domenica 21 settembre 2008

Clando - J.M. Teno (1996)

Lavoro complesso, questo film di Jean Marie Teno, che si apre e si chiude con una camera-car in mezzo a strade trafficate e polverose e che nella parentesi compresa in mezzo ci racconta – con una struttura narrativa densa di flashback, che richiede l'attenzione dello spettatore anche per il continuo mostrarsi di particolari che poi si rivelano importanti – il percorso umano e politico del protagonista: Sobgui, informatico camerunese arrestato e torturato per la contiguità con gli oppositori al "regime democratico" di Paul Biya, quindi licenziato e finito quasi per caso a fare il tassista-clandestino (senza licenza) per campare e mantenere la famiglia.
È un film duro, a tratti molto politico, sicuramente problematico, ma in cui alla fine Teno non esita a prendere posizione. In apertura siamo in Camerun, a metà degli anni '90, ed il fenomeno dei tassisti clandestini – che fa ovviamente molto arrabbiare quelli in regola – pare dilagare. La polizia, però, anziché perseguire i tassisti abusivi, sembra invece essere solidale con loro.
Si tratta probabilmente di uno dei numerosi casi – diffusi dappertutto si viva male e in Africa purtroppo particolarmente frequenti – di illegalità tollerate in quanto sistema di "ammortizzazione sociale", che impedisce l'accendersi di rivolte molto più pericolose per i governi rispetto ad un semplice sciopero dei tassisti regolari che al massimo finirà per aumentare ancor di più la guerra tra poveri e dividere il popolo.
Ancora una volta, dunque, a confermarsi è il fatto che parole quali giustizia, legge, rispetto delle regole siano in realtà vuote e pronte a riempirsi di significati diversi, a seconda delle diverse convenienze di chi ha il potere tra le mani e come unico obiettivo quello di tenerlo.
Sobgui è un giovane sposato, ha un lavoro, è informatico, ma ha anche il grave difetto di fare politica e di farla dalla parte "sbagliata", cioè quella contraria al repressivo presidente. Non compie gesti violenti, ma si limita ad aiutare degli studenti nella stampa di alcuni volantini. Tanto basta per farlo rapire e torturare con bastonate sotto le piante dei piedi.
Rinchiuso in carcere a tempo indeterminato, senza processo né avvocato, viene infine liberato una volta che le elezioni nel Paese sono passate e, dunque, la "democrazia" è stata riaffermata con il voto popolare (che ovviamente ha dato la vittoria al presidente).
Stanco del clima di violenza che si vede attorno, sconvolto per quanto ha subito, per i tradimenti, le soffiate, le vendette, i giochi sporchi e la corruzione, avvelenato da tutto questo, Sobgui decide di partire verso la Germania. Là, precisamente a Colonia, incontrerà un gruppo di attivisti che si occupano della tutela dei rifugiati e cercherà la vicinanza e l'appoggio della comunità camerunese.
Da questo momento, dalla decisione di partire, tutto il film è diviso in due parti: da un lato il presente a Colonia, con l'affetto di una ragazza del gruppo di attivisti e la vicinanza della comunità camerunese e dall'altro il ricordo – che piano piano riaffiora, con tutto il suo carico di angosce – di quello che gli era successo dopo il rapimento e le torture.
A costituire il "filo rosso" che tiene assieme questa struttura intrecciata di flashback sono una leggenda che parla di un cacciatore che lascia il proprio villaggio per cercare cibo e torna sporco, affamato e semi-incosciente, senza aver catturato nemmeno una preda, e l'incubo ricorrente di Sobgui: dentro un furgoncino della polizia, un ragazzo tiene in mano una pistola e la punta contro la guardia che sta guidando. Alcuni prigionieri lo incitano: tira, tira. Un paio di mani – fra cui quella di Sobgui – sembrano invece bloccarlo ed invitarlo a riflettere.
È questa la chiave politica del film: è su questi due binari che si sviluppa tutto il processo di rielaborazione e maturazione del protagonista. Da un lato, la scelta se aspettare che la situazione nel proprio Paese cambi, come fanno molti (per debolezza, convenienza o semplicemente paura) rischiando così che sia il sistema a cambiare la gente, oppure la scelta della lotta e della resistenza armata, contro presidenti dispotici, appoggiati dall'Occidente, ed élites corrotte che costringono la stragrande maggioranza della popolazione ad accontentarsi di un futuro miserrimo e privo di libertà.
Dall'altro, il ragionamento sul senso del "partire", del lasciarsi dietro le spalle un incubo (una prigione all'aria aperta, una repressione continua, come Teno ci dipinge il Camerun di quegli anni) per poi ritrovarsi in un posto che non ti accetta, che ti chiede (attraverso l'imperativo dell'integrazione) di rinnegare tutto ciò che ti appartiene, per poi comunque non accettarti e trattarti sempre e solo come un "negro".
Questi due filoni – la legittimità o meno della ribellione violenta e la rinuncia o meno al proprio mondo per "integrarsi" in un altro – sono affrontati con maturità da Teno che ne fa l'oggetto di interessanti ed animate discusisoni che Sobgui ha rispettivamente con la ragazza tedesca con cui inizia una relazione e con Rigobert, un connazionale più vecchio ed enormemente disilluso, divorziato da una donna tedesca, con dei figli "bravi tedeschi" che non può nemmeno vedere.
Le teorie del socialismo africano, la fragilità del migrante – a maggior ragione se vittima di tortura – sempre alle prese col proprio passato, ma anche gravato delle aspettative che i parenti hanno su di lui, l'ammirazione ma al tempo stesso la rabbia verso l'Europa, il furto continuo (di giovani, di culture, di idee) che l'Africa è tuttora costretta a subire sono altri temi importanti che il film suggerisce senza poterli approfondire.
Jean Marie Teno, documentarista impegnato, alle prese per la prima volta con un racconto, dopo averci mostrato il processo di maturazione di Sobgui, averne sottolineato i dubbi e le incertezze, chiude in maniera piuttosto netta, addirittura spiazzante rispetto alla problematicità messa sullo schermo fino a quel momento. Sobgui decide. Decide di rientrare a casa e che è arrivato il momento di passare all'azione.
"Non voglio più attendere"

venerdì 19 settembre 2008

Les indigènes - R. Bouchareb (2006)

Si sono sentiti e letti commenti molto divergenti su questo lavoro del regista francese di origine algerina Rachid Bouchareb, i cui 4 protagonisti hanno vinto assieme il premio per il miglior attore al Festival di Cannes 2006 (più modestamente, il film si è aggiudicato lo Human Rights Nights Festival di Bologna di quest'anno). In particolare, l'accusa da alcuni rivolta a Bouchareb è quella di aver omaggiato i soldati africani (pieds noirs) che, dalle colonie francesi, si sono arruolati fra le truppe alleate contro gli invasori tedeschi, senza metterne in risalto le bestialità, che ritroviamo invece in opere come La Ciociara. Il più grande pregio del film, al contrario, secondo altri, è proprio quello di aver squarciato un velo su una pagina di storia dimenticata e di aver reso giustizia a uomini coraggiosi, disinteressati, quanto maltrattati dallo Stato francese che ha sempre disconosciuto i loro meriti e per anni ha bloccato le loro pensioni (e tuttora latita).
La visione che qui si propone è leggermente diversa, in quanto ciò che interessa sottolineare, all'interno di quello che potrebbe essere considerato solo l'ennesimo film di guerra – con tutto il patetico e celebrativo che si accompagna generalmente a questi film -, non è tanto se i soldati maghrebini fossero "buoni" o "cattivi", quanto i meccanismi ingiusti e prevaricatori che stanno alla base di tutte le gerarchie militari e di tutte le guerre, anche quelle giuste, come la liberazione dell'Europa dal nazifascismo può certamente essere definita.
Il film si apre nell'Algeria colonia francese, in cui vengono chiamati alle armi giovani che per scappare alla miseria o trovare una propria possibilità di affermazione accettano di partire volontari dopo un sommario addestramento. Fra inni ridicoli e primi pentimenti, il gruppo è pronto per salpare in direzione dell'Italia, quindi - tra '44 e primi del '45 - della Provenza e dell'Alsazia. A distinguersi sono particolarmente Said, per la sua ingenua bonarietà ed il suo servilismo – che lo porteranno ad essere il "preferito" del sergente Martinez, guadagnandosi così gli sberleffi machisti dei commilitoni che lo chiamano Aicha – e Abdelkaber, per il coraggio, la cultura, la consapevolezza dei propri diritti e le capacità comunicative. Ma in un esercito, a maggior ragione se in guerra, non c'è spazio per la cultura e la giustizia sociale: tutte le richieste di Abdelkaber – che ai soldati sia insegnato a leggere, che a lui, maghrebino, sia permesso di procedere in carriera come ad un francese, che anche agli africani sia concesso di andare in licenza come ai francesi – sono sistematicamente frustrate da un ambiente che annulla le personalità rilevanti, ambiziose, o semplicemente non-disumane (come lo stesso sergente Martinez, anch'egli vittima del meccanismo), perchè ha bisogno di marionette, di carne da macello, di miniature da guardare con il binocolo mentre, decimate passo dopo passo, avanzano verso l'obiettivo.
La storia, per quanto inevitabilmente di parte, è assolutamente vera e comune a tutte le guerre, da che mondo è mondo, almeno fino a che le guerre si combattevano corpo a corpo: i soldati vengono mandati allo sbaraglio ed i compiti più rischiosi sono affidati ai più disperati, ai meno preparati, ai disorganizzati.
Il film, nonostante l'enorme costo, scorre liscio, senza infamia e senza lode. Fino all'ultima scena: un déjà vu che Bouchareb si poteva anche risparmiare rendendo la stessa emozione in altro modo.
Il cinema – quello dei grandi – ci insegna che per raccontare storie diverse, da altri punti di vista, è possibile (anzi, consigliato) allontanarsi dai soliti cliché, dalla solita retorica, dai soliti stacchi fra le inquadrature. Un film "alla Spielberg", lo gira meglio Spielberg. Ottimo risultato di pubblico.

sabato 13 settembre 2008

La terra degli uomini rossi (M.Bechis) 2008

Presentato all'ultimo festival di Venezia, dove è stato accolto da lacrime e standing ovation ma non premiato, La terra degli uomini rossi non convince appieno. Il tema di fondo non è troppo originale, per quanto costantemente ignorato dai mass media e relegato a quell'informazione "di nicchia" che a volte rischia – paradossalmente – di far bollare in maniera automatica i propri contenuti come noiosi, poco interessanti, oppure di parte. Bechis ha sicuramente il merito di portare questo argomento ad un pubblico più vasto ma, per farlo, deve ricorrere a qualche artificio di scrittura e di regia che rischia di rendere il film a tratti caricaturale, a tratti leggermente patetico. La requisizione delle terre agli indios nel Brasile – così come avviene ed è avvenuto in tutta l'America latina, che pure negli ultimi anni ha dato importanti segnali in senso opposto – è uno di quegli argomenti spinosi e delicati che dovrebbero invece interessare tutti quanti. Non solo per un istintivo – in chi ce l'ha – senso di vergogna per l'ennesima ingiustizia che l'uomo bianco, colonizzatore spietato e incorreggibile, perpetra ai danni di chi ha pochi mezzi per difendersi. Ma anche perchè, se la vogliamo mettere su un piano puramente ecologico, le popolazioni originarie riescono a tutelare l'integrità delle foreste, la biodiversità e la fertilità della Madre Terra molto meglio dei fazenderos bianchi, interessati solo alla deforestazione selvaggia per impiantare colture intensive, spremervi cereali (non per mangiarli, oggi va di moda trasformarli in benzina...) e, naturalmente, conservare coi denti e con le armi i privilegi acquisiti grazie ai soldi ed ai diversi "governi amici" che si sono succeduti nei decenni. Per fare tutto questo, occorre che chi potrebbe avere qualcosa da ridire sia esiliato, ridotto al silenzio, messo sulla strada dell'autodistruzione. Ecco a cosa servono le riserve per gli indios nell'America latina.


Privi di ogni possibilità di andare oltre una semplice sopravvivenza, gli indios aspettano solo di essere reclutati per un lavoro a giornata in qualche fazenda, tanto per guadagnare pochi spiccioli che serviranno ad acquistare la "dose" di superalcolico necessaria a sopportare meglio la vita. È normale che, in questo ambiente opprimente, siano i giovani a risentirne di più. Infatti, i suicidi si susseguono (non solo nel film, purtroppo: sono centinaia i giovani Guaranì-Kayowa che si sono tolti la vita negli ultimi anni, senza apparente motivo).
Particolarmente odioso, davanti a tali tragedie, risulta l'atteggiamento dei padroni bianchi e di tutto il loro entourage: la villa con piscina e la servitù, le escursioni truccate che offrono ai turisti prezzolando gli indios affinchè si mostrino come particolare esotico, le reazioni stupite ("Questi, se gli dai un dito, si prendono tutto il braccio") allorché un gruppo di indios decide che è ora di riprendersi il maltolto ed occupa una porzione – minuscola – di una proprietà per abitarci e coltivarla. E proprio questo rapporto ambiguo che viene a crearsi talvolta fra padrone-usurpatore (che fa passare veri e propri sfruttamenti per concessioni ed opportunità di guadagno) e sottomesso-recluso (che in certi casi accetta queste "concessioni" di buon grado) rappresenta l'aspetto più interessante del film.
La dignità di Nadio, che rifiuta di lavorare a giornata per i bianchi pur in cambio di parecchi (per gli standard degli indios) soldi, parte dagli stessi presupposti dei giovani suicidi: che vita è questa, sembra dire l'autorevole Nadio, vale la pena di essere vissuta così? O è meglio - ed è qui che sta la forza che lo distingue - morire nel tentativo di ribellarsi?
All'estremo opposto, la serva indios che lavora nella villa dei fazenderos. Accetta passivamente tutti gli ordini, manda giù insulti pesanti ed è costretta pure a subire in silenzio squallide attenzioni sessuali. Ma guadagna. La sua quotidiana fatica le permette di avere sempre il cibo a tavola e, magari, un giorno, di comprare ai figli quelle scarpe da ginnastica che sempre più faranno gola a giovani che con ogni probabilità non hanno più tanta voglia di girare scalzi e cacciare gli animali.


Il legame che, successivamente all'occupazione degli indios, nasce fra Osvaldo, giovane aspirante sciamano, e la figlia dei bianchi vuole forse essere un abbozzo di dialogo fra diversi, che – per come stanno le cose – è del tutto improponibile. Se si vuole parlare, conoscersi, accettarsi, è fondamentale innanzitutto essere su un piano paritario. Viceversa, come Osvaldo capirà tragicamente nel finale, le ingiustizie e le prevaricazioni sono destinate ad emergere, seppellendo ogni tentativo di dialogo.


Il film si chiude nell'incertezza fra la minaccia (degli indios) di rivolta permanente fino alla riconquista delle terre sottratte e la fiducia (dei bianchi) che tutto si risolverà nel giro di qualche mese. Chi ha ragione? Ai governi latinoamericani la risposta, nella speranza che esistano altre strade per restituire a popoli calpestati da secoli e pressoché annientati, dignità, diritti e quel minimo di "sicurezza" cui tutti avrebbero diritto, ma che da sempre, ipocritamente, si invoca solo a tutela dei più forti.

venerdì 5 settembre 2008

Roma ore 11 - G: De Santis (1952)

Non c'è solo il ritratto di un'Italia pre-boom economico in questo film di De Santis, maestro del neorealismo italiano. C'è uno sguardo sincero, duro, coinvolto ma mai accondiscendente su un piccolo universo femminile. Quell'universo che esce dalle case e dalla vita domestica e, un po' per necessità, molto per voglia di libertà ed emancipazione, cerca la sua strada nel mondo. Con trucchi, furberie, arroganza, ma anche con generosità, ironia ed un lucido distacco che permette di comprendere al volo come stanno le cose.

La storia prende spunto da un vero fatto di cronaca del gennaio 1951, dall'inchiesta realizzata dal giornalista Elio Petri (poi anche aiuto-regista), sceneggiata dallo stesso De Santis, assieme – fra gli altri – a Cesare Zavattini. Un'offerta di lavoro pubblicata su un giornale, per un posto da dattilografa presso lo studio di un ragioniere, attira giovani (e meno giovani) donne in numero enorme. Nessuno sa quante di preciso, ma c'è chi parla di centocinquanta, chi addirittura di trecento. Per un solo posto, del quale non si conosce esattamente nemmeno la paga.

Lo stesso ragioniere è sorpreso da tante candidate ("l'anno scorso per lo stesso annuncio si sono presentate in dieci", dirà alla fine al commissario): è un chiaro simbolo dei tempi che stavano cambiando. La fame di lavoro è tanta ed è sorprendentemente diffusa fra tutti i ceti sociali, dalla prostituta alla nobile in disgrazia. Il lavoro degli uomini, quando c'è, è saltuario e mal pagato e non vale più il vecchio discorso che "la donna si mantiene, non si manda a lavorare", con cui il padre di una delle candidate (Simona, Lucia Bosè) rimprovera il fidanzato scapestrato della figlia.

Le prove per l'assunzione, all'ultimo piano di una vecchia palazzina in via Savoia a Roma, si susseguono, mentre la fila, fuori dalla porta e giù giù fino all'ingresso del palazzo, si ingrossa sempre di più. L'attesa è pesante, da dentro si odono solo i ticchettii delle dita sui tasti della macchina da scrivere e le facce delle donne in attesa si tendono o si rilassano a seconda della rapidità con cui sentono premere i pulsanti. ("Questa non è proprio brava", "Questa non la batte nessuno",..). L'atmosfera si elettrizza quando il ragioniere esce dalla porta ed annuncia che non ha proprio tempo per provare tutte e che, a parte le prime 30 o 40, le altre se ne possono pure andare. Luciana (Carla Del Poggio), con uno stratagemma, passa avanti a tutte e sostiene la prova, fra la rabbia generale delle colleghe, che la ricoprono di insulti all'uscita. Giustificarsi dicendo che "io c'ho bisogno perchè mio marito è disoccupato" non le servirà a nulla, anzi aumenterà ancora la rabbia e la frustrazione delle altre: "che, noi non c'abbiamo bisogno?". Ne scaturisce un parapiglia, tutte vogliono passare davanti a tutte, la paura di restare fuori dalla prova è troppo grande. La ringhiera cede, poi la scala, gradino dopo gradino: è una tragedia. Decine di ragazze sono ferite e trasportate all'ospedale, dove una di loro morirà.

L'inchiesta del commissario si conclude velocemente, dopo aver ascoltato alune ragazze (fra cui Luciana), il padrone di casa, gli inquilini, il ragioniere e la guardiana del condominio. Per la delusione dei cronisti – che hanno bisogno del colpevole perchè "la gente vuol sapere con chi deve prendersela" - l'indagine si chiude senza "mostri" da prima pagina. Tutti se ne vanno, tranne una giovane donna che si ferma ad aspettare il ragioniere perchè "il posto da dattilografa c'è ancora, forse me lo darà". Ecco lo spunto per un bell'articolo di giornale che frse non sarà mai scritto. È evidente con quest'ultima scena il tentativo degli sceneggiatori di spostare l'indice dai protagonisti (sicuramente tutti un po' imperfetti) alla società italiana del dopoguerra, stretta nella morsa fra disoccupazione, miseria, ma anche grande voglia di riscatto, da un lato, e speranze vane, cocenti disillusioni, fastidiose ingiustizie dall'altro.


"Studio privato cerca segretaria bellissima presenza"

"Ma che vogliono dì con sta bellissima?"

"Vòddì che se una è brutta può pure morì dde fame"

martedì 5 agosto 2008

Les Biches (Le cerbiatte) - C. Chabrol (1968)

Insolito triangolo amoroso che si svolge fra Parigi e Saint Tropez, fra una ricca, annoiata proprietaria di uno Yacht club sulla Riviera (Frédérique), una squattrinata pittrice da strada (Why) specializzata nel dipingere cerbiatte (biches, in francese) ed un insipido ma bell'architetto (Paul).
Di insolito e degno di nota non c'è tanto il rapporto a tre, quanto il fatto che in esso (o meglio, sopratutto nel rapporto fra le due donne, Frèdèrique e Why, vere ed uniche protagoniste del film) si rispecchiano continuamente i rispettivi ruoli sociali e si riproducono – per quanto "addolcite" dal clima amoroso e dall'attrazione fisica – le dinamiche di oppressione, sfruttamento, accettazione passiva della propria situazione di inferiorità.
Se Frédérique, tuttavia, mantiene il suo superbo distacco e la sua altezzosità indifferente sino alla fine, il ruolo di Why, al contrario, si sviluppa nel corso della storia, e quella che sembrava una timida ed ingenua cortigiana, costretta a "servire" la sua padrona e ad accettare persino che quella le soffiasse sotto il naso l'uomo con il quale aveva iniziato una relazione, muta con decisione (anche se non con lucida presa di coscienza).
I suoi sentimenti ingenui ed i suoi comportamenti arrendevoli ("Why, tesoro, portami una birra", "Why, tesoro, cambia musica", etc..) cominciano lentamente – ma sempre più apertamente – a tramutarsi in invidia ed aspirazione a prendere il posto di Frédérique nella scala gerarchica e nella conseguente detenzione del potere.
Why comincia allora ad indossare i vestiti di Frédérique, a truccarsi come lei, fino ad arrivare all'epilogo drammatico ed alla vera e propria sostituzione fisica.





Frédérique amava circondarsi di una corte di valletti e buffoni che le allietavano l'altrimenti noioso inverno di Saint Tropez e che lei ricompensava con serate divertenti, champagne, denaro a fiumi. Why era solo un personaggio strambo in più, all'interno di questa compagnia di stupidi ricconi debosciati, che giocavano a fare la rivoluzione con le parole? O forse era qualcosa di più?
È molto difficile a dirsi, perchè i sentimenti di Frédérique non sono mai chiari, verso nessuno. Non sappiamo neanche se ne abbia.
Probabilmente, le persone sono solo un gioco per lei, delle simpatiche macchiette di cui disfarsi appena non se ne senta più il bisogno, oppure contrastino con i suoi piani.
Frédérique è un personaggio viscido, che lascia una scia di morbosità ovunque passa. Paul se ne accorge, pare anche irritarsi in certi momenti, ma è un debole e non riesce a sottrarsi al terribile gioco.
Why, invece, col suo nome che pare una domanda destinata a cadere nel vuoto, la rivoluzione violenta – tanto osannata dai libretti che amano leggere i vassalli della corte di Frédérique – la fa per davvero, con i fatti e non a parole.
Ma, trasportando su piano generale la vicenda privata, Why non si ribella per presa di coscienza dell'ingiustizia di questa situazione di squilibrio fra le parti, ma lo fa per follia, forse per invidia, certamente per brama di potere (qui rappresentato magnificamente dal potere sessuale, quello di decidere del corpo altrui: splendida la scena di Why lasciata fuori dalla porta della camera da letto a mangiarsi le dita).

Non c'è senso di giustizia in questo film di Chabrol, non c'è aspirazione a rapporti interpersonali paritari. Why è una povera pittice da strada che aspira solo a diventare la copia mal riuscita di una tristissima (ma ricchissima e dunque potentissima) donna borghese.
Why?

giovedì 31 luglio 2008

Rassegna Kubrick (21 luglio - 1 agosto 2008)


Dal 21 luglio al 1 agosto 2008 il Comune di Bologna ha proposto sul maxischermo di Piazza Maggiore una rassegna integrale dedicata al regista statunitense scomparso nel 1999. Tutte le proiezioni erano gratuite.




Per questo, dunque, voto 10 al Comune di Bologna.



Di seguito, alcuni accenni limitati ai primi tre lavori di Kubrick.











Killer's kiss (1955)



Il bacio dell'assassino




Kubrick ha appena 27 anni quando realizza - nel senso di: scrive, fotografa, dirige (in pochi giorni), monta (in dieci mesi!) – questo suo piccolo (appena 67 minuti), ma ben riuscito lavoro.







A colpire - a più di cinquant'anni di distanza - non è tanto la trama, basata su un intreccio tutto sommato banale, equivoci, contrapposizione buoni-cattivi, lieto fine, quanto la forma, decisamente più all'avanguardia del contenuto.

Alcune scene, per come sono girate, "parlano" molto più dei dialoghi: il primo incontro fra il pugile (Davy) e la ragazza (Gloria), il breve tratto di strada percorso assieme e poi la separazione. Gloria incorniciata nello specchio mentre Davy parla al telefono dopo la sconfitta che ha forse chiuso la sua carriera. La corsa di Davy sul tetto alla vana ricerca di un rifugio e la successiva lotta fra i manichini, con esito drammatico. L'arrivo di Gloria alla stazione, a riempire quello spazio vuoto che aveva accompagnato il triste pugile durante tutto il flash-back.

Voto: 6.5/10








The Killing (1956)



Rapina a mano armata


Appena dell'anno successivo, The Killing ("Rapina a mano armata") appare già di un livello decisamente superiore. Una banda di normali "onesti" cittadini – ognuno con un diverso motivo per rubare – compie un audace e complicato furto all'ippodromo, impadronendosi di due milioni di dollari. Purtroppo, un componente della banda (il cassiere dell'ippodromo) si rivela fin da subito inadeguato e, a causa della sua inettitudine e della sua incapacità di tenere a freno la lingua con l'avida moglie, il colpo – comunque riuscito – si trasforma in una tragica mattanza al momento della spartizione del bottino.

Kubrick sceglie qui di raccontare la storia dal rispettivo punto di vista di ogni appartenente alla banda. Lo fa con lunghi piani sequenza ed un montaggio a ritmo molto meno serrato rispetto al precedente Killer's kiss. A volte, proprio per la scelta di raccontare l'avvicinarsi del colpo da tutti i punti di vista, rischia anche di essere un po' didascalico. Tuttavia, la trama è appassionante, i dialoghi assolutamente brillanti (meravigliose le stoccate di Sherry, l'avida moglie del cassiere, indirizzate al marito) e la critica a certi vizi delle società "ricche" comincia a farsi sentire.

Con The killing, Kubrick, a soli 28 anni, è uno dei registi americani più affermati.

Voto: 7.5/10







Paths of Glory (1957)
Orizzonti di gloria


Con "Paths of Glory", Kubrick (30 anni prima di Full Metal Jacket) si immerge nel melmoso mare del militarismo, ci mostra splendidamente la sua assurdità, ed ottusità e se ne ritrae salvando perlomeno gli uomini. I fatti sono realmente accaduti: durante la prima guerra mondiale, dopo due anni di estenuanti battaglie di trincea, dal comando francese arriva l'ordine di prendere il decisivo "formicaio", postazione strategica e saldamente in mano ai tedeschi. L'attacco fallisce miseramente ed i capi, per "alzare il morale delle truppe" (sic!), oltre che per riaffermare la propria autorità e dare una punizione esemplare, decidono di fucilare 3 soldati, scelti a caso fra i sopravvissuti all'attacco.
È molto più che un film di guerra: è un film sulla società (e sulla sua stratificazione sociale), che prende a pretesto e a modello (negativo) il mondo militare, perfetto allo scopo con la sua ripetizione stupida di formule, la negazione dell'intelligenza, la necessità di una cieca obbedienza ai superiori, l'osservanza di regole che negano l'individualità,...in poche parole: un sistema che crea un insieme di regole e comandi per conservarsi vivo ed immutabile nella sua gerarchia, facendo leva sulla paura e sull'oppressione per garantirsi il necessario rispetto. Ammantandosi al tempo stesso di un contorno di parole come giustizia, onore, sacralità, famiglia. Meravigliosa la sequenza del generale che passa in rassegna le truppe – accompagnato da una pomposa marcetta che ne sottolinea, ridicolizzandolo, l'andamento fiero ma pronto a chinare paurosamente il capo ad ogni scoppio di bomba – e si ferma davanti ad alcuni soldati (sfiancati, demoralizzati, distrutti), ripetendo banalità del tipo "Pronto ad ammazzare altri tedeschi? Tua moglie sarà orgogliosa di te".
Bello il contrasto fra i movimenti rigidi, le divise eleganti, le frasi formali, i pranzi e le feste mondane di chi sta al vertice della piramide e le immagini di chi sta "in basso", in trincea, che striscia, inciampa, si ubriaca, in definitiva muore in vari modi.

Voto: 9/10

lunedì 28 luglio 2008

Samba Traoré - I. Ouédraogo (1992)

Samba Traoré è un giovane abitante di un villaggio africano che, trasferitosi in città per lavorare, commette una rapina in una stazione di servizio con conseguenze drammatiche, riuscendo tuttavia a mettersi in salvo con una valigetta piena di soldi. Tornato al proprio villaggio, è accolto con grandi feste da amici e genitori.
Pur cercando in ogni modo di dimenticare l'origine della sua fortuna (tanto da andare su tutte le furie quando qualcuno osa domandarglielo), Samba certo non si trattiene dallo spendere cifre folli, per acquistare bestiame per il villaggio e far costruire un bar da gestire assieme all'amico d'infanzia Salif.
Fra i sospetti – e talora l'invidia – dei compaesani, che non si capacitano di quanto sia riuscito a guadagnare lavorando in città, Samba si innamora di Saratou, la bella del villaggio, e la sposa. Quella che potrebbe essere una felice storia familiare si disintegra quando Saratou resta incinta: Samba (ancora ricercato) si rifiuta di accompagnarla in città per partorire, e suo padre, scoperta l'origine sporca della sua ricchezza, dà fuoco alla casa del figlio. L'arrivo della polizia al villaggio e l'arresto di Samba chiudono il film e con esso il cerchio che dall'errore - grave - porta necessariamente, dopo una rapida ascesa ed un'ancor più ripida discesa, alla giusta punizione (almeno nei film....).
E' tutto incentrato sul personaggio principale, questo lungometraggio del burkinabé Ouédraogo, premiato a Cannes nel 1990 per Tilai ed autore di spicco nell'odierna cinematografia africana.
Nonostante il reato e le menzogne, Samba è un personaggio positivo, solare. Il suo furto, per quanto spregevole, non è finalizzato ad un egoistico arricchimento.
Al contrario, Samba spende con generosità per migliorare la condizione di vita del suo villaggio e della sua famiglia, oppure per assecondare un sogno da ragazzini, cullato assieme all'amico più caro. Proprio per questo, Samba Traoré ci ricorda l'estrema difficoltà di migliorare la propria condizione di vita per chi è privo di mezzi ed il costante scontro fra tentazioni di benessere e regole della pacifica convivenza. La vendetta e la punizione non tardano ad arrivare, neanche quando l'autore dello sbaglio (pur non essendo un Robin Hood!) ha buone intenzioni.
I protagonisti di questo racconto sembrano accettarlo: Samba deve pagare, ma il finale – sopratutto se paragonato alle scene del primo sgretolarsi della felicità – è decisamente lieve e sereno: Saratou promette che aspetterà la fine della pena, i suoi amici saranno pronti a riabbracciarlo.
Film dalla trama semplice e lineare, regia più complicata, piena di piani-sequenza, con buie scene notturne o luminosissime inquadrature quasi accecate dal sole africano. È come se Ouédraogo volesse dirci che anche le regole più semplici (chi sbaglia paga) possono esserlo molto meno, se osservate attraverso altri canoni. Conseguentemente, la morale è decisamente meno chiara rispetto ad altri film africani. Film maturo.

mercoledì 23 luglio 2008

Faraw! Une mère des sables - A. Ascofaré (1997)

Raro esempio arrivato in Italia di film maliano, questo di Ascofaré è tuttavia soprattutto un film sul deserto e sulla sua immensità, sui suoi abitanti e le loro quotidiane fatiche, sui cosiddetti "aiuti" occidentali e le loro ripercussioni talvolta traumatiche.
Zamiatou è madre di una bella giovane e di due piccoli maschi pestiferi. Da sola, deve accudire il marito (infermo fisicamente e mentalmente dopo essere stato rinchiuso in prigione), allevare i figli (badando che non si ammazzino, nel frattempo), preservare l'integrità della figlia. Tutto questo senza un soldo, dal momento che la pensione per suo marito, più volte promessa, non è mai stata versata.
Gli unici momenti in cui le autorità maliane mostrano di esistere sono infatti quelli dell'imprigionamento del marito di Zamiatou e dell'attesa vana di ricevere perlomeno un minimo indennizzo sotto forma di pensione. Come se non bastasse, il mercante del villaggio si rifiuta di fare credito a Zamiatou (che pure lo implora e lo prega), poiché – dice l'uomo – "i soldi sono ormai la mia unica religione".
Una soluzione ci sarebbe: concedere alla figlia il permesso di lavorare presso "gli stranieri", i cooperanti francesi. Ma Zamiatou sa bene cosa significherebbe per sua figlia: diventare un gioco, un passatempo, un oggetto esotico da esporre in salotto o una moderna schiava: dal pavimento fino al letto il passo è breve.
Il film, che scorre tranquillo e lento, tocca il momento di più alta drammaticità proprio allorché le due donne – con la ragazza inevitabilmente attratta dalla prospettiva di un lavoro, di un guadagno e forse anche di un altro mondo (V: "La noire de..." di O. Sembène) litigano e si azzuffano davanti alla villetta di un cooperante che aveva sbattuto loro in faccia una quantità di banconote probabilmente mai viste prima.
Respinto l'assalto, la famiglia è comunque senza speranza: Zamiatou però non si dà per vinta e, con sforzi immani, riesce a trovare un'altra fonte di reddito e, in questo modo, a responsabilizzare la figlia e farla crescere. Finale moralistico e dalle pretese educative.
Bella la fotografia, che esalta la maestosità del deserto del Sahara, vero ed incontrastato signore dell'Africa saheliana, dove elementi come un asino o un otre d'acqua possono rappresentare davvero il discrimine fra la vita e la morte (o una vita buttata).

domenica 20 luglio 2008

Un condamné à mort s'est échappé - R. Bresson (1956)

Tratto da un racconto autobiografico, Un condannato a morte è fuggito (o "Il vento soffia dove vuole", secondo il titolo alternativo) è un film che riesce a creare pathos pur senza mettere mai in dubbio il finale (del resto, il protagonista è la voce narrante) e partecipazione ed immedesimazione dello spettatore pur senza mai mostrare i momenti più duri e violenti, anzi nascondendoli volutamente con fuori vista, fuori campo e dissolvenze.
Bresson lavora molto con il sonoro. La macchina è sempre assieme al protagonista e la maggior parte del racconto si svolge nello spazio ristretto della cella oppure davanti ai lavandini del carcere: è il fuori campo a "parlare". Si avverte l'avvicinarsi delle guardie con un rumore di chiavi sbattute contro la ringhiera delle scale, oppure di passi che si avvicinano dietro la porta. L'azione finale si decide ascoltando i passi del soldato che fa la guardia, oppure il cigolio della bicicletta della ronda, sfruttando lo sferragliare del treno per coprire la fuga. La lenta manomissione della porta è messa in pericolo dal silenzio nelle celle, coperto affannosamente da qualche colpo di tosse. Le comunicazioni e la solidarietà fra prigionieri - anche se qualcuno pare essersi rassegnato al proprio destino - nascono da colpi di nocche sul muro della cella oppure da bisbiglii negli spazi comuni del bagno.


Fontaine è un prigioniero politico, incarcerato dai nazisti occupanti la Francia. Non è un eroe, semplicemente è un uomo che non si arrende, che ha ancora voglia di lottare, che ama mettersi alla prova, ingegnarsi, come se quello della fuga – peraltro maldestramente tentata anche all'inizio del racconto – fosse un gioco, una sfida di intelligenza e scaltrezza e non l'unico modo per sottrarsi ad un'inevitabile fucilazione.
Tanto che, una volta architettato l'ingegnoso piano, Fontaine non si decide mai a metterlo in pratica, come se gli mancasse davvero il coraggio di portare a termine la sua opera. Non siamo dunque in presenza nemmeno di uno spavaldo prigioniero che fa leva sulla sua forza fisica per fuggire. Fontaine, anzi, pare tanto geniale e meticoloso nella preparazione, quanto piuttosto impacciato nella messa in atto. La fuga ha successo solo perchè Jost, giovane compagno di cella dell'ultim'ora (e del quale all'inizio Fontaine non sa se fidarsi o meno, ma al quale è quasi costretto a raccontare tutto), decide di unirsi al progetto, rivelandosi fondamentale.



Regia semplice, rigorosa, che dedica grandissima attenzione ai particolari: il mozzicone di matita, il cucchiaio, i ganci della lanterna, i bigliettini scambiati nel bagno, il fil di ferro: tutti oggetti fondamentali alla fuga ed ai quali viene attribuita la giusta importanza.
Bresson costruisce così, con un sonoro efficacissimo ed inquadrature tanto semplici quanto azzeccate, un piccolo capolavoro del genere. Premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1957.


Vicino di cella: "Credi nei tuoi ganci e nelle tue funi, ma in te dubiti"
Fontaine: "Il difficile è decidersi"

giovedì 17 luglio 2008

Gomorra - M. Garrone (2008)

Best-seller mondiale, incredibile successo di pubblico e critica unanimi, il libro Gomorra – che è costato la libertà personale all'autore Saviano (1979), costretto a vivere sotto scorta – è stato tradotto per il cinema da Garrone con bravura estetica e registica, ma un pizzico di eccessiva "furbizia".
Il film scorre, persino troppo. Due ore e trenta che volano fra omicidi, spaccio all'aria aperta, musica napoletana, ragazzetti affascinati dai boss ed enormi difficoltà nel condurre una quotidiana vita che non sia scandita dai ritmi e dagli obblighi imposti dal "Sistema". Un sistema molto diverso da quello che siamo stati abituati a conoscere dalle inchieste sulle mafie: uomini d'onore, vita appartata, casa e chiesa, nascondigli e fughe improvvise.
I nuovi affiliati, i giovani, potrebbero essere ragazzi "normali": sono attenti alle mode, esaltati dalla "estetica" del criminale (quella dei film holliwoodiani, tanto per capirsi: armi in abbondanza, belle macchine, donne, palestra e centro estetico). Fanno una vita in tutto e per tutto "normale", in cui il datore di lavoro (che paga bene) è il Sistema, chi eroga pensioni e contributi a chi è in difficoltà è il Sistema. Le "agenzie di collocamento" sono il Sistema, i luoghi dove i ragazzini si formano le coscienze sono quelli del Sistema. Che è dappertutto, che fa affari con tutti: con lo Stato e con le altre bande. Che guadagna miliardi sulla pelle dei più a rischio: disoccupati cronici, tossicodipendenti, giovanissimi, immigrati irregolari. Infischiandosene ovviamente di tutto, a partire dalla salute dei propri concittadini, nei cui terreni sversa materiali tossici in abbondanza. Solo le guerre intestine possono turbare l'apparente serenità della vita regolata dal Sistema, che d'altronde le richiede (magari senza attirare troppa attenzione) per legittimarsi come strumento di oppressione del forte sul debole, costretto (più o meno con la forza) a farne parte, volente o nolente.
Garrone è bravo con la macchina da presa – per quanto ogni tanto un po' di mal di mare lo provochi – e ancor di più a contrastare proprio quella "mitizzazione" del malavitoso tipica di altri film sul tema. Tuttavia, a trovargli un difetto, questo film pecca un po' di autoreferenzialità, chiudendosi a riccio nelle storie che, fra tutte quelle del libro, sceglie di raccontare.
Saviano descrive la camorra come elemento strutturale di una società completamente votata al capitalismo più sfrenato e sregolato, ma al tempo stesso incapace, nonostante tutti questi soldi in circolo, di garantire prospettive oneste e dignitose ai propri giovani. Saviano parlava di merci, laboratori tessili, rifiuti tossici, appalti, anche in un'ottica "politica", cosa che invece Garrone sceglie di non fare (e che del resto anche con riferimento al libro probabilmente non è stata del tutto compresa).
La lotta al Sistema comporta anche una lotta ad un modello di sviluppo sbagliato, tutto incentrato sulle merci e sul denaro, che vede nelle persone (peraltro attirate da facili ed altrimenti impossibili guadagni, oltre che dalla smania del potere e dalla voglia di primeggiare) delle interscambiabili pedine prive della capacità e possibilità di criticare, contestare, ribellarsi.
Una macchina potente, un vestito griffato (anche se fabbricato in condizioni disumane), un rifiuto in più prodotto (e non si sa come "eliminato") e tutto passa, al Sistema chi ci pensa? Siamo tutti coinvolti.

mercoledì 16 luglio 2008

Vivre sa vie (Questa è la mia vita) - J. L. Godard - 1962


Nanà è una giovane aspirante attrice che, non riuscendo ad affermarsi, campa lavorando in un negozio di musica e poi, quasi per caso, diventa una prostituta. Il suo "protettore" decide di venderla e, nella sparatoria che ne consegue con l'altra banda, Nanà viene uccisa.
Premio speciale della Giuria e premio della critica al Festival di Venezia, "Vivre sa vie" (Questa è la mia vita") è, come si capisce meglio dal titolo originale, il racconto "in 12 quadri" di una vita vissuta. Di una vita che non chiede compassione, ma nemmeno ovviamente giudizi e biasimo. Una vita che è la "propria" vita, dove quel "propria" può riferirsi a ciascuno di noi.
Nanà cerca di emergere come attrice, ma non è del tutto convinta dei metodi che le vengono proposti, come il posare svestita. Si dà da fare per sopravvivere e, con un'indifferenza apparentemente assoluta, comincia a battere. Non odia i suoi clienti, ma nemmeno prova piacere nell'andarci a letto o nel ricevere i soldi. Semplicemente, lo fa. Quello che più emerge del carattere della protagonista non è però la sua ignavia. La sua non è indifferenza. Nanà – che si commuove al cinema guardando "La passione di Giovanna d'Arco" - è anzi assolutamente convinta della responsabilità personale di ciascuno di noi in qualunque cosa facciamo ("Fumo una sigaretta? Sono responsabile") ed è conscia di come la fuga non sia altro che una mera illusione. Elogio al libero arbitrio forse non pienamente condivisibile, ma certo di indubbia efficacia.
Nanà è un'anima libera, che parla, balla e beve con tutti. Ma ha una grande difficoltà, che forse è quella che la porta ad essere così apparentemente passiva nei confronti di quello che le succede attorno: non riesce in realtà a dire le cose che pensa.
È questo – quello della incapacità del lessico di trasmettere fedelmente i pensieri – l'oggetto di una discussione che Nanà ha dentro un caffé con un anziano scrittore-filosofo, che le contesta l'assunto secondo il quale, in presenza di questa incapacità, sarebbe meglio vivere senza parlare. Le porta l'esempio di Platone, ancora perfettamente comprensibile a 2500 anni di distanza e benchè nessuno oggi parli più la sua lingua. Bisogna, dice l'uomo, diventare capaci di farsi comprendere perchè per comunicare e per pensare bisogna parlare. Tuttavia, per acquisire questa capacità non scontata, occorre "rinunciare un po' alla vita". Questo è il prezzo: parlare è un po' una "resurrezione". Occorre distaccarsi ed uccidere la vita quotidiana, piccina, per elevarsi alla vita dotata di pensiero e di profondità. Che presupppone necessariamente di passare dall'errore per arrivare alla verità: non c'è verità senza l'errore.

Dedicato ai "B-movies", Vivre sa vie pare proprio essere un tentativo (in questo, riuscitissimo) di Godard di mettere in scena alcuni modi "alternativi" per comunicare, in un mondo, come quello cinematografico (ma certo, potremmo elencarne anche molti altri), incatenato all'unico (mezzo di espressione del) pensiero dominante: quello del cinema americano classico. Con lunghissimi piani sequenza, campi e controcampi a panoramica, inquadrature dove chi parla è "impallato" dal suo interlocutore, etc. il regista (e scrittore, montatore) francese vuole dimostrare le infinite opzioni del linguaggio (anche) cinematografico.
I temi scottanti che il film tocca (la prostituzione, la libertà collegata a responsabilità, la necessità di uccidere la quotidianità per elevare il proprio pensiero), lungi dall'essere lasciati in secondo piano dal mezzo utilizzato, ne costituiscono invece il perfetto oggetto: anch'essi – in quanto più complessi – sono generalmente taciuti per adeguarsi ai temi dominanti, più facili, immediati, subito percepibili.

mercoledì 9 luglio 2008

Una vita difficile - D. Risi (1961)


Capolavoro di Risi (dalla sceneggiatura di Rodolfo Sonego) e sottile trattato sulla società italiana del dopoguerra e sugli anni della ricostruzione. Alberto Sordi in stato di grazia. Piani sequenza interminabili, difficili da sostenere in scena (ma in certi casi davvero memorabili e meritatamente entrati nella leggenda del cinema italiano) ed una recitazione superlativa, con monologhi lunghi, voce e gestualità spesso alterate dall'alcol, ne fanno una prova a dir poco sontuosa.
Silvio Magnozzi è uno scrittore partigiano, che scrive un giornale clandestino nell'Italia del nord occupata dai tedeschi. Catturato da un nazista nei pressi del lago di Como, non viene ucciso solo grazie all'intervento di Elena, figlia della proprietaria di una locanda, che riesce a nasconderlo in un mulino dal quale però lui scapperà dopo alcuni mesi per tornare a combattere assieme ai compagni.
Finita la guerra, Silvio - un pò cialtrone ma con le idee ed i princìpi ben saldi - scrive su "Il lavoratore", giornale della capitale. In redazione, nei rapporti con il direttore, comincia a rendersi conto di quanto sarà difficile mantenere purezza ed intransigenza e non scendere a compromessi con il nuovo potere, incarnato fin dal primo titolo di giornale negli americani.
Stanno arrivando la ricostruzione, la ricchezza ed il benessere. Ma forse, con esse, anche una società più ingiusta, iniqua e violenta, ben lontana dagli ideali di libertà ed uguaglianza che avevano animato la Resistenza.
La società (tipicamente italiana) del servilismo verso i più forti, dello scudo (crociato) a difesa delle "tradizioni" e della "famiglia". La società dell'assenza di un "qualcosa chiamato società" (M. Thatcher).
La società del trio Stato (potere), mercato (denaro), famiglie (individui, invidie, competizione).
Tornato a Cantù per un servizio, Silvio incontra di nuovo Elena che decide di scappare con lui a Roma. Passeranno momenti difficili, senza soldi né cibo, fra scarpe usurate e ristoranti che non fan loro più credito. Dopo la vittoria della Repubblica al referendum del '46(vissuta gioendo silenziosamente in casa di ferventi monarchici, davanti ad un abbondante piatto di pasta), Silvio si trova davanti ad un bivio decisivo per la sua vita: mentre Elena è incinta, gli viene proposto di non pubblicare accuse pesanti nei confronti di un potente in cambio di denaro per lui e terreni intestati al nascituro. Dopo un doloroso (e toccante) dialogo notturno con la moglie, Silvio rifiuta, testardamente e coraggiosamente, fa pubblicare e si ritrova condannato per calunnia e più povero di prima.
Incarcerato per due anni a seguito dell'arresto per un'occupazione della sede della Rai, Silvio non assiste nemmeno alla nascita del figlio, e viene ripetutamente lasciato in isolamento per la sua cocciuta abitudine alla ribellione e a non abbassare la testa, che non perde nemmeno in prigione. Dietro le sbarre, scriverà "Una vita difficile", romanzo autobiografico sulla Resistenza che sarà considerato eversivo da tutti gli editori cui si rivolgerà e sbeffeggiato da un mondo del cinema troppo attento a pompose ed autoglorificanti ricostruzioni storiche che ad osservare la realtà. Uscito di galera, perde il lavoro ed assiste all'arricchimento degli ex-colleghi ex-amici ed ex-compagni, che hanno capito in fretta da che parte tirava il vento ed ora sono ex-giornalisti ridotti a megafono dei potenti.
La moglie e soprattutto la suocera lo costringono quindi ad abbandonare ideali e scrittura – che, quando vanno a braccetto, non danno da mangiare! - ed a studiare per prendere la laurea e trasferirsi a lavorare a Cantù in un ufficio pubblico, con uno stipendio sicuro "ed una bella macchina: che nessuno dica che mia figlia ha sposato un pezzente!". L'esame di laurea si rivela una pesante umiliazione.
Piantato da Elena dopo l'ennesima sbronza depressa e delirante, Silvio finirà in fretta (quasi troppa: unica pecca nella scrittura del film) per vestire i ruoli del perfetto medio italiano (quasi "fantozziano", merdaccia e via dicendo) e, per amore, accetterà le peggiori umiliazioni pur di garantire a sé e soprattutto alla signora un futuro di tranquililtà borghese.
Illuminata parabola sugli italiani e l'italietta con piccola riscossa finale. Toccante il momento di debolezza a tu per tu con il figlio. "Io sono uno che non ha cercato la fortuna".

giovedì 26 giugno 2008

Fuoco fatuo - L. Malle (1963)

Alain è un alcolista che ci ricade. O forse un Peter Pan che non accetta di "crescere" se questo vuol dire rassegnarsi ad una vita mediocre. Oppure, è una persona molto sola e inaridita dalla vita. Più probabilmente, tutte e tre le cose messe assieme.

Tratto da un romanzo di La Rochelle ambientato nel primo dopoguerra, Fuoco Fatuo – vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 1963 – è una storia che lascia sgomenti. Non tanto per il finale, annunciato fin dalle prime battute, con tanto di inquadratura classica sulla pistola che diventerà protagonista della tragedia, quanto per la determinazione del protagonista, per la sua lucidità. Alain è stanco, stanco di tutto. Degli oggetti che lo circondano, dei rapporti superficiali, delle ipocrisie e della facilità e felicità apparente della vita di chi è più forte, più ricco, più affermato o semplicemente – ai suoi occhi – più rassegnato ad una vita borghese di lui. Alain rifiuta di invecchiare ("è difficile essere un uomo: bisognerebbe averne voglia"), ma forse ancor di più è ferito dall'aver sprecato i suoi anni migliori.
Alain non sa cosa cerca. Oppure sì: cerca un'avventura, una vita d'azione, dei rapporti intensi. Non si è reso conto di imboccare una strada senza uscita.
Ha passato la vita "ad aspettare le cose" così come le voleva lui, anziché a farle succedere. Poi, insoddisfatto di tutto, ha cominciato ad annegare nell'alcol la sua tristezza, finendo alcolizzato ancor prima di rendersene conto.

Alain ha paura, è terrorizzato dal non poter "mettere le mani su niente", dal non poter desiderare le donne: perchè sta invecchiando, perchè è senza soldi, perchè non si sente adatto a niente, perchè è un alcolizzato. E allora decide di farla finita, perchè non ne può più. Non sopporta più i suoi rimorsi, ma nemmeno di sentirsi sempre fuori posto.
Non accetta la gentile compassione che gli viene offerta dalle poche persone che ha vicino. Non gli basta, non lo soddisfa: il suo malessere è troppo profondo per trovare sollievo in questi palliativi borghesi. Alain aveva una sola voglia infinita: "volevo tanto essere amato che mi sembra di amare".
Tutto ciò di cui ha bisogno, ora, è la morte.

"Mi uccido perchè voi non mi avete amato, perchè io non vi ho amato. Mi uccido perchè i nostri rapporti furono deboli, e per rinforzarli lascerò su di voi una macchia indelebile"

martedì 24 giugno 2008

Les siestes grenadine - M: Ben Mahmoud (1999)

Les siestes grenadine (sieste-granatina) sono i primi giorni dell'autunno, quando fa ancora caldo ed i melograni maturano. Ed ancora i melograni sono oggetto di un'altra tradizione popolare che Ben Mahmoud ci offre: aprendone uno con le mani, per ogni chicco che cade in terra corrisponderà una lacrima versata.
È una riflessione scorrevole ed acuta questo lungometraggio del regista (e sceneggiatore) tunisino che non scade mai nel melodrammatico o nel banale, ma riesce ad essere lucido e coraggioso quanto basta per mettere in mostra e sbeffeggiare virtù e (soprattutto) vizi della società tunisina del finire del XX secolo. Il feroce razzismo ("la mamma del cretino è sempre incinta, dappertutto", si potrebbe dire), che relega i "negri" a macchiette puzzolenti o lavoratori umili. L'ottuso rigore con cui si seguono arcaiche e barbare tradizioni, appena mascherate – ma chi ci crede più? - da dettami religiosi. Il machismo. L'arrivismo e la falsità, la sete di denaro e la bella facciata da mantenere. Il tradimento privato e quello perpetrato dallo Stato nei confronti dei suoi cittadini, di cui finge di occuparsi amorevolmente, ma ai quali non lascia altra scelta che rischiare la vita di notte, a bordo di barchette, per tentare di raggiungere l'Italia. È la scelta che farà Chafik, giovane soldato per costrizione paterna, che diserta e parte, dopo aver fatto cadere un mucchio di semi aprendo un melograno. Non una buona partenza.
Soufiya è un'energica e vitale meticcia franco-tunisina, ma che si definisce "nera". Amante della danza africana e della cultura dell'Africa nera, in cui è cresciuta con il padre, soffre non solo per la mancanza della madre, ma anche per il razzismo, l'immobilismo e la falsità di cui si sente circondata e soffocata al momento del ritorno in Tunisia. Ma non perde occasione per farsene beffe ed approfitta di ogni circostanza per sfatare stantii luoghi comuni e remare controcorrente. Con quella verve e quel sorriso, d'altronde, niente sembra esserle precluso. Persino – ma questo il film non ce lo dice – un eventuale ricongiungimento (almeno temporaneo) dei genitori, davanti al suo coinvolgente saggio di danza finale, a Tunisi.
Wahid è un ricco possidente terriero tunisino, di ritorno dopo una lunga fuga nell'Africa occidentale assieme all'amata figlia Soufiya. Accecato da un amore bigotto nei suoi confronti, deciso ad impartirle un'educazione secondo i dettami religiosi e a fare di lei una "ragazza del Paese", egli non esita a rubarla alla madre francese, che tuttavia non demorderà e rimarrà sospesa come una minaccia per tutta la durata del film. Rientrato in patria, pronto alla nuova vita da educatore della figlia ed amante di una brillante – quanto odiosa, falsa e razzista – conduttrice di talk-show televisivi, Wahid – da uomo tutto sommato intelligente e colto – si accorgerà ben presto che anche le amicizie che appaiono più strette possono nascondere spietati interessi economici e che essere persone responsabili (e, si potrebbe aggiungere, persone di fede) non significa "belare col gregge".
Belli i dialoghi in più lingue (si alternano tunisino, francese, wolof e dialetti saheliani), belli i momenti di intimità: volutamente volgare ed ostentato quello quasi imposto a Wahid dall'amante, affascinante quello fra le due ragazze (Soufiya e Mabruka, la figlia del custode della proprietà di Wahid: ragazza tanto ignorante quanto imbevuta di autentica saggezza popolare), sensuale e malinconico quella fra Soufiya e Chafik.
È proprio il passaggio di quest'ultimo da Big-Jim in uniforme dell'esercito tunisino, spaventato da cosa penseranno di lui gli amici dopo che una ragazza l'ha preso in giro in diretta tv e sottomesso alle bieche volontà del padre a galante romanticone ed aspirante emigrante clandestino ("bruciatore della frontiera") a rappresentare forse il momento più problematico del film, quanto a solidità narrativa.
E tuttavia si deve gioire (e ben sperare per il futuro) del fatto che Ben Mahmoud ci dica che tante delle chiusure mentali e delle paranoie maschiliste e pseudo-religiose che strangolano buona parte delle società (mica solo quella tunisina) si poggiano in realtà su fondamenta così fragili e ridicole che basta davvero poco (ad esempio, una ragazza dal sorriso travolgente, il cui viso "ha illuminato la proprietà" [citazione di Io ballo da sola di Bertolucci?]) per sconvolgerle, abbatterle e cercare altri valori, più autentici. Purtroppo, in molti casi, con una fuga che non si sa bene dove porti.