giovedì 30 luglio 2009

Le mura di Malapaga - R. Clément (1949)


Jean Gabin e Isa Miranda in questo vecchio film b/n di René Clément, ambientato in una Genova poverissima e sporca del secondo dopoguerra.
Pierre è un fuggitivo francese che sta cercando di scappare alla polizia dopo aver commesso un omicidio. Nascosto in una nave, con un mal di denti che lo tortura, approfitta di una sosta a Genova per scendere, uscire dal porto ed andare alla ricerca di un dentista. Derubato e raggirato, si ritrova senza soldi e sul punto di andare a denunciarsi alla polizia. Il caso lo porterà invece a conoscere Marta, cameriera in un'osteria, e la figlia, perseguitate dal marito di lei che vuole rapire la bimba.
Le due donne vivono in un palazzo sovraffollato, assieme a decine di altre famiglie ancora sfollate per via dei bombardamenti e della miseria. Marta si offre comunque di ospitare in una soffitta Pierre che, a causa dei controlli, non riesce a rientrare nel porto dove è ancorata la "sua" nave.
Duro e disilluso lui, sola e desiderosa di un pò di serenità lei, Pierre e Marta finiscono per innamorarsi, facendo ingelosire la bambina, che deciderà così, di nascosto dalla madre, di aiutare Pierre a rientrare sulla nave. Riescono così ad aggirare i controlli al porto ma, quando arriva davanti al piroscafo, Pierre decide di non partire più.

Pare quasi l'inizio di una vita normalmente felice per questi due personaggi accomunati da solitudine, precarietà e disperazione.
Casualmente, però, la polizia italiana scopre che un "pericoloso omicida ricercato in Francia" si aggira indisturbato per le vie di Genova: comincia la caccia. La solidarietà dei vicini di Marta ed un geniale stratagemma inventato dalla bimba - che in realtà adorava Pierre - non riusciranno ad evitare all'omicida innamorato il finale più duro.

Bellissima ambientazione neorealistica, storia triste e un pò "strappalacrime", resa comunque più che gradevole dalla credibilità dei personaggi e dalla bravura degli attori. Pierre è un vero "duro" romantico, apparentemente cinico ed indifferente a tutto, ma in realtà capace di grandi gesti d'amore. E proprio l'amore, oltre che la città (splendide viste d'insieme e toccanti inquadrature nei vicoletti) è il vero protagonista del film: l'amore che è medicina alla tristezza ed antidoto alla solitudine, l'amore che è più forte di ogni passato, l'amore che fa gioire, ma anche - terribilmente - soffrire.

Premio per la migliore regia e l'interpretazione femminile a Cannes e Oscar come miglior film straniero.


"Non parto più"
"Ah in fondo si vive bene anche qui"
"Forse"
"Hai trovato una bella donna eh?"
"Una e me
zza"


lunedì 27 luglio 2009

Les diaboliques - H.G. Clouzot (1954)

Superbo giallo ad alta tensione da uno dei maestri del genere. Film di rumori ed ombre in cui tutto quello che è importante non si vede, ma si sente. Oppure si dice, ma non si tiene in considerazione.
Clouzot è grande nel far crescere la tensione, nel disseminare indizi che lentamente, inesorabilmente, portano al climax finale. I suoi personaggi sono sempre credibili, i particolari estremamente importanti.

La ricca e debole moglie del direttore di un istituto privato per ragazzini (di cui lei è proprietaria) viene convinta dall'amante di lui - nonché insegnante allo stesso collegio - ad uccidere l'uomo, violento e malvagio. La moglie esita, nonostante l'uomo non faccia altro che maltrattarla, soprattutto in pubblico. Infine, disperata, si convince, grazie soprattutto al supporto morale ed al decisionismo della sua rivale, anche lei stanca delle angherie subite.
Attirato l'uomo in una trappola lo annegano in una vasca da bango e, rientrate al collegio di notte, lo gettano nella piscina dell'istituto, dove il cadavere affonda nell'acqua torbida e ricoperta da uno strato di foglie autunnali.
Ma i giorni passano ed il corpo non torna a galla. Si fa svuotare la piscina con una scusa: nessuna traccia!
Fra presunti ritrovamenti, avvistamenti misteriosi da parte di un bambino, comparsate "dall'aldilà", la tensione monta e le donne - come sfidate da questo fantasma che pare perseguitarle - cominciano ad entrare in crisi. Soprattutto Cristina, la moglie, è sempre più pentita del gesto compiuto ed il suo cuore, già malato, accusa il colpo. Nicole, invece, perde la spavalderia delle prime battute e, piano piano, comincia a tirarsi indietro, fino a fuggire, lasciando la sola Cristina davanti all'incomprensibile tragedia.

Tutto si chiarisce nei vibranti colpi di scena finali, con un vecchio ed annoiato detective in pensione che si intromette...

domenica 26 luglio 2009

Alle cinque della sera - S.Makhmalbaf (2003)


Kabul, dopo i bombardamenti e l'attacco americano in seguito all'11/9, le truppe NATO invadono il Paese per “stabilizzarlo”, per rendere definitiva la cacciata dal potere dei taleban ed avviare la “democrazia”. Questo almeno veniva ripetuto dalla propaganda dei Paesi occidentali per legittimare la guerra. Oggi, nel 2009, assistiamo ad una recrudescenza degli scontri, ad un aumento degli sforzi militari dell'alleanza occidentale e delle vittime e delle sofferenze dei civili (peraltro mai cessate in tutti questi anni). Il governo dell'Afghanistan è ancora ben lontano dal potersi dire una democrazia (nonostante le prossime elezioni in arrivo), le condizioni di vita sono ancora terribili, i profughi afgani non cessano di aumentare anno dopo anno e i taleban paiono decisamente rafforzati. I numerosi “errori” nei bombardamenti e le continue sofferenze della popolazione, stanca di decenni di guerre, finiscono inevitabilmente per aumentare la simpatia nei loro confronti.


Il terzo film della figlia del celebre Mohsen (co-sceneggiatore, assieme alla stessa Samira) racconta una piccola storia molto semplice. Noqreh è una giovane donna afgana che frequenta la scuola di nascosto dal padre, fanatico religioso e retrogrado. Ha nel cassetto un sogno piuttosto ambizioso: diventare la prima presidente donna dell'Afghanistan. Cerca di parlare con la gente, di informarsi su quanto succede negli altri Paesi, di trovare e studiare i discorsi dei politici più famosi, si fa fare – grazie alla collaborazione di un poeta suo amico – un servizio fotografico in vista della campagna elettorale. Le ambizioni della donna si scontrano con la realtà. Cacciati di casa dall'arrivo di una massa di sfollati, Noqreh, il padre e la moglie del fratello di Noqreh (morto in un incidente stradale) lasciano Kabul e vagano alla ricerca di un riparo. Per loro tre e soprattutto per il piccolissimo bambino della cognata di Noqreh. Il viaggio – che per il vecchio padre significa anche la ricerca di un posto meno blasfemo della Kabul contemporanea (dove sembra “che Dio non esista più” e le donne girano ormai a volto scoperto, senza paura di farsi guardare dagli uomini) – sarà una fatica ed una sofferenza continua.

E proprio questo della fatica di vivere in quelle condizioni, dalla pena di dover continuamente ammazzarsi per trovare cibo e acqua, pare essere il filo rosso che accomuna tutti i personaggi del film. Allora la religione – il fanatismo – pare essere l'unica risposta. L'affidamento totale ad un Dio onnipotente e la richiesta continua di perdono per i propri peccati finiscono però per rappresentare solo un ulteriore freno ad un miglioramento delle condizioni di vita terrena. In una sorta di circolo vizioso, miseria, ignoranza, fanatismo ed oscurantismo si rinforzano a vicenda, imprigionando un paese intero e impedendo di fatto ogni sua crescita.

Nelle donne e nei poeti – certo non nei violenti bombardamenti e nelle invasioni militari – questo film individua forse un'ultima, certo allo stato attuale debolissima, speranza di rinascita.


Lavoro con luci ed ombre. Le prime: regia, fotografia, interpretazioni, e l'idea di parlare – dal punto di vista di una donna – dell'Afghanistan “liberato” dalle forze NATO. Alcune inquadrature davvero emozionano per la loro dura bellezza: le rovine di Kabul tra cui si muovono le figure azzurre dei disumanizzanti burqa, le gelide montagne, gli spostamenti su un carretto o in bicicletta, unici mezzi di locomozione da cui i fortunati proprietari traggono il proprio sostentamento o la propria libertà.

Le ombre: i dialoghi, una certa semplicità nella scrittura, la palese volontà di dimostrare una tesi. In poche parole, Alle cinque della sera è un film che “parla” troppo. Un film in cui alcune battute messe in bocca agli attori risultano poco credibili, forzate, didascaliche. In certi punti (soprattutto nella prima parte, quella della scuola), pare di assistere ad una lezione sulla condizione della donna nel mondo islamico. Lezione che, liquidata in 3-4 battute di studentesse, rischia davvero di rimanere un po' superficiale ed infastidire lo spettatore. Ma non è questo l'unico caso in cui gli scrittori si mettono sulla cattedra e strumentalizzano i personaggi in maniera troppo palese: in diversi momenti, durante la proiezione, si prova questa sensazione.


Sulla condizione di smarrimento dell'Afganistan e dei suoi abitanti è emblematico l'incontro finale: al bordo di una mulattiera sta seduto un vecchio partito 4 mesi prima per raggiungere Kandahar, dove il Consiglio dei Saggi doveva riunirsi per decidere se consegnare Osama Bin Laden agli americani o meno. Ma la strada è molto lunga, l'asino ormai moribondo ed il vecchio pure. Il padre di Naqreh gli spiega che, mentre lui era in cammino gli americani hanno cominciato a bombardare l'Afghanistan e le forze NATO hanno occupato il Paese. Il regime, odioso, dei talebani è caduto. Ma il popolo afgano, lacerato ed immiserito da decenni di guerre, violazioni dei diritti, lotte interne, ignoranza, fame, avanza a tentoni, ormai senza forze, alla ricerca della sua strada.


“Alle cinque della sera” è il famoso verso della poesia Il cozzo e la morte di Garcia Lorca, che l'amico poeta regala a Naqreh.

Premio della Giuria al Festival di Cannes 2003.

sabato 11 aprile 2009

Betty - C. Chabrol (1992)

Betty (M. Trintignant) è una giovane e vivace moglie di un ricco ed insipido rampollo, famiglia borghese ed immanicata. Già due volte madre, Betty pare davvero inserita a forza nel quadretto deprimente e protocollare che caratterizza la sua vita familiare (con suocera e generi annessi), priva di ogni dialogo che non sia insulso e scandita da regole e distanze (rese benissimo da Chabrol attraverso la disposizione in scena di oggetti e persone) che non si possono superare.
Particolarmente votata al tradimento, e vittima di un profondo turbamento interiore - del quale l'ebete (ma in fin dei conti anche buon) marito non si accorgerà mai - Betty, in un vortice autolesionistico e distruttivo, spinge la sua audacia talmente in là da donarsi all'amante proprio nell'aristocratico salotto di casa, mentre marito e suocera sono a teatro. Dopo aver aperto addirittura la porta "per sentire le bambine" (o, più perversamente, per farsi sentire dalle bambine), qualora si dovessero svegliare. Il rientro anticipato dei parenti e tutto quello che ne consegue (allontanamento dalla villa familiare, rinuncia a vedere le figlie,...) dà il via alla seconda vita di Betty, che tocca il fondo in più occasioni, ma trova nell'assistenza offertale dalla ricca e generosa Laure (S. Audran) l'opportunità per risalire.
Raggiunto (quasi in apertura) il massimo della disperazione all'interno di un nebuloso ristorante (Le Trou) in compagnia di sconosciuti tutti piuttosto folli, sottolineato questo momento con un movimento di mdp quasi ad investire e schiacciare il volto di Betty in lacrime, la storia procede su un doppio binario. Il piano temporale del presente ci descrive la tormentata risalita di Betty (sottolineata da carrellate avanti e indietro, panoramiche a dx e sx,...), mentre i flash-back ci riportano indietro, alle cause del suo turbamento, portando lo spettatore quasi a braccetto (passato e presente) verso l'atroce finale.


Tratto da un romanzo di Simenon, Betty è l'ennesimo lavoro di Chabrol che descrive in luce perlomeno inquietante il mondo femminile. Come in Les Biches, come in La femme infidèle, l'uomo è, se non lasciato in secondo piano, comunque rappresentato e fatto agire in funzione di ciò che Chabrol vuole evidenziare della donna, cioè a dire tratti come la complessità, la tendenza all'auto-distruzione, la rivalità e la competizione tra donne, un'idea del sesso come auto-punizione, ma al tempo stesso come mezzo per raggiungere dei fini. Un'immagine nel complesso molto problematica, per non dire piuttosto desolante che, per fortuna, Chabrol si limita come suo solito a descrivere, indagare, ma senza mai affibbiare giudizi moralistici, nè sottolineare ed enfatizzare ciò che piano piano viene a comporre la storia e la caratura dei personaggi. Anzi, i dialoghi, le espressioni e gli ambienti di "Betty" sono sempre sotto tono, quasi asettici, in certi casi - si pensi al ristorante Le Trou ed ai suoi bizzarri habitués - talmente distanti ed inconsistenti da sembrare quasi sogni, frutto dell'immaginazione alimentata dall'alcol di una Betty sulla via dell'(apparentemente) inesorabile brutta fine. Ma ecco che, quando la protagonista pare davvero sull'orlo del precipizio, quando sembra aver imboccato la strada senza uscita dell'alcolismo e perso ogni amor proprio, avviene una svolta. Ed avviene da un letto elegante di una camera d'albergo per ricchi, giusto a fianco della protettrice-salvatrice che, suo malgrado e certo inaspettatamente, finisce per donare la sua vita alla "resurrezione" di Betty.


Quello della sostituzione è anch'esso un tema ricorrente di Chabrol (si pensi, ancora, a Les Biches): in questo caso, la personalità disturbata di Betty viene fatta derivare da una scena di violenza sessuale a cui aveva assistito da adolescente. Lungi dallo spaventarsi e correre a chiamare qualcuno, la ragazzina Betty pare anzi affascinata da quell'atto sessuale ("mi sembrava che le cosce parlassero") e per tutta la vita rincorrerà l'immagine di quella ragazza violentata, cercando in qualche modo di immedesimarsi e riprodurre la scena. Sarà l'opportunità che le viene fornita su un piatto d'argento da Laure a permetterle di dismettere i panni della persona che subisce violenza, che quasi la cerca per provarne dolore, e vestire invece quelli di chi la violenza (in questo caso addirittura una morte) la provoca.
In un mondo che, da sempre, si basa sulla costruzione e la perpetuazione di rapporti ineguali di forza e di potere, sulla divisione fra chi subisce e chi perpetra violenza, per la sofferenza di molti ed il piacere di pochi, ci dice Chabrol, tertium non datur: la "mano invisibile" della sorte viene a portare un pò, non già di giustizia, bensì di vendetta. Un rischio, quello della vendetta, che, aggiungendo un pò di "pepe" all'insieme, non ne scalfisce minimamente le fondamenta. Ingiustizia, prevaricazione, cattiveria e cinismo (ben rappresentato dalla metafora dei pesci morti nell'acquario) possono continuare a modellare le nostre società. Solo, ogni tanto, chi è abituato a subire, può afferrare l'opportunità di passare dall'altra parte della barricata.

lunedì 23 marzo 2009

Au hasard Balthazar - R. Bresson (1966)

Straziante racconto della vita dell'asino Balthazar e malinconica riflessione sulla preponderanza, la forza della cattiveria umana.
Balthazar è un piccolo asinello, regalato per la frivola felicità di un ricco ragazzino. Fin dalle prime scene - come quella del "battesimo" - ciò che emerge è la tendenza (solo dell'uomo, fra tutti gli animali) a fare dell'altro, quando è più debole - può essere un asino, ma anche un essere umano - un gioco, un passatempo, un capriccio, quando non un proprio schiavo. E ad aspettarsi - anzi, a pretendere - naturalmente che questi accetti di buon grado.

La galleria di personaggi umani (maschili) che Balthazar incontra nel corso della sua vita risponde a questa tristissima verità: nel corso della storia, l'uomo ha sempre dato vita a rapporti ineguali basati sulla forza (fisica, delle armi, del denaro,...) e poi avallati dalle leggi, dagli usi, dalle convenzioni che hanno spostato costantemente (e ormai cristallizzato) l'asse del giudizio a vantaggio dei più forti, legittimati a disporre degli altri a proprio piacimento e per di più col favore della norma (sociale, religiosa, morale, giuridica,...).
Bresson si pone (e ci pone) dalla parte dell'oppresso. E lo fa senza inquadrature epiche, frasi ad effetto, dialoghi appesantiti. Lo fa nel suo stile: in maniera compassata, rigorosa, apparentemente distaccata, sicuramente disillusa. Lo fa grazie agli occhi di un asino ed alla sua impossibilità di reagire, alla sua sofferente rassegnazione, che lo porta a subire ogni angheria senza poter fare altro che ragliare, correre, accasciarsi, morire. Non c'è alcuna speranza di sottrarsi al martirio per il povero Balthazar, nessuna speranza di modificare la sua sorte, nessuna possibilità di ribellione, di giustizia. Fra ragazzetti che si divertono a dargli fuoco alla coda, padroni malvagi ed approfittatori che lo costringono alle peggiori fatiche, sfruttatori per interesse ed una generale, continua privazione della libertà, le uniche figure dotate di un certo grado di "umanità" nei suoi confronti sono due donne: Maria e la madre. Entrambe altrettanto deboli, entrambe destinate a rimanere inascoltate o a subire le cattiverie dei più forti.
Ennesimo capolavoro (per quanto, come tutto, discutibile concettualmente) di Bresson, che ancora una volta fa parlare molto poco i personaggi e tanto, tantissimo le immagini ed i suoni. Cinema e filosofia.

sabato 7 marzo 2009

Lasciami entrare - T. Alfredson (2008)

Svezia, estremo nord, primi anni '80 del secolo scorso. Oskar, il 12enne protagonista, vive in un ambiente ovattato dalla neve e dal gelo, ingrigito dall'assenza di rapporti umani - a casa come a scuola - ma al tempo stesso potenzialmente esplosivo, sempre pronto all'eruzione di tutta quella rabbia e delusione soffocate. Deriso da alcuni bulletti per le sue "stranezze" e per la sua totale incapacità di reagire alle angherie quotidiane, apatico ed abituato a subire tutto, anche la tragica pochezza dei suoi genitori, Oskar trova un'amicizia insperata ed insolita in una nuova vicina di casa: una "coetanea" di nome Eli, bruna ed emaciata adolescente che emana un odore sgradevole, è insensibile al freddo e capace di comparire e scomparire all'improvviso. Superate in fretta le prime diffidenze, i due cominciano, pudicamente, a frequentarsi come fidanzatini.

Oskar ci metterà poco a scoprire che Eli è in realtà una vampira imprigionata "da moltissimo tempo" in un corpo da dodicenne e che non ha altro modo per vivere che quello di uccidere e succhiare il sangue altrui. Questo però non lo farà fuggire, anzi. Spronato dall'amica, Oskar matura invece una consapevolezza: per liberarsi, per sfuggire a quel mondo silenziosamente opprimente dovrà crescere, prendersi le sue responsabilità: anche quelle di reagire violentemente alle cattiverie, di amare senza tentennamenti, di partire per sempre. Che è un pò quello che fa Eli, a suo modo, costretta dalle circostanze, senza che le sia data un'altra possibilità, in eterno.

In questo sta un punto di forza del film di Alfredson: il "mostro", per una volta nel genere, non è un mezzo per ricercare l'audience o l'incasso, non è la peste da evitare, il cattivo da uccidere grazie alla mobilitazione dei bravi cittadini e ad un eroe buono e coraggioso pronto ad infilzargli un bastone nel petto.
Il "mostro", qui, è un essere vivente che sa amare, essere tenero, rincuorare, alternare tristezza e felicità, rischiare per amore dell'altro. E nella monotonia angosciante ed oppressiva (dei paesaggi, dei rapporti fra adolescenti e degli adolescenti con gli adulti, delle gerarchie sociali) in cui si svolge questa storia, dove i bulletti spadroneggiano, i poliziotti vanno a scuola a vantarsi delle loro tecniche e della loro intelligenza ed alcolizzarsi pare essere l'unico "strappo" consentito per sottrarsi alle frustrazioni ed alla pochezza ed alle delusioni della vita, questa strana coppia di innamoratini assume un ruolo quasi sovversivo, che infatti li porterà (costringerà) alla fuga. Una fuga d'amore, di libertà, di ribellione.

Niente, ma proprio niente, di questo lavoro fa pensare ad una "strizzata d'occhi" al facile pubblico amante dello splatter, della tensione gratuita, degli horror-vampireschi blockbuster. Se qualcuno è entrato in sala con queste aspettative, è molto probabile che se ne sia uscito dopo pochi minuti. Al contrario, Lasciami entrare (Let the right one in nel titolo originale) procede a ritmo lento e regia formale, ricco di suoni ma privo di musiche dirette all'aumento della suspence.
Sui titoli di coda, più di un dubbio rimane: Eli esiste davvero o tutta la storia è solo un'invenzione della mente di Oskar, grande lettore ed amante della cronaca nera tanto da ritagliare e conservare macabri articoli di giornale? Colui che ci viene presentato come padre di Eli è il "predecessore" di Oskar, anche lui destinato ad affiancare e sostenere (anche uccidendo per lei) l'eterna dodicenne, invecchiandole accanto fino a diventare lui stesso, in punto di morte, nutrimento?
Poetico, delicato, sensibile.
Vincitore di numerosi premi internazionali.

"Mi ameresti lo stesso anche se non fossi una ragazza?"
"Credo di sì"

lunedì 16 febbraio 2009

Non c'è pace tra gli ulvi - G. De Santis (1950)

Fondi-Italia-Mediterraneo. Dopoguerra duro ed aspro come le montagne del paese natale di De Santis, maestro del neo-realismo italiano. Francesco, un giovane pastore, di rientro dopo la guerra, scopre che le sue pecore sono state rubate da un potente furfante locale, arricchitosi prestando soldi a usura. Al danno economico si aggiunge il dramma del cuore: senza soldi e senza pecore non potrà mai ricevere in sposa la bellissima Lucia (L. Bosé) i cui genitori, viceversa, la costringono a darsi al perfido profittatore.
Francesco, così, decide di riprendersi le pecore, spinto dal pensiero che "chi ruba le sue cose non è un ladro". La legge però non è d'accordo ed un processo con testimoni corrotti decreta l'imprigionamento di Francesco.
Nel frattempo, il signorotto locale, Antonio, non contento di aver strada libera con Lucia ed aver eliminato l'audace Francesco, si invaghisce della sorella di questi, Maria Grazia. Lo scandalo che scoppierà farà saltare il già programmato matrimonio di Antonio con Lucia. Evaso dal carcere, dopo un rocambolesco inseguimento sulle pietrose montagne, dal quale si salva grazie alla collaborazione degli altri pastori, Francesco otterrà la sua giustizia. Chi ci rimetterà sarà soprattutto la sorella, Maria Grazia, che si era "scelta" l'uomo sbagliato.


Sono passati 59 anni da questo film di De Santis, eppure sembra molto di più. Non per come è messo in scena (De Santis usa anzi tecniche allora avanzate per rendere al meglio il paesaggio montuoso, utilizza in maniera originale la VFC parlando, lui regista, in prima persona,...), ma per quello che ci dice. De Santis ci racconta un'Italia misera e miserrima, dove (per i poveri) la sopravvivenza decente o l'incapienza sono divise dal possedere o meno un certo numero di pecore, oppure dal combinare o meno il giusto matrimonio per la figlia. Ma dove comunque, ed è questo quello che conta, si intravede qualche segnale di ribellione, qualcuno che non accetta le ingiustizie e che capisce che è solo con l'unione dei "piccoli" e dei poveri che si potrà ottenere qualcosa, mai con la loro divisione, della quale beneficierà innanzitutto il potente di turno.

Oggi certo - per il momento - non c'è più tanto bisogno di matrimoni combinati, la ricchezza non si misura più in pecore ed il ritmo della vita non è più scandito dall'alternarsi delle stagioni per il pascolo (inverno al mare - estate in montagna). Ma quella consapevolezza è costantemente sbeffeggiata, umiliata. Siamo un'altra Italia, decisamente più ricca di allora: ma le premesse per costruire qualcosa di buono mancano del tutto.


Prima apparizione di Lucia Bosé sul grande schermo. Gli attori conferiscono drammaticità e compartecipazione al loro dolore recitando spesso con sguardi in camera.

Sweet sixteen - K. Loach (2002)

Periferia di Glasgow, classi sotto-proletarie, giovani chiamati ad avere responsabilità e preoccupazioni da adulti, senza esserlo. Liam è il quasi-sedicenne di cui Loach sceglie di mettere in scena la storia, ma certo un film non dissimile sarebbe potuto uscire se la mdp avesse seguito l'amico Pinball, o la sorella Chantelle.
Loach, dunque - ed il suo sceneggiatore Laverty - decidono di occuparsi ancora di esclusi, emarginati, persone senza speranza di essere coinvolte dal benessere e dalla ricchezza che, nel 2002, parevano dover trasformare l'intero Vecchio Continente in una gigantesca, uniforme, agiata classe borghese.
Quella di Loach è perciò contro-informazione, ancor prima che cinema. Un'informazione che dà voce a chi tradizionalmente non l'ha. Dunque, se la visione non è rassicurante - non sarà un film a cambiare le cose - possiamo ritenere che si tratti perlomeno di un buon esercizio che i nostri politicanti, opinion makers, editorialisti di redazioni mainstream dovrebbero ripetere spesso. Giusto per sapere che di sicurezza, certezza, tranquillità non ne necessitano solo le classi ricche, i cittadini a tutti gli effetti.


Liam ha la madre adorata in carcere per problemi di droga, una sorella (con un figlio) che odia la madre, un padrino spacciatore che lo massacra di botte, un solo vero amico, Pinball, che tuttavia non esita - per troppo amore - a mettersi in mezzo ai suoi piani e rovinargli tutto. Liam ha un affetto morboso per la madre, che vede solo come vittima del perfido compagno Stan, mentre in realtà si tratta di una donna debole e schiacciata, incapace di vivere una vita indipendente, serena, come vorrebbe Liam che ha un solo sogno: comprarsi un prefabbricato sul fiume per andarci a vivere con la madre appena uscirà di prigione.
Così, dopo aver rubato una grossa quantità di eroina a Stan, Liam si butta sul mercato, in società con l'inseparabile Pinball. In poco tempo arriveranno a permettersi il prefabbricato e addirittura ad impensierire il boss locale che, per questo, li invita ad entrare nella sua squadra.
L'Al Capone di turno, però, ci metterà poco a capire che il vero leader è Liam, mentre Pinball è solo una spalla e, così, impone al pupillo di sbarazzarsi dell'amico. Pinball si vendicherà avventatamente.


Ormai nelle grazie del boss, Liam comincia a conoscere i piaceri che può garantire una simile protezione: quando sua madre esce dal carcere, il boss gli concede una meravigliosa casa nel quartiere dei ricchi e si preoccupa di levare dai piedi il compagno della donna. Passata la festa, però, dopo che per qualche secondo si era forse immaginato di poter riunire tutta la famiglia (madre, Liam, sorella e nipotino), in una bella casa borghese, il risveglio sarà brusco.



Piuttosto piatto registicamente, Sweet sixteen ha l'elemento più interessante proprio nella figura di Liam, giovane uomo senza futuro, ma disposto a tutto pur di conquistare un amore impossibile: quello di sua madre.

Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes.

sabato 14 febbraio 2009

Fame chimica (P. Vari - A. Bocola) 2003

Prodotto in cooperativa e sviluppato da un precedente documentario, "Fame chimica" è un piccolo, ben riuscito, lavoro italiano di riflessione sulle "periferie". Periferie d'Italia, periferie milanesi, periferie del mondo. Periferie non solo in senso fisico (quasi tutta la storia si svolge in Piazza Yuri Gagarin: "nome azzeccato, direi, con quello che ci metti ad arrivare in centro") ma anche psicologiche, di uomini frustrati, alla ricerca di capri espiatori per la loro vita di merda e giovani nullafacenti ed abbruttiti, tossici o bulletti.
Periferie culturali, fatte di razzismo, voglia di giustizia sommaria, botte.
Ma soprattutto, a sembrare periferico, qui più che altrove, è l'apparato statale. I tutori dell'ordine, capaci in realtà solo di intervenire per fare piazza pulita, rastrellare, portare qualcuno in Questura, rinchiudere. Oppure, ancora peggio, gli amministratori ed i politicanti, sempre pronti ad aizzare la folla per raccogliere consensi, cavalcare l'onda securitaria e razzista, dividere per controllare meglio. E poi non farsi più vedere.

Siamo a Milano, non Brasilia o Città del Messico. Eppure, nella periferia di una delle città più ricche del mondo, non c'è niente. Per i milanesi, per i meridionali, i meticci o gli immigrati. Nessuno ha niente da fare, se si esclude la comparsa di qualche caporale che offre un paio di giornate a scaricare, che di garantito hanno solo la schiena rotta, se va bene.
E così, poichè nessuno pare aver nemmeno voglia di fare qualcosa, i soldi per campare si fanno col metodo più veloce, da che mondo è mondo: lo spaccio di droga ("Stranieri o no, si è sempre trovato di tutto qui in piazza. Normale: finchè c'è chi compra ci sarà chi vende").
Li fa così uno dei due giovani protagonisti (Manuel, il capetto del quartiere), li fanno così alcuni stranieri, "affettuosamente" soprannominati "Casablanca" dagli sbirri.
Claudio, invece, figlio di un operaio invalido che deve mantenere, si fa il culo tutti i giorni nel magazzino di un supermercato, lavoratore appaltato ad una cooperativa di servizi, che in realtà di cooperativa non ha proprio un bel niente, ma si accontenta di svolgere il lavoro sporco per il padrone, che può tranquillamente godersi il panorama dall'alto del suo ufficio. Mentre sotto, dopo dieci ore di lavoro, si rischia la vita. Claudio questo non lo accetta. Così come è l'unico della sua banda a non accettare la deriva razzista dei residenti del quartiere che, sobillati dal gestore di un bar, chiedono a gran voce la creazione di un recinto per impedire agli stranieri di entrare nella piazza.


Manuel invece non si interessa a queste cose. Non riesce a pensare che esista un'altra vita, a parte quella del quartiere. Non è razzista come altri ma vede negli stranieri un pericolo per i suoi affari. Non esita a mettersi contro Claudio quando, nel mezzo di una rissa fra indigeni e stranieri, questi picchia un altro ragazzo del gruppo. Al contrario, non ha paura di rischiare grosso quando è Claudio che finisce in un'imboscata e si trova accerchiato da una banda di picchiatori dalle teste rasate.
E' lui, Manuel, il vero "eroe" da periferia. O meglio, come ci dice la VFC di Claudio (che a tratti appesantisce il film), il "prototipo dello zarro". Un eroe del tutto apolitico, privo di ogni scopo che non siano i soldi facili, lo scooter nuovo, lo sballo, le scopate nei cessi delle discoteche.
Ma con un senso incrollabile dell'amicizia e del territorio. In fondo, cos'altro gli rimane?

Non sarà dunque Manuel a voler cambiare il corso della storia: per lui il finale è già scritto, come probabilmente per molti altri componenti secondari della banda del quartiere.
Gli elementi perturbanti, che provano - volontariamente o inconsapevolmente - a cambiare le cose sono Claudio - che si ribella al razzismo contagiante ed al padrone -, alcuni fra gli immigrati del quartiere - che non accettano di essere tutti additati come delinquenti - e Maia (V. Solarino), bellissima ragazza spigliata e libertina che, come un fulmine, precipita sulla vita dei due protagonisti e in un certo modo la fulmina, accelerandone i rispettivi percorsi.

Colonna sonora per gran parte affidata a Luca "Zulu" Persico dei 99 Posse, sorta di sguardo critico sulle vicende del film, cui si perdona - grazie alla freschezza, alla credibilità, alla serie di spunti che comunque solleva - una certa ingenuità nei dialoghi.

domenica 8 febbraio 2009

Le diable probablement - R. Bresson (1977)


"Il diavolo, probabilmente". È questa la risposta che il passeggero di un autobus dà alla domanda su chi tenga le redini dell'economia e della politica, su chi sia il vero burattinaio delle povere e stolte marionette umane.
Questa discussione sulle cause della rovina del mondo, che si svolge fra sconosciuti che nemmeno si guardano in faccia, è solo uno dei dialoghi surreali di quest'opera che in effetti assomiglia molto di più ad un lavoro per il teatro che non per il cinema. In cui non esiste una “storia”, bensì solo il rapido ed inesorabile sprofondare verso l'abisso di un giovane studente, ecologista e depresso, tanto presuntuoso quanto intrigante. Ed in cui i dialoghi sono interamente rivolti verso il pubblico – per informarlo, sensibilizzarlo, indottrinarlo direbbe qualcuno.
Ciononostante, il mezzo-cinema si prende la sua rivincita con le inquadrature. Attraverso di esse, emerge molto chiaramente come il giudizio del 70enne Bresson (al penultimo film) sia netto: il pianeta è destinato alla distruzione per inquinamento massiccio ed eccessivo consumo di risorse naturali e l'uomo, abbagliato da falsi problemi che non portano a nulla (le discussioni sulla religione) o paranoie e schemi piccolo borghesi (il ricorso continuo all'indebitamento per permettersi il possesso di status symbol), non riesce a ragionare, a vedere, ad usare la testa. Che infatti, nelle inquadrature di Bresson, è spesso e volentieri lasciata fuori campo.

Chi non ci sta, chi non accetta questo modo di distruggere il bene più importante che all'uomo è stato affidato, il suo habitat, è però altrettanto cieco – nella sua rabbia – di coloro che si propone di contrastare. Emblematica a questo proposito la sequenza della riunione di un collettivo di giovani in cui si incita alla “distruzione”, in cui c'è chi si lamenta perchè le troppe domande di qualcuno impediscono a tanti di passare finalmente all'azione, a fare qualcosa, che non si sa bene cosa sia.

Charles rifiuta anche questo, sa che non servirà a niente. Ma non vede, non trova alternative. E, col suo solito incedere dinoccolato, il suo sguardo misto fra disgustato ed indifferente, il suo distacco da tutto e la sua certezza di superiorità rispetto al resto del mondo, si fa portare via da una disperazione.

Film a tesi, inconfutabili, ma proprio in quanto tali poco utili ad una discussione. E' questione di metodo, non tanto di contenuti.

Siamo proprio sicuri che la maestria registica di Bresson sia ben sfruttata (e non invece sprecata, come tante risorse naturali) nella messa in scena di scenari apocalittici, senza alcuna soluzione - se non l'isolamento ed il suicidio (e dunque, ancora, lo spreco) - per chi vi si ribella, per le menti più giovani, sensibili e capaci?

Le analisi, lucide, spietate, di Bresson non portano ad altre vie - o perlomeno alla loro ricerca - ma restano solo sentenze, letteralmente messe in bocca ai personaggi che le pronunciano freddamente , in maniera distaccata, anonima. Come è tipico per chi non ha più nessuna speranza. E se da un anziano, rigido, disilluso regista ce lo si può aspettare, fa male che questi desolanti giudizi di inutilità e questi distacchi disperati siano messi in bocca ai giovani. Amaro.

martedì 3 febbraio 2009

Appaloosa - E. Harris (2008)


Cole e Hitch (E. Harris e V. Mortensen) sono due infallibili pistoleri “riappacificatori”. Niente a che vedere con la vera idea di pace, ovviamente: siamo nel New Mexico del 1882 e semplicemente vige la legge del più forte.

Cole e Hitch si limitano, dietro lauto compenso, a portare, ad imporre anzi, il rispetto della loro legge laddove ce ne sia bisogno. Così, incaricati dai pavidi funzionari del paese di Appaloosa di arrestare le prepotenze del bandito Randall Bragg (J. Irons) – autore dell'efferato omicidio dell'ex-sindaco e dei suoi due vice – i “nostri” si fanno investire di pieni poteri sulla città e cominciano la loro opera di pulizia. Arrestato il fuorilegge, riescono a farlo processare e condannare all'impiccagione, grazie alla testimonianza di un giovane, e pentito, ex-membro della squadraccia di Bragg.

Tuttavia, durante il trasporto in treno del prigioniero verso il luogo d'esecuzione della condanna, ecco il colpo basso. Due fratelli venuti da fuori, conoscenti di vecchia data di Cole, altrettanto abili con la pistola, ingaggiati dalla banda di Bragg, rapiscono miss French (R. Zellwegger), amante e promessa sposa di Cole, e gliela mostrano legata, una pistola puntata alla tempia.

L'ordine pubblico si mischia con la “questione privata”. Cole, senza esitare, libera il prigioniero. Bragg, così, viene portato via dai compagni, assieme a miss French, debole figura femminile pronta a saltare dalle braccia di un uomo a quelle del suo vincitore. Comincia l'inseguimento.


Il genere western ha vissuto momenti migliori, forse oggi non più raggiungibili, almeno dal punto di vista fotografico e delle inquadrature.

Le battute, invece, sono più o meno sempre le stesse, così come il riferimento ai più classici “miti americani”, le basi fondanti (e pretenziosamente morali) della nazione. Sarebbe interessante quantificare con precisione l'importanza del cinema americano (e del western in particolare) sulla costruzione del “mito americano”.

Benchè la storia sia un pò piatta e l'intreccio manchi in sostanza di "elettricità", Appaloosa comunque convince (più o meno), fosse anche solo per alcune sequenze ben dirette (certo, meno epiche di tante altre del genere...) e per l'amalgama riuscita fra i due protagonisti. Duro, puro e senza sbavature il vice Hitch, vero perno della coppia e pistolero forse migliore del suo capo benchè si limiti a coprirgli sempre le spalle. Vanesio (ma più debole), deciso (ma sempre in cerca della parola giusta), Cole, che è in prima fila quando c'è da prendere una decisione, ma ci viene mostrato così evidentemente in difficoltà (non solo fisica) nel finale. Un bel ribaltamento dei ruoli, una progressiva maturazione del rapporto fra i due, che riscatta in parte la debolezza narrativa.

lunedì 2 febbraio 2009

La femme infidèle - C. Chabrol (1969)

La tranquilla vita borghese di una famiglia "da Mulino Bianco" rivoltata come un calzino ed indagata nei suoi aspetti più contraddittori.
Un marito ricco ed affermatato, una moglie bella ed affascinante, un bambino serio, studioso, angelico (anche fisicamente); una grande villa in campagna, saltuari locali da ballo, domestica tuttofare. Che volere di più?
Eppure, Charles (un antiquario interpretato da M. Bouquet) ha il sospetto che sua moglie (Hélène, S. Audran) lo tradisca. Lo scopre piano piano, senza bisogno di vederla nuda con un altro, nè di fare scenate di gelosia, lo intuisce da piccoli dettagli. Una telefonata fatta di nascosto, un controllo dalla parrucchiera, le continue uscite al cinema da sola. Il tarlo della gelosia comincia a tormentarlo e Charles si affida ad un investigatore privato. In pochi giorni, il responso: Hélène si vede regolarmente con un uomo, uno scrittore, a casa di questi.
Quando Charles si reca sul luogo del misfatto e suona il campanello, il suo atteggiamento ci pare ambiguo: si presenta e, per lo stupore del suo rivale, non gli salta addosso, non lo aggredisce. Si fa offrire da bere e comincia anzi a fare il superiore, sminuendo quel rapporto extra-coniugale: la loro è una coppia libera, in cui i coniugi si tradiscono senza problemi, raccontandosi tutto delle loro avventure. Vuole anzi vedere la camera da letto, "per immaginare meglio" dice.
Stupito da tali perversioni, ma piacevolmente sollevato, l'amante di Hélène pensa di potersi lasciare andare e si permette addirittura di intromettersi nel loro matrimonio, dando dei consigli. Hélène non è adatta a vivere in campagna, a suo parere, i coniugi dovrebbero trasferirsi vicino a Parigi, perchè una donna come lei è fatta per vivere in città.
Charles lo uccide spaccandogli la testa e getta il corpo in fondo ad un lago.


Quando Hélène troverà, nella giacca di Charles, una foto del suo amante con l'indirizzo scritto sul retro capirà tutto. Eppure, senza bisogno di parole, dimostrerà la sua solidarietà al marito bruciando quell'indizio.
Nel momento in cui gli interrogatori della polizia si fanno più insistenti il film si chiude, con un finale che più aperto non si può. Sia dal punto di vista della scrittura: Charles sarà arrestato? Il suo omicidio è stato scoperto? Non ci viene detto. Sia dal punto di vista della messa in scena, con una memorabile sequenza finale che non ci svela, tramite un trucco di regia, se i due sono destinati a riavvicinarsi o ad allontanarsi.


Dramma della gelosia? Tendenza tutta maschile ad affermare la "proprietà" su una donna ed il corrispondente diritto ad escludere tutti gli altri? Felicità della donna quando scopre che il suo uomo - che pure tradisce - è disposto finanche ad uccidere per il suo amore? Sono clichés della mentalità piccolo borghese che il film non eslcude ma certo nemmeno enfatizza.
Forse quello che Chabrol ha voluto mettere in scena - riuscendovi alla grande - è semplicemente la forza dell'amore (le ultime due battute del film sono un "Ti amo" reciproco); quell'amore che, se davvero autentico, è anche senza limiti, arriva a travolgere tutto: regole sociali, leggi, obblighi morali. Ma anche a far perdonare tutto: tradimenti, omicidi, meschinerie. Niente ha più importanza, niente deve essere giudicato, quando di mezzo c'è l'amore.
E il bello del film è che tutto avviene incredibilmente sotto tono, in maniera riflessiva, senza scenate ed isterie.
L'unico momento di ira lo si ritrova davanti al bambino, il quale - ovviamente - non riesce a leggere in quella tensione momentanea un'esplosione di ritrovata (e silenziosa) complicità fra i genitori. Per lui, è soltanto una macchia nel loro meraviglioso e ricco mondo del "Mulino Bianco". Gli manca un pezzo per completare il puzzle.

sabato 31 gennaio 2009

Le promeneur du Champ de Mars - R. Guédiguian (2005)

La morte di un presidente è pur sempre la morte di un uomo. Con i suoi errori, le sue menzogne, le sue banalità e la sua sconfitta inevitabile contro la malattia. Ma anche la sua esperienza e, nel caso di Mitterrand, il suo fascino intellettuale ed il fardello di scelte importanti sulle spalle. E allora, il vecchio che, appoggiato al suo bastone, su una panca del giardinetto pubblico, ripensa ai 14 anni del suo "regno" e, volgendosi indietro, si felicita come un pensionato qualunque perché il suo Paese ha vissuto anni di pace e serenità, contrasta enormemente con l'idea di potere che ci potremmo fare. Mitterrand si considerava l'ultimo "re" di Francia: dopo di lui, dice, sarebbero venuti solo piccoli tecnocrati ed il mondo (e con esso le persone) sarebbero stati definitivamente abbandonati alle regole spietate di un mercato e di una globalizzazione inarrestabili.

Tutto quello che è nelle possibilità del capo di uno dei più longevi presidenti socialisti dell'occidente, a cavallo del crollo del blocco sovietico, pare dunque essere l'affidarsi a qualche articolo sui giornali, a poche dichiarazioni, ad un messaggio augurale per l'anno nuovo, alle chiacchierate con un giovane giornalista-biografo. Tutto questo, nell'ottica di un regista-comunista, come si definisce Guédiguian, non può non risultare sconsolante. E non può non spingere a riflettere: chi ha in mano le redini del potere? Chi decide le sorti delle nazioni, anche importanti ed influenti? Che senso ha parlare di democrazia ed elezioni se poi a tirare le fila sono meccanismi del tutto estranei alle regole del gioco? E se i presidenti, soprattutto quelli eletti con grandi speranze di cambiamento, si riducono infine ad un ben triste autocompiacimento accompagnato da una cinica disillusione sulle possibilità concrete di una politica radicalmente opposta al liberismo sfrenato?


Guédiguian, che ha tratto liberamente la storia da un libro, si sofferma a lungo sui tratti umani del presidente (un credibilissimo ed eccezionale M. Bouquet), tralasciando invece tutto ciò che riguarda il lato decisionale. Non entriamo mai con la macchina nella "stanza dei bottoni", non sentiamo del presidente che qualche discorso pubblico di routine. Dunque il suo è un giudizio tenero, quasi affettuoso, a tratti riverente. E' lo sguardo di un giovane (il giornalista, J. Lespert) che cerca di fare chiarezza su alcuni aspetti della vita e della storia di Mitterrand, finendo però inevitabilmente sopraffatto dal lato culturale e tenero di questo vecchio uomo che sapeva già che sarebbe morto poco tempo dopo aver lasciato la carica. E allora, a lasciare il segno sul giovane, ben più che i racconti della guerra e del governo di Vichy - sui quali otterrà ben poco - sono invece le massime, le pillole di saggezza, la personalità complessa, ferita, intricata di questo uomo.

Volutamente evitata - o meglio, appena accennata nella figura della giovane moglie di J. Lespert - la frattura operata con il Partito Comunista francese - condannato alla scomparsa -, che avrebbe portato il regista probabilmente ad uno sguardo decisamente più critico e severo nei confronti del presidente, tutto il film si concentra invece sul suo declino fisico e politico, fra le accuse dei suoi avversari e l'avanzata dolorosa del cancro alla prostata. Al giornalista fortunato, cui è toccato in sorte di raccogliere l'ultima testimonianza di quest'uomo di potere, non resta che prendere appunti e registrare quasi senza riuscire mai ad interloquire e, questa è l'impressione che ci lascia, senza nemmeno capirci un granché. Preso dalle turbolenze della sua vita (un figlio, una separazione, un nuovo amore), pare via via abbandonare la passione iniziale per la politica e riorientarla verso la propria vita.
"Tu sei troppo sentimentale", ripete spesso al giovane l'anziano presidente. Generazioni diverse, si potrebbe rispondere, l'una discendente delle disillusioni, delle pochezze e degli errori dell'altra.