "persone di mondo", come se quella donna fosse un soprammobile da osservare o un pupazzo da sbaciucchiare a capriccio, oppure una cuoca di cucina etnica (tra l'altro ai padroni francesi - ci dice Dioumana - il riso senegalese faceva schifo quando erano in Senegal).
La maschera di legno, comprata al bambino, regalata alla padrona e sistemata, dapprima nella bella casa coloniale, fra altri oggetti locali e, poi, al muro bianco del modesto appartamento ad Antibes è un simbolo fortissimo, una linea rossa che scorre per tutto il breve (62min.) film di Sembène.
La tristezza di quella maschera appesa al muro, solitaria, è paragonabile al percorso di Dioumana, che di colpo abbandona tutti i sogni da viaggiatrice per trovarsi a subire un ruolo che fa doppiamente male, in quanto viene dato per scontato e mai messo in discussione. Tutte le volte che la ragazza accenna una ribellione, infatti, viene rimproverata per la sua ingratitudine, come se il fatto di servire una coppia di europei e dunque di avere assicurati il vitto e l'alloggio fosse sufficiente a giustificare la sostanziale perdita della propria libertà.
Quando, di fronte alle sue crisi sempre più evidenti, il padrone offre dei soldi alla ragazza, è davvero troppo e Dioumana decide di farla finita. I giornali parleranno di "nostalgia".
Sembène ci suggerisce invece che la risposta va ricercata altrove e, probabilmente, una plausibile sta in quel giovane che Dioumana aveva deciso di lasciare al momento di andare in Francia. Fiero patriota e sostenitore della libertà dei popoli africani, egli non pare per niente convinto della bontà della scelta di rinunciare ad un presente povero ma libero (in quegli anni, forse, si respirava in Africa un'inevitabile aria di libertà), per sottomettersi agli ordini dei vecchi dominatori, per quanto con alcuni apparenti vantaggi.
La libertà individuale e la parità fra gli uomini – pare lasciarci come messaggio Sembène – vale molto più di qualunque offerta in danaro. Così, quando il padrone bianco tornerà a Dakar a restituire alla madre di Dioumana la valigia con i vestiti della figlia suicidatasi e la maschera di legno (di cui si riappropria subito il bambino), l'anziana donna rifiuta sdegnata la generosa offerta riparatoria in franchi. L'uomo, spiazzato, si trova così in preda ai suoi fantasmi ed al suo terrore per ritrovarsi improvvisamente in un mondo che credeva di dominare fino a poco prima, ma del quale evidentemente non conosce i parametri culturali per poterlo affrontare su un piano di parità. E, rendendosi conto che né il potere politico e militare, né "l'argent" gli donano più la superiorità di cui ha bisogno per sentirsi forte, tutto d'un tratto ha una paura fottuta e scappa, scappa, scappa, voltandosi continuamente indietro, terrorizzato. Da un bambino con una maschera di legno.

sabato 24 maggio 2008

Sous les bombes - P. Aractingi (2007)

Una donna disperata si aggira per Beirut, alla ricerca di qualcuno che la accompagni nel Sud del Libano, alla ricerca del figlio. Lei stessa, emigrata in precedenza all'estero con la famiglia, aveva momentaneamente rimandato il bambino dalla sorella per allontanarlo dalla crisi matrimoniale e dall'imminente separazione.
Un povero tassista, che sogna solo di emigrare in Germania, complessato per un fratello combattente nell'esercito israeliano, si offre di accompagnarla, pur fra mille insidie, in cambio di parecchi soldi.
Strada facendo, tra disperazioni crescenti, buchi nell'acqua, continui cambi di percorso e speranze, se ne innamora e decide di starle vicino fino alla fine.

Modesto (ma delicato, nel suo non esporre in primo piano violenze e sangue) esercizio di stile, ambientato in un Libano devastato e sventrato dalla guerra con Israele dell'estate 2006.
Siamo fra il documentaristico e la finzione. Ed è decisamente il primo a convincere di più. Intense ed ovviamente drammatiche sono le scene "sotto le bombe" israeliane, le immagini delle macerie – materiali e spirituali – che si lascia dietro una guerra, le famiglie distrutte, o quando va bene divise, i collegamenti interrotti, il paese allo sbando, i carri armati dei "pacificatori" stranieri.
Poco scorrevole appare invece la storia che dovrebbe "giustificare" il viaggio di un uomo e di una donna per l'inferno libanese. Sopra le righe i dialoghi, forzati e tesi a commuovere lo spettatore, a fargli sposare una tesi - quella dell'empatia con i due protagonisti positivi - tutto sommato banale.

C'era materiale per un lavoro di indagine ed approfondimento della crisi del Libano, paese strategico. costantemente sull'orlo di una guerra civile, litigato fra opposte e violente forze straniere (fra le quali gli influenti Stati della regione e, manco a dirlo, gli U.S.A.) e smembrato nelle divisioni interne, acuite dalla miseria.
Ciò che emerge è invece un falso documentario che con le macerie e le bombe sembra a tratti giocare ad aumentare educatamente la tensione di una vicenda privata di per sé già terribile.

venerdì 16 maggio 2008

Moolaadé - O. Sembène (2004)

La sacralità del rifugio offerto a chi è in pericolo di vita ed il (possibile) ruolo delle donne africane e della loro cultura della protezione sono i protagonisti di questo film del senegalese Ousmane Sembène, vincitore della sezione Un certain regard al Festival di Cannes del 2004.
Nel villaggio isolato la vita scorre lentissima, fra qualche piccolo affare con mercenaire (il mercante locale), qualche canzone quasi rubata alla radio e i matrimoni combinati (due, tre mogli per marito).
Gli uomini si riuniscono per discutere della vita e delle sue regole (sempre uguali, immutabili) nel consiglio dei saggi, mentre le donne tengono dietro alla casa, fra rivalità e rispetto reciproco, complicità e saggezza.
Le sacerdotesse, nelle loro tuniche color rosso sangue, si occupano invece di praticare l'atroce rito della "purificazione", ovvero la mutilazione genitale femminile, destinata a proibire qualunque piacere durante l'atto sessuale ed a relegare la donna a ruolo di strumento di piacere maschile e "produttrice" di figli. Spesso con esiti drammatici, perché la mutilazione rende anche il parto un rischio enorme ed un dolore insopportabile. Senza contare tutte le adolescenti che muoiono a loro volta nel corso di questa malvagia, quanto stupida e pericolosa operazione.
È per sfuggire a questo terribile destino che sei bambine scappano dal rito. Due di loro muoiono in fondo ad un pozzo. Le altre quattro chiedono protezione a Collé Ardo, che aveva già evitato anni addietro alla sua unica figlia l'escissione e decide di offrire "asilo" alle quattro ragazzine dentro casa sua.
Così facendo, la donna si attira le antipatie di tutto il villaggio, colpito nel suo rito più barbaro ed ignorante, ma al tempo stesso impotente e rispettoso di quel "MOOLADE" (la protezione) che Collé Ardo segnala legando una corda davanti all'ingresso di casa, all'altezza delle caviglie. Per spezzare l'incantesimo e non irritare lo spirito del "Mooladé", la donna dovrà pronunciarsi in tal senso davanti al consiglio dei saggi.
Il marito (di cui Collè è seconda moglie), uomo debole e preoccupato di essere disonorato davanti agli altri e timoroso soprattutto dell'opinione severa del fratello maggiore, dapprima cerca di convincerla, poi - sfogando nella violenza la sua umiliante impotenza - la frusta senza pietà davanti all'intero paese, diviso - durante questa scena drammatica - fra chi si oppone alla mutilazione (la maggioranza delle donne) e chi (gli uomini, le sacerdotesse ed i cosiddetti saggi) la difende strenuamente, ripetendo che "mai e poi mai" un uomo accetterebbe di sposare una donna "impura".
Dramma a (moderato) lieto fine, in cui emerge con chiarezza il ruolo sociale e politico del cinema di Sembène (1923-2007) che ci racconta come alcune rigide e malvagie tradizioni pseudo-religiose possano essere vinte e superate solo con una presa di coscienza di chi le vive e le subisce quotidianamente sulla propria pelle (le donne in primis), molto più che con mille progetti di aiuto calati dall'alto. E' angosciante il pianto continuo di una madre che aveva voluto sottoporre la figlia (poi morta durante il rito) alla mutilazione, per paura che poi nessuno volesse sposarla. E' dalla presa di coscienza individuale e - col tempo - collettiva e sociale che si possono superare queste tragedie. E' con la sofferenza ed il coraggio delle donne africane - e non certo con "aiuti esterni" - che la mutilazione potrà trovare ostacoli sulla sua strada.
Terribile il ruolo affidato agli uomini in questo film: ancorati ad ottuse tradizioni sanguinarie, quando va bene, feroci picchiatori ed assassini, quando in pericolo appare la loro rispettabilità, il loro ruolo di dominatori, pronti a tutto per non perdere questa ridicola posizione di dominio.
L'unico che pare avere una dignità autentica e che si indigna per il brutale pestaggio di Collé Ardo è proprio il cascamorto mercante (mercenaire). Verrà inseguito ed ucciso da una folla inferocita di altri "uomini"

martedì 13 maggio 2008

GIORNI CINESI Angela Terzani Staude - Ed. Longanesi

Non ricordo chi disse che dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna. In ogni caso è stato piacevole tuffarmi nei meandri della sensibilità letteraria di Angela Staude, compagna di viaggio e di vita di Tiziano Terzani.

Spesso mi sono chiesta, leggendo libri come “La porta proibita” o “Un indovino mi disse”, quanto potesse essere fortunata la donna del celebre giornalista fiorentino. E come deve essere stato difficile, nello stesso tempo, essere la dolce metà di una persona così straordinaria. Tiziano, l'uomo che mi ha fatto innamorare pagina dopo pagina. Che mi ha fatto emozionare, sognando luoghi, odori e colori. Tiziano, un po' anche mio compagno di viaggio nei momenti di sconforto e malattia.


Con grande curiosità – vi dicevo – ho iniziato “Giorni Cinesi”, il diario scritto da Angela Terzani nei tre anni di permanenza a Pechino (dal 1980 al 1983). Tre anni di passione autentica per la Cina, condivisi con Tiziano e i due figli, Folco e Saskia. Tre anni di pedalate in bicicletta alla ricerca di nuovi scorci da contemplare, dalle città costiere ai villaggi più interni. E alla ricerca di storie da raccontare, di volti da ricordare, di destini da rendere immortali. Registrando gli esiti drammatici della rivoluzione culturale, tangibili nella quotidianità delle persone tanto quanto nelle tracce, sempre più introvabili, dell'antica civiltà millenaria.
Nell'incedere narrativo i punti di forza del diario sono ben esemplificati dalla frase introduttiva dell'autrice: “ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo nuovo e facciamo della meraviglia il nostro mestiere”. Ogni novità è ben descritta con dovizia di particolari e suggestioni che stuzzicano l'immaginazione del viandante (o dell'aspirante tale, che in attesa della partenza sogna dal divano del proprio salotto...).
Certo è che “Giorni Cinesi”, un diario di viaggio, non ha lo scopo di raccontare la Cina. E' uno sguardo parziale, uno sguardo benestante e occidentale, sulla Pechino degli anni Ottanta. Che pur facendo tesoro di ogni voce, di ogni volto “cinese”, nasce in un contesto “ibrido” - diviso tra cene con ambasciatori e stampa straniera e il vivere più autentico a contatto con le persone del posto. E ne riflette un'anima border line, al confine tra la comprensione/integrazione e il naturale pre-giudizio di chi racconta una cultura senza appartenervici.
A tratti la Staude si dilunga e in alcuni punti la scrittura risulta essere ripetitiva.
Nel complesso, comunque, ho apprezzato molto alcuni punti del diario.

Pechino, 9 settembre 1980

“Noi cinesi non siamo liberi. Tutto quello che è bello e desiderabile è per gli stranieri. Tutto quel che è sciatto e costa poco è per le masse. I cinesi lo sanno e sognano l’estero, desiderano quell’altra vita che ha reso noi liberi e ricchi”.I cinesi escono da un periodo di terribili paure, di lotte faziose e persecuzioni politiche, da una guerra civile in cui quasi tutti hanno perso qualcuno o qualcosa: un familiare, un amico, una carriera o almeno dieci anni della loro vita. Hanno perso la memoria di quel che sapevano fare. I vecchi se la sono portata nella tomba, i giovani non sono nemmeno andati a scuola. Un po’ di cultura ce l’hanno solo quelli ai quali i genitori l’hanno data segretamente durante la rivoluzione culturale. Le scuole erano chiuse e gli insegnanti, vilipesi dagli studenti sui giornali murali, avevano a tal punto perso la faccia che nessuno li stava più ad ascoltare.10 settembreIn quegli anni ogni fare era un diritto. I maestri se insegnavano, i giovani se studiavano, i lavoratori se lavoravano, tutti erano in torto, tutti venivano criticati. Questo timore che il fare possa essere un errore è rimasto ai cinesi.


17 settembre
Un cocktail insegue l'altro e siamo sempre fra di noi a parlare di politica e di notizie. La vita dei cinesi è tutt'altra. Io per ora non sono né in questa né in quella.


3 novembre
Sulla via del ritorno litigo con Tiziano. Gli rimprovero la sua aggressività verso i funzionari cinesi, il suo trattarli tutti come se fossero individualmente responsabili del sistema al quale collaborano, ma di cui non sono gli inventori. Lui è infastidito dalla commedia, dall'ambiguità, dei veli che in Cina confondono i contorni di ogni cosa concreta. Non accetta di stare di fronte al gigantesco telone di questo teatro d'ombre enza tentare di affondarvi il coltello per vedere se dietro c'è un corpo vivo o se sprizza sangue. A me pare di vivere negli inferi fra anime tristi i cui corpi, impiccati o decapitati, sono rimasti sulla terra. Tutti mi fanno una pena irriducibile e pochi sono quelli che vorrei ulteriormente tormentare.

lunedì 5 maggio 2008

Jeux Interdits - R. Clément (1951)

Quali sono i "giochi proibiti"? Rubare le croci da un cimitero, si potrebbe dire ad esempio. Fare l'amore segretamente col vicino di casa, quando le due famiglie si odiano. Oppure far cadere la croce dall'altare, nel tentativo di sottrarla, subito dopo essersi fatti confessare dal parroco.
René Clèment mette in scena un racconto dolce e amarissimo, mantenendo abilmente sullo sfondo – ma sempre presenti – quelli che sono i reali obiettivi della sua critica: la guerra, in quanto uccisione senza colpa e senza pentimento, l'ignoranza e la piccineria del mondo contadino (perduto fra litigi, invidie, superstizioni, cieca obbedienza religiosa), l'indifferenza degli uomini – animali stupidi, avidi e litigiosi – verso la vita e la morte e la loro sacralità.

Paulette è una deliziosa bambina di 5 anni che, perduti entrambi i genitori durante un bombardamento aereo tedesco (siamo nel 1940), vaga per la campagna tenendo sotto braccio il proprio cagnolino, anche lui morto. Incontra Michel, un ragazzino di poco più grande, figlio più giovane di una famiglia di contadini, poveri e devoti fedeli. Assumendo – anche visivamente – il punto di vista dei bambini, Clément si diverte a sbeffeggiare il mondo degli adulti, fatto di rigidità mentali, piccole ripicche, miserabili invidie che fanno perdere di vista i veri ed autentici valori, a vantaggio di altri (dis)valori.
I bambini, al contrario dei grandi, sembrano ancora avere il senso della dignità e del rispetto per la morte e decidono di creare un cimitero per gli animali, perché, dopo la morte, non si annoino e siano al riparo quando piove. Da lì cominciano gli strani furti di croci in paese e nasce una fraterna complicità fra i due piccoli protagonisti.
Michel si lascia però prendere la mano, fino ad arrivare (in contrasto con Paulette) ad uccidere gli animali per poterli seppellire nel cimitero, che col passare del tempo diventa per lui una vera e propria ossessione.
È un po' come se il bambino più grande – dunque già più vicino al mondo adulto – si sentisse ad un certo punto (e in nome solo del proprio interesse) in diritto di decidere della vita o della morte altrui, sopratutto di chi non ha alcun potere per difendersi.
Efficace il parallelismo fra ciò che fa Michel e l'attività di chi sgancia (o decide di far sganciare) bombe sulla popolazione inerme ("Non sono stato io a ucciderlo, è stata la bomba", dice infatti il piccolo, giustificandosi così per aver infilzato uno scarafaggio con una penna simulando un attacco aereo).
Divertenti e dissacranti alcune scene, come la rincorsa delle due famiglie verso il cimitero ed il litigio fra i vicini all'interno di una fossa.
Triste e senza speranze il finale. Bella colonna sonora.

venerdì 2 maggio 2008

L'inquilino del terzo piano - R. Polanski (1976)

Il signor Trelkovski è un timido ed impacciato immigrato di origine polacca, talmente garbato quanto insignificante. E proprio questo suo essere "di poco valore" è ancor più accentuato dalle persone e dalle cose che lo circondano. I colleghi esuberanti fino alla maleducazione, i vicini impiccioni ed intolleranti, una semi-sconosciuta che cerca in tutti i modi di portarselo a letto, il padrone di casa che pretende di dirigere la sua vita domestica.
In cerca di un appartamento modesto e tranquillo, l'impiegatucolo Trelkovski – interpretato superbamente dallo stesso Polanski, col quale ricorre evidentemente ben più che un'assonanza nel cognome – commette un'imperdonabile leggerezza: affitta la casa di una donna che si era da poco gettata dal balcone. La guardiana dello stabile gli mostra sghignazzando l'impronta dell'ex-inquilina nella vetrata infranta una decina di metri più in basso.

Col passare dei giorni, la personalità "vuota" di Trelkovski finisce per essere letteralmente invasa dall'immaginario della donna: egli comincia infatti a frequentare la stessa amica – conosciuta durante una visita all'ospedale poco prima che la donna morisse -, a scoprire i suoi feticci e manie (un dente nascosto dentro un buco nel muro, i geroglifici incisi nel bagno), ad appassionarsi alle sue stesse letture, fino a cominciare – passo passo – ad assumerne persino l'aspetto esteriore: trucco, tacchi, collant e vestito lungo. Grazie ad un sagace, quanto irrisolvibile, scorrere sul filo del rasoio fra realtà opprimente e follia galoppante e paranoica del protagonista, il polacco (ma nato in Francia) Polanski regala momenti di alta tensione misti ad un piacevole humour. Entrambi gli aspetti sono tenuti sempre vivi grazie alle ambientazioni lugubri (le scale interne dell'appartamento di Trinkovski-Polanski) o kitsch (le case degli amici dell'ex-inquilina), ai personaggi stonati ed inquietanti (il vecchio padrone di casa e tutti i condomini), alle inquadrature opprimenti.
Trelkovski scivola via, lentamente, privo delle difese dei forti e degli arroganti, perdendosi nell'incomprensibilità della vita, perfettamente messa in scena da una serie di equivoci, claustrofobie ed allucinazioni che lo spettatore vive sempre da "dentro la testa" del protagonista, senza potersi dare una spiegazione oggettiva, razionale (ne esiste mai una nella vita "normale"?).
Finale da chiusura del cerchio, che lascia comunque aperti tutti i quesiti. Per chi avesse mai delle risposte...

mercoledì 23 aprile 2008

VOGLIAMO ANCHE LE ROSE, Alina Marazzi, 2008


Alla vigilia dell’8 marzo è uscito nelle sale cinematografiche un documentario dedicato all’universo donna, alle lotte e alle conquiste che il movimento femminista portò avanti negli anni sessanta e settanta. Uno spunto assolutamente utile alla riflessione, perchè tocca temi che platealmente vengono ancora messi in discussione: la grottesca proposta di moratoria sull'aborto di Giuliano Ferrara è soltanto un esempio di minaccia miope al diritto della donna all'autodeterminazione.


Lo sguardo di Alina Marazzi si posa sui cambiamenti avvenuti in Italia grazie alla liberazione sessuale che ha posto le basi per un lento sradicamento della concezione della società a struttura patriarcale, fatta di tanti “padre padrone” e di donne invisibili, silenziose e remissive, senza esigenze né aspirazioni. E lo fa aguzzando la creatività, avvalendosi di fotografie, fotoromanzi, filmini di famiglia, inchieste e dibattiti televisivi, pubblicità, musiche e animazioni d’epoca e originali. Un coloratissimo mosaico, una vivace alternanza che ci porta nel vivo del periodo storico e ce ne restituisce l’atmosfera di cambiamento.

E’ attraverso i diari privati di tre donne che ci si sposta su un piano più intimo, di cui la regista da una libera interpretazione che va oltre la mera ricostruzione storica per cogliere le sfumature emotive. Sono le storie di Anita, Teresa e Valentina, che hanno affidato a carta e penna emozioni inconfessabili e segreti dolorosi. Come l’adolescente Anita, che scrive delle sue fragilità e incontra ostacoli insormontabili nell’approccio all’altro sesso. Troppe le inibizioni, enorme il senso di inadeguatezza: la ragazza si trova intrappolata nel perbenismo e nell’ipocrisia della borghesia milanese cui la sua famiglia appartiene. Teresa invece, 20enne barese, ha già conosciuto l’amore ma rimane incinta. Deve quindi andare a Roma x abortire clandestinamente (siamo nel 76). L’esperienza è agghiacciante, ma proprio da questo episodio la ragazza attinge la forza necessaria x battersi ancor di più per i suoi diritti, per acquistare consapevolezza e crescere.
Valentina, romana, vive i suoi 30anni operando da militante femminista, attiva nei circoli e nei collettivi. La donna si divide tra la passione politica e la storia d’amore con un uomo, cercando un equilibrio tra le due sfere.



“Vogliamo anche le rose” mutua il titolo dallo slogan adottato dalle operaie americane per le lotte di fabbrica degli inizi del secolo scorso. Perché – non dimentichiamolo – al di là dei molti e tristi risvolti commerciali la festa della donna è un giorno di celebrazione di conquiste sociali, politiche ed economiche.

La pecca del film, a mio avviso, è il finale un po' frettoloso in cui vengono snocciolate le varie tappe della giurisprudenza legate alle conquiste femminili, in primis il 1980, data dell'abolizione del cosiddetto “delitto d'onore”.
Il punto di forza è sicuramente il montaggio – curato da Ilaria Fraioli – grazie al quale il film acquista colore, nonostante alcuni passaggi drammatici, trasmettendo positività e forza.

giovedì 17 aprile 2008

Loin du vietnam - A.Resnai, W.Klein, J.Ivens, A.Varda, C.Lelouch, J.L.Godard (1967)

Capitolo 5 "FLASHBACK": L'antefatto storico: nel 1954, gli accordi di Ginevra – successivi alla débacle francese nella battaglia di Dien Bien Phu, atto finale della Prima guerra d'Indocina fra l'esercito coloniale francese ed il movimento di liberazione vietnamita – riconobbero la divisione (già proclamata da Ho Chi Minh al termine della seconda guerra mondiale) del Vietnam in un Nord comunista (con capitale Hanoi) e in un Sud filo-occidentale, (governo Diem, cattolico, con capitale Saigon).
La divisione – fissata all'altezza del 17mo parallelo – doveva essere temporanea e già nel 1956 libere elezioni avrebbero dovuto sancire la riunificazione del Paese. Senonchè, le elezioni le avrebbe stravinte Ho Chi Minh, per ammissione dello stesso Eisenhower. Perciò, gli Stati Uniti – che avevano già nel corso degli anni '50 ampiamente soppiantato la Francia nell'influenza politica e militare sul Vietnam del Sud – defraudarono i vincitori di Dien Bien Phu ed isolarono completamente il Vietnam del Nord, povero e senza risorse, rendendolo di fatto del tutto dipendente dalla Cina.
La spinta a ribellarsi ed a combattere, tuttavia, non arrivò dal Nord, ma dal Sud, dove la lotta armata veniva vista come unica via d'uscita alla repressione poliziesca. Il Fronte di Liberazione Nazionale nasce nel 1958, Hanoi lo appoggia e gli U.S.A., dapprima segretamente (1962), poi sempre più apertamente (1964), intervengono in quella che all'inizio era presentata come una guerra civile. Nel 1965, incapaci di vincere la guerriglia vietnamita del Sud, gli Stati Uniti portano la guerra al Nord, bombardando incessantemente: è l'escalation, che avrà l'epilogo che tutti conoscono
Capitolo 9: "FIDEL CASTRO": Intervista al Lìder màximo sul Vietnam: "Il nostro Paese e la più gran parte dei Paesi dell'America Latina , dell'Asia e dell'Africa, non hanno altri mezzi per liberarsi che la lotta armata. Fare guerriglia significa impiegare tutte le risorse (sociali, oltre che naturali) del territorio contro un nemico con molte più risorse tecnologiche. Nessun Paese si può sentire sicuro contro l'avanzata capitalista e per questo bisogna lavorare su due fronti: l'uno creativo, per realizzare gli obiettivi della rivoluzione, l'altro difensivo, per affrontare qualunque situazione di pericolo o aggressione. Uno dei servigi più grandi che il popolo del Vietnam ha reso al mondo è far capire che neanche l'esercito più potente può avere la meglio su guerriglieri appoggiati dal popolo.
Capitolo 7 "L'OCCHIO DELLA CINEPRESA": Godard alterna filmati del Vietnam ad inquadrature della cinepresa e del regista. Dice che avrebbe avuto un sacco di idee per un film sul Vietnam, ma che prova un po' di vergogna a parlare di bombe, di defoliazione, di fiumi avvelenati perchè, in definitiva, noi siamo "lontani dal Vietnam". È lo stesso imbarazzo che si prova allorché si firmano appelli contro la guerra. C'è una sola cosa che possiamo fare per il Vietnam, dice Godard: anziché "invaderlo" con una specie di generosità che forza le cose, bisogna lasciare che il Vietnam ci invada, per renderci conto di qual è il posto che il Vietnam occupa nella nostra vita quotidiana, ovunque.
"Creiamo 2 o 3 Vietnam", era il motto di Che Guevara. E ovunque siamo (America del Sud, Guinea, Stati Uniti), creiamo un Vietnam in noi stessi. Così il Vietnam non sarà solo. È del resto quello che Godard cerca di fare costantemente con il suo cinema, che lotta contro l'imperialismo economico ed estetico del cinema americano. Tuttavia, conclude un po' amaro, "tra me ed il pubblico operaio c'è una frattura: ci interessiamo poco a vicenda di noi, così come ci interessiamo troppo poco del Vietnam"
CAPITOLO 5: "CLAUDE RIDDER": è forse il capitolo più difficile, dubbioso, istintivo del film. C.Ridder è un intellettuale incaricato di realizzare un'analisi di un libro sull'escalation. Non lo fa, non lo farà mai. "Questa è la prima guerra che tutti vedono in diretta", dice ad un'attonita compagna pacifista, prima di scagliarsi contro l'ossessiva ripetizione delle immagini delle bombe e dei bambini che bruciano. Siete bravi, pare dire, ma chi si occupa delle altre guerre "dimenticate"? Del Sudan? Dei kurdi? I pacifisti stanno dalla parte delle vittime o scelgono quali vittime tutelare e quali ignorare? "In Francia oggi ci sono 40 milioni di anticolonialisti....non ce n'eravamo accorti durante la Guerra d'Algeria!" L'America, dice ancora Ridder, aveva stabilito delle regole e tutti ci si stavano attenendo: c'erano dei pro e dei contro, ma certo si stava meglio che cent'anni fa. I dirigenti trattavano gli operai come soci e non come schiavi. Poi, ecco che "il vecchio nonno" impazzisce, ecco l'escalation e tutto crolla. Se fossi rivoluzionario, anziché di sinistra, forse sarei contento: finalmente il mostro butta la maschera, si rivela per quel che è.
"Alè Vietnam!" È come se il Vietnam fosse diventato altro che un Paese, altro che un simbolo: è come se fosse diventato un'esperienza. Come se tra chi aspetta che abbia successo e chi spera che fallisca si fosse stabilita una specie di complicità mostruosa perchè duri. Di fronte a ciò, l'intellettuale si tappa occhi e orecchie. Forse per questo viene tacciato di malafede (e forse non a torto). Ma certo, quella di Ridder è un'analisi che coglie nel segno e che mantiene ancora oggi una certa dose di lucida verità.
Sono solo alcuni degli 11 capitoli che compongono questo film girato da 6 registi "per solidarietà con il popolo vietnamita". È un film dichiaratamente e orgogliosamente "di parte", forse non obiettivo storicamente, ma certo di grande, grandissima lucidità ed attualità.
La guerra del Vietnam continua quando si capisce che i vietnamiti, come tanti altri resistenti nella storia, hanno combattuto anche per noi. E, almeno in un primo momento, hanno vinto.
Il problema di oggi è che l'invasore non vuole più imporre il proprio stile di vita, il proprio modello economico e sociale come migliore, in contrapposizione ad uno diverso.
Oggi quel modello ha vinto e stravinto, ha assunto il nome inaggettivabile di "Democrazia" e per ciò stesso è unanimemente ritenuto esportabile dappertutto, a braccetto con la guerra.
Quale delle due scelte esposte in chiusura del film e qui sotto riportate pare aver intrapreso la "società dei ricchi" (o come potremmo dire meglio oggi, il Nord del mondo)?
"La scelta della società dei ricchi è semplice: o dovrà distruggere fisicamente tutto ciò che le resiste, ma è un compito che rischia di superare i suoi mezzi di distruzione, o dovrà compiere in sé una trasformazione totale. E forse è chiedere troppo ad una società al colmo della sua potenza. Se rifiuterà questa scelta, non le resterà che sacrificare le sue illusioni rassicuranti, accettare questa guerra dei poveri contro i ricchi come inevitabile. E perderla"

domenica 13 aprile 2008

Vénus et Fleur - E.Mouret (2004)

Agrodolce commedia di adolescenti, ambientata in una Marsiglia estiva dei sogni. Lontana dal porto, dai ghetti e dalla periferia, immersa in una natura meravigliosa e a due passi da scorci sul mare da cartolina, si trova la villa delle vacanze della ricca famiglia di Fleur, timida ed introversa ragazza bene, con sensi di colpa per non aver mai provato sulla sua pelle cosa voglia dire essere infelici, soffrire.
Forse è anche per questo – oltre che per sfuggire alla solitudine in cui la sua famiglia l'ha lasciata – che decide di ospitare per qualche giorno Vénus, sfrontata e ribelle ragazza russa, della periferia di S.Pietroburgo, smodata e decisamente fuori dagli schemi. Le due giovani ragazze intrecciano subito un bel rapporto d'amicizia, entrambe alla ricerca – seppur con modi di fare così lontani – di un uomo, che le faccia divertire, sognare e innamorare.
È sempre Venus che mena le danze: Fleur, piena di blocchi psicologici e di preconcetti, di buone maniere e vincoli, le ammira la vitalità, la spensieratezza, la fiducia in se stessa e nei suoi mezzi, che sembra non venir meno neppure dopo i numerosi rifiuti che le ragazzine ricevono in questa loro infantile "caccia" che le vede travestirsi da donne sensuali, spargere per la casa mutandine per stimolare gli appetiti dei maschi, lanciare palloni in testa alle possibili "prede" per catturarne l'attenzione.
Giorno dopo giorno, la timida ed impacciata Fleur si lascia andare alle piccole follie dell'amica, se ne lascia conquistare, accettando di stare al suo gioco e frenandola appena quando questo si fa pericoloso.
La svolta del film è l'arrivo di Bonheur, amico del fratello di Fleur, che si fa ospitare per qualche giorno nella villa, prima di partire per una serie di escursioni. Vénus lo bracca, lo tempesta di domande, lo provoca in tutti i modi, riuscendo ad ottenere ben poco. Al contrario, chi si fa avanti - a tratti anche in maniera prepotente e minacciosa - è il vicino di casa, che di nome fa Dieu, ed ha solo voglia di approfittare della disponibilità della giovane e fresca Vénus.
Fleur nel frattempo cresce, costantemente in seconda fila, cresce ed acquista consapevolezza. Senza tradire l'amicizia verso Vénus – che si rivela invece in tutta la sua fragilità e finzione, nel suo bisogno frenetico di piacere, nel suo mostrarsi spigliata perché così vogliono gli uomini – Fleur si avvicina "mentalmente" (e poi fisicamente) a Bonheur.
Quando Vénus deve partire e tornare in Russia rimane un gradevole ricordo di spensierata fragilità adolescenziale, l'immagine di una danza su uno scoglio in faccia al sole, le preghiere per un grande amore da incontrare, la voglia di crescere troppo in fretta. E un po' di preoccupazione per la fragile Vénus.
V: "Preferisci essere còlta che cogliere? Ma che fai se non succede mai niente?"
F: "Lo penso fortissimamente. Lo comunico col pensiero"

mercoledì 26 marzo 2008

Pièces d'identités - M. Ngangura (1998)


Mani Kongo, vecchio re dei Bakongo, dopo lungo tempo, decide che è il momento di andare in Belgio a trovare sua figlia Mwana. La ragazza, all'età di 8 anni, era stata affidata dallo stesso re ad un collegio di suore perchè studiasse e diventasse medico. Mwana però è scappata dal collegio senza mai dare notizie di sé. Diventata grande, frequenta brutti giri, finisce nei guai e, dopo un periodo trascorso in carcere, proprio in contemporanea alla visita del padre riesce ad ottenere la libertà ed un permesso di soggiorno dalla polizia: in cambio dovrà infiltrarsi come ballerina in un locale africano e scoprire quante più informazioni possibili su un patetico ladruncolo – particolarmente inviso alle forze dell'ordine – che va in giro a fare furti mascherato e con le frecce, lasciando sul luogo del delitto un foglietto con scritto "Salvatore dell'umanità". Nel frattempo il padre, arrivato in Belgio con i suoi vistosissimi e pacchiani gioielli da re (copricapo, enorme collier, bastone regale) che gli costano numerosi sbeffeggiamenti, cerca invano di ritrovare Mwana, viene ingannato, derubato e scacciato dall'ostello in cui alloggiava. È così costretto ad impegnare i suoi simboli regali per avere un po' di soldi e a chiedere ospitalità all'unica persona che sembra essergli amico: un giovane meticcio belga-congolese di nome Chaka-Jo, taxista per copertura, cresciuto in un orfanatrofio belga. Chaka-Jo, all'insaputa del vecchio re, si innamora nel frattempo, ricambiato, di Mwana. Sarà lui a farli incontrare e tutti assieme faranno infine ritorno al villaggio dove Mani Kongo è re.
Intrecci ulteriori della trama: il capo della polizia di Bruxelles (personaggio viscido e parecchio infatuato di Mwana) era funzionario belga in Congo e, come ultimo atto della colonizzazione, era riuscito ad ingravidare la donna congolese che faceva le pulizie in casa sua. Da questo amore era nato un figlio, all'insaputa dello stesso commissario. Caso vuole che questo figlio sia il solito Chaka-Jo, vero perno attorno a cui ruota tutta la storia.
Questo fatto frutterà al giovane meticcio il salva-condotto che gli permetterà di sottrarsi alla giustizia – era lui il "Salvatore dell'umanità" - e di rimanere assieme alla sua nuova famiglia che fa ritorno in Congo, al villaggio.
Pièce d'identités è una favola dagli intrecci di una telenovela e a lieto fine. Piuttosto poco, se si eccettuano alcuni spunti interessanti. Le giovani generazioni dei congolesi di Kinshasa, la capitale, irriverenti nei confronti delle tradizioni e degli abiti dei villaggi (come quello di cui è re Mani Kongo). Lo smarrimento (la perdita di identità) a cui sono sempre esposti i giovani immigrati in un paese straniero, per i motivi più diversi: la difficoltà ad intrecciare rapporti solidi senza diventare altri da se stessi, il perenne rischio di perdere per qualche motivo il diritto a quel foglio (permesso di soggiorno) che li tiene legati (precariamente) al posto dove vivono, i sospetti e le particolari "attenzioni" che le forze dell'ordine hanno nei loro confronti, il concreto rischio di trovarsi presi in mezzo a "retate" di massa, coinvolti in brutte storie solo per essersi trovati in mezzo ad un gruppo di stranieri. La polizia colpisce nel mucchio e deve pur sempre raggiungere ogni anno il numero minimo di espulsioni da vantare davanti all'opinione pubblica.
Più debole appare invece la messa in scena dello smarrimento del re, catapultato in un mondo che lo ignora o lo deride, salvato da una specie di angelo incarnato da una donna nera guardiana delle tradizioni e degli avi, costretto ad ipotecare i suoi simboli regali (pièces d'identités), che proprio quando sta perdendo le speranze e comincia a sentirsi indegno del suo ruolo di re e di padre e ad abbandonarsi ai vizi, conquista le simpatie degli autoctoni e ritrova l'amata figlia.
Nella girandola di colpi di scena ed intrecci amorosi (a cui non sfugge il nipote di Mani Kongo, arrivato dal villaggio per portare un po' di soldi allo sfortunato zio e subito innamoratosi, ricambiato, della migliore amica di Mwana), il ritmo non manca di certo, ma è l'approfondimento psicologico dei personaggi - che pure era l'aspetto inizialmente più interessante - a risentirne. Il risultato? Un intreccio da mal di testa e un po' di superficialità. Ha vinto diversi premi, fra cui il FESPACO (Festival Panafricano di Cinema di Ouagadougou).