lunedì 16 febbraio 2009

Sweet sixteen - K. Loach (2002)

Periferia di Glasgow, classi sotto-proletarie, giovani chiamati ad avere responsabilità e preoccupazioni da adulti, senza esserlo. Liam è il quasi-sedicenne di cui Loach sceglie di mettere in scena la storia, ma certo un film non dissimile sarebbe potuto uscire se la mdp avesse seguito l'amico Pinball, o la sorella Chantelle.
Loach, dunque - ed il suo sceneggiatore Laverty - decidono di occuparsi ancora di esclusi, emarginati, persone senza speranza di essere coinvolte dal benessere e dalla ricchezza che, nel 2002, parevano dover trasformare l'intero Vecchio Continente in una gigantesca, uniforme, agiata classe borghese.
Quella di Loach è perciò contro-informazione, ancor prima che cinema. Un'informazione che dà voce a chi tradizionalmente non l'ha. Dunque, se la visione non è rassicurante - non sarà un film a cambiare le cose - possiamo ritenere che si tratti perlomeno di un buon esercizio che i nostri politicanti, opinion makers, editorialisti di redazioni mainstream dovrebbero ripetere spesso. Giusto per sapere che di sicurezza, certezza, tranquillità non ne necessitano solo le classi ricche, i cittadini a tutti gli effetti.


Liam ha la madre adorata in carcere per problemi di droga, una sorella (con un figlio) che odia la madre, un padrino spacciatore che lo massacra di botte, un solo vero amico, Pinball, che tuttavia non esita - per troppo amore - a mettersi in mezzo ai suoi piani e rovinargli tutto. Liam ha un affetto morboso per la madre, che vede solo come vittima del perfido compagno Stan, mentre in realtà si tratta di una donna debole e schiacciata, incapace di vivere una vita indipendente, serena, come vorrebbe Liam che ha un solo sogno: comprarsi un prefabbricato sul fiume per andarci a vivere con la madre appena uscirà di prigione.
Così, dopo aver rubato una grossa quantità di eroina a Stan, Liam si butta sul mercato, in società con l'inseparabile Pinball. In poco tempo arriveranno a permettersi il prefabbricato e addirittura ad impensierire il boss locale che, per questo, li invita ad entrare nella sua squadra.
L'Al Capone di turno, però, ci metterà poco a capire che il vero leader è Liam, mentre Pinball è solo una spalla e, così, impone al pupillo di sbarazzarsi dell'amico. Pinball si vendicherà avventatamente.


Ormai nelle grazie del boss, Liam comincia a conoscere i piaceri che può garantire una simile protezione: quando sua madre esce dal carcere, il boss gli concede una meravigliosa casa nel quartiere dei ricchi e si preoccupa di levare dai piedi il compagno della donna. Passata la festa, però, dopo che per qualche secondo si era forse immaginato di poter riunire tutta la famiglia (madre, Liam, sorella e nipotino), in una bella casa borghese, il risveglio sarà brusco.



Piuttosto piatto registicamente, Sweet sixteen ha l'elemento più interessante proprio nella figura di Liam, giovane uomo senza futuro, ma disposto a tutto pur di conquistare un amore impossibile: quello di sua madre.

Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes.

sabato 14 febbraio 2009

Fame chimica (P. Vari - A. Bocola) 2003

Prodotto in cooperativa e sviluppato da un precedente documentario, "Fame chimica" è un piccolo, ben riuscito, lavoro italiano di riflessione sulle "periferie". Periferie d'Italia, periferie milanesi, periferie del mondo. Periferie non solo in senso fisico (quasi tutta la storia si svolge in Piazza Yuri Gagarin: "nome azzeccato, direi, con quello che ci metti ad arrivare in centro") ma anche psicologiche, di uomini frustrati, alla ricerca di capri espiatori per la loro vita di merda e giovani nullafacenti ed abbruttiti, tossici o bulletti.
Periferie culturali, fatte di razzismo, voglia di giustizia sommaria, botte.
Ma soprattutto, a sembrare periferico, qui più che altrove, è l'apparato statale. I tutori dell'ordine, capaci in realtà solo di intervenire per fare piazza pulita, rastrellare, portare qualcuno in Questura, rinchiudere. Oppure, ancora peggio, gli amministratori ed i politicanti, sempre pronti ad aizzare la folla per raccogliere consensi, cavalcare l'onda securitaria e razzista, dividere per controllare meglio. E poi non farsi più vedere.

Siamo a Milano, non Brasilia o Città del Messico. Eppure, nella periferia di una delle città più ricche del mondo, non c'è niente. Per i milanesi, per i meridionali, i meticci o gli immigrati. Nessuno ha niente da fare, se si esclude la comparsa di qualche caporale che offre un paio di giornate a scaricare, che di garantito hanno solo la schiena rotta, se va bene.
E così, poichè nessuno pare aver nemmeno voglia di fare qualcosa, i soldi per campare si fanno col metodo più veloce, da che mondo è mondo: lo spaccio di droga ("Stranieri o no, si è sempre trovato di tutto qui in piazza. Normale: finchè c'è chi compra ci sarà chi vende").
Li fa così uno dei due giovani protagonisti (Manuel, il capetto del quartiere), li fanno così alcuni stranieri, "affettuosamente" soprannominati "Casablanca" dagli sbirri.
Claudio, invece, figlio di un operaio invalido che deve mantenere, si fa il culo tutti i giorni nel magazzino di un supermercato, lavoratore appaltato ad una cooperativa di servizi, che in realtà di cooperativa non ha proprio un bel niente, ma si accontenta di svolgere il lavoro sporco per il padrone, che può tranquillamente godersi il panorama dall'alto del suo ufficio. Mentre sotto, dopo dieci ore di lavoro, si rischia la vita. Claudio questo non lo accetta. Così come è l'unico della sua banda a non accettare la deriva razzista dei residenti del quartiere che, sobillati dal gestore di un bar, chiedono a gran voce la creazione di un recinto per impedire agli stranieri di entrare nella piazza.


Manuel invece non si interessa a queste cose. Non riesce a pensare che esista un'altra vita, a parte quella del quartiere. Non è razzista come altri ma vede negli stranieri un pericolo per i suoi affari. Non esita a mettersi contro Claudio quando, nel mezzo di una rissa fra indigeni e stranieri, questi picchia un altro ragazzo del gruppo. Al contrario, non ha paura di rischiare grosso quando è Claudio che finisce in un'imboscata e si trova accerchiato da una banda di picchiatori dalle teste rasate.
E' lui, Manuel, il vero "eroe" da periferia. O meglio, come ci dice la VFC di Claudio (che a tratti appesantisce il film), il "prototipo dello zarro". Un eroe del tutto apolitico, privo di ogni scopo che non siano i soldi facili, lo scooter nuovo, lo sballo, le scopate nei cessi delle discoteche.
Ma con un senso incrollabile dell'amicizia e del territorio. In fondo, cos'altro gli rimane?

Non sarà dunque Manuel a voler cambiare il corso della storia: per lui il finale è già scritto, come probabilmente per molti altri componenti secondari della banda del quartiere.
Gli elementi perturbanti, che provano - volontariamente o inconsapevolmente - a cambiare le cose sono Claudio - che si ribella al razzismo contagiante ed al padrone -, alcuni fra gli immigrati del quartiere - che non accettano di essere tutti additati come delinquenti - e Maia (V. Solarino), bellissima ragazza spigliata e libertina che, come un fulmine, precipita sulla vita dei due protagonisti e in un certo modo la fulmina, accelerandone i rispettivi percorsi.

Colonna sonora per gran parte affidata a Luca "Zulu" Persico dei 99 Posse, sorta di sguardo critico sulle vicende del film, cui si perdona - grazie alla freschezza, alla credibilità, alla serie di spunti che comunque solleva - una certa ingenuità nei dialoghi.

domenica 8 febbraio 2009

Le diable probablement - R. Bresson (1977)


"Il diavolo, probabilmente". È questa la risposta che il passeggero di un autobus dà alla domanda su chi tenga le redini dell'economia e della politica, su chi sia il vero burattinaio delle povere e stolte marionette umane.
Questa discussione sulle cause della rovina del mondo, che si svolge fra sconosciuti che nemmeno si guardano in faccia, è solo uno dei dialoghi surreali di quest'opera che in effetti assomiglia molto di più ad un lavoro per il teatro che non per il cinema. In cui non esiste una “storia”, bensì solo il rapido ed inesorabile sprofondare verso l'abisso di un giovane studente, ecologista e depresso, tanto presuntuoso quanto intrigante. Ed in cui i dialoghi sono interamente rivolti verso il pubblico – per informarlo, sensibilizzarlo, indottrinarlo direbbe qualcuno.
Ciononostante, il mezzo-cinema si prende la sua rivincita con le inquadrature. Attraverso di esse, emerge molto chiaramente come il giudizio del 70enne Bresson (al penultimo film) sia netto: il pianeta è destinato alla distruzione per inquinamento massiccio ed eccessivo consumo di risorse naturali e l'uomo, abbagliato da falsi problemi che non portano a nulla (le discussioni sulla religione) o paranoie e schemi piccolo borghesi (il ricorso continuo all'indebitamento per permettersi il possesso di status symbol), non riesce a ragionare, a vedere, ad usare la testa. Che infatti, nelle inquadrature di Bresson, è spesso e volentieri lasciata fuori campo.

Chi non ci sta, chi non accetta questo modo di distruggere il bene più importante che all'uomo è stato affidato, il suo habitat, è però altrettanto cieco – nella sua rabbia – di coloro che si propone di contrastare. Emblematica a questo proposito la sequenza della riunione di un collettivo di giovani in cui si incita alla “distruzione”, in cui c'è chi si lamenta perchè le troppe domande di qualcuno impediscono a tanti di passare finalmente all'azione, a fare qualcosa, che non si sa bene cosa sia.

Charles rifiuta anche questo, sa che non servirà a niente. Ma non vede, non trova alternative. E, col suo solito incedere dinoccolato, il suo sguardo misto fra disgustato ed indifferente, il suo distacco da tutto e la sua certezza di superiorità rispetto al resto del mondo, si fa portare via da una disperazione.

Film a tesi, inconfutabili, ma proprio in quanto tali poco utili ad una discussione. E' questione di metodo, non tanto di contenuti.

Siamo proprio sicuri che la maestria registica di Bresson sia ben sfruttata (e non invece sprecata, come tante risorse naturali) nella messa in scena di scenari apocalittici, senza alcuna soluzione - se non l'isolamento ed il suicidio (e dunque, ancora, lo spreco) - per chi vi si ribella, per le menti più giovani, sensibili e capaci?

Le analisi, lucide, spietate, di Bresson non portano ad altre vie - o perlomeno alla loro ricerca - ma restano solo sentenze, letteralmente messe in bocca ai personaggi che le pronunciano freddamente , in maniera distaccata, anonima. Come è tipico per chi non ha più nessuna speranza. E se da un anziano, rigido, disilluso regista ce lo si può aspettare, fa male che questi desolanti giudizi di inutilità e questi distacchi disperati siano messi in bocca ai giovani. Amaro.

martedì 3 febbraio 2009

Appaloosa - E. Harris (2008)


Cole e Hitch (E. Harris e V. Mortensen) sono due infallibili pistoleri “riappacificatori”. Niente a che vedere con la vera idea di pace, ovviamente: siamo nel New Mexico del 1882 e semplicemente vige la legge del più forte.

Cole e Hitch si limitano, dietro lauto compenso, a portare, ad imporre anzi, il rispetto della loro legge laddove ce ne sia bisogno. Così, incaricati dai pavidi funzionari del paese di Appaloosa di arrestare le prepotenze del bandito Randall Bragg (J. Irons) – autore dell'efferato omicidio dell'ex-sindaco e dei suoi due vice – i “nostri” si fanno investire di pieni poteri sulla città e cominciano la loro opera di pulizia. Arrestato il fuorilegge, riescono a farlo processare e condannare all'impiccagione, grazie alla testimonianza di un giovane, e pentito, ex-membro della squadraccia di Bragg.

Tuttavia, durante il trasporto in treno del prigioniero verso il luogo d'esecuzione della condanna, ecco il colpo basso. Due fratelli venuti da fuori, conoscenti di vecchia data di Cole, altrettanto abili con la pistola, ingaggiati dalla banda di Bragg, rapiscono miss French (R. Zellwegger), amante e promessa sposa di Cole, e gliela mostrano legata, una pistola puntata alla tempia.

L'ordine pubblico si mischia con la “questione privata”. Cole, senza esitare, libera il prigioniero. Bragg, così, viene portato via dai compagni, assieme a miss French, debole figura femminile pronta a saltare dalle braccia di un uomo a quelle del suo vincitore. Comincia l'inseguimento.


Il genere western ha vissuto momenti migliori, forse oggi non più raggiungibili, almeno dal punto di vista fotografico e delle inquadrature.

Le battute, invece, sono più o meno sempre le stesse, così come il riferimento ai più classici “miti americani”, le basi fondanti (e pretenziosamente morali) della nazione. Sarebbe interessante quantificare con precisione l'importanza del cinema americano (e del western in particolare) sulla costruzione del “mito americano”.

Benchè la storia sia un pò piatta e l'intreccio manchi in sostanza di "elettricità", Appaloosa comunque convince (più o meno), fosse anche solo per alcune sequenze ben dirette (certo, meno epiche di tante altre del genere...) e per l'amalgama riuscita fra i due protagonisti. Duro, puro e senza sbavature il vice Hitch, vero perno della coppia e pistolero forse migliore del suo capo benchè si limiti a coprirgli sempre le spalle. Vanesio (ma più debole), deciso (ma sempre in cerca della parola giusta), Cole, che è in prima fila quando c'è da prendere una decisione, ma ci viene mostrato così evidentemente in difficoltà (non solo fisica) nel finale. Un bel ribaltamento dei ruoli, una progressiva maturazione del rapporto fra i due, che riscatta in parte la debolezza narrativa.

lunedì 2 febbraio 2009

La femme infidèle - C. Chabrol (1969)

La tranquilla vita borghese di una famiglia "da Mulino Bianco" rivoltata come un calzino ed indagata nei suoi aspetti più contraddittori.
Un marito ricco ed affermatato, una moglie bella ed affascinante, un bambino serio, studioso, angelico (anche fisicamente); una grande villa in campagna, saltuari locali da ballo, domestica tuttofare. Che volere di più?
Eppure, Charles (un antiquario interpretato da M. Bouquet) ha il sospetto che sua moglie (Hélène, S. Audran) lo tradisca. Lo scopre piano piano, senza bisogno di vederla nuda con un altro, nè di fare scenate di gelosia, lo intuisce da piccoli dettagli. Una telefonata fatta di nascosto, un controllo dalla parrucchiera, le continue uscite al cinema da sola. Il tarlo della gelosia comincia a tormentarlo e Charles si affida ad un investigatore privato. In pochi giorni, il responso: Hélène si vede regolarmente con un uomo, uno scrittore, a casa di questi.
Quando Charles si reca sul luogo del misfatto e suona il campanello, il suo atteggiamento ci pare ambiguo: si presenta e, per lo stupore del suo rivale, non gli salta addosso, non lo aggredisce. Si fa offrire da bere e comincia anzi a fare il superiore, sminuendo quel rapporto extra-coniugale: la loro è una coppia libera, in cui i coniugi si tradiscono senza problemi, raccontandosi tutto delle loro avventure. Vuole anzi vedere la camera da letto, "per immaginare meglio" dice.
Stupito da tali perversioni, ma piacevolmente sollevato, l'amante di Hélène pensa di potersi lasciare andare e si permette addirittura di intromettersi nel loro matrimonio, dando dei consigli. Hélène non è adatta a vivere in campagna, a suo parere, i coniugi dovrebbero trasferirsi vicino a Parigi, perchè una donna come lei è fatta per vivere in città.
Charles lo uccide spaccandogli la testa e getta il corpo in fondo ad un lago.


Quando Hélène troverà, nella giacca di Charles, una foto del suo amante con l'indirizzo scritto sul retro capirà tutto. Eppure, senza bisogno di parole, dimostrerà la sua solidarietà al marito bruciando quell'indizio.
Nel momento in cui gli interrogatori della polizia si fanno più insistenti il film si chiude, con un finale che più aperto non si può. Sia dal punto di vista della scrittura: Charles sarà arrestato? Il suo omicidio è stato scoperto? Non ci viene detto. Sia dal punto di vista della messa in scena, con una memorabile sequenza finale che non ci svela, tramite un trucco di regia, se i due sono destinati a riavvicinarsi o ad allontanarsi.


Dramma della gelosia? Tendenza tutta maschile ad affermare la "proprietà" su una donna ed il corrispondente diritto ad escludere tutti gli altri? Felicità della donna quando scopre che il suo uomo - che pure tradisce - è disposto finanche ad uccidere per il suo amore? Sono clichés della mentalità piccolo borghese che il film non eslcude ma certo nemmeno enfatizza.
Forse quello che Chabrol ha voluto mettere in scena - riuscendovi alla grande - è semplicemente la forza dell'amore (le ultime due battute del film sono un "Ti amo" reciproco); quell'amore che, se davvero autentico, è anche senza limiti, arriva a travolgere tutto: regole sociali, leggi, obblighi morali. Ma anche a far perdonare tutto: tradimenti, omicidi, meschinerie. Niente ha più importanza, niente deve essere giudicato, quando di mezzo c'è l'amore.
E il bello del film è che tutto avviene incredibilmente sotto tono, in maniera riflessiva, senza scenate ed isterie.
L'unico momento di ira lo si ritrova davanti al bambino, il quale - ovviamente - non riesce a leggere in quella tensione momentanea un'esplosione di ritrovata (e silenziosa) complicità fra i genitori. Per lui, è soltanto una macchia nel loro meraviglioso e ricco mondo del "Mulino Bianco". Gli manca un pezzo per completare il puzzle.

sabato 31 gennaio 2009

Le promeneur du Champ de Mars - R. Guédiguian (2005)

La morte di un presidente è pur sempre la morte di un uomo. Con i suoi errori, le sue menzogne, le sue banalità e la sua sconfitta inevitabile contro la malattia. Ma anche la sua esperienza e, nel caso di Mitterrand, il suo fascino intellettuale ed il fardello di scelte importanti sulle spalle. E allora, il vecchio che, appoggiato al suo bastone, su una panca del giardinetto pubblico, ripensa ai 14 anni del suo "regno" e, volgendosi indietro, si felicita come un pensionato qualunque perché il suo Paese ha vissuto anni di pace e serenità, contrasta enormemente con l'idea di potere che ci potremmo fare. Mitterrand si considerava l'ultimo "re" di Francia: dopo di lui, dice, sarebbero venuti solo piccoli tecnocrati ed il mondo (e con esso le persone) sarebbero stati definitivamente abbandonati alle regole spietate di un mercato e di una globalizzazione inarrestabili.

Tutto quello che è nelle possibilità del capo di uno dei più longevi presidenti socialisti dell'occidente, a cavallo del crollo del blocco sovietico, pare dunque essere l'affidarsi a qualche articolo sui giornali, a poche dichiarazioni, ad un messaggio augurale per l'anno nuovo, alle chiacchierate con un giovane giornalista-biografo. Tutto questo, nell'ottica di un regista-comunista, come si definisce Guédiguian, non può non risultare sconsolante. E non può non spingere a riflettere: chi ha in mano le redini del potere? Chi decide le sorti delle nazioni, anche importanti ed influenti? Che senso ha parlare di democrazia ed elezioni se poi a tirare le fila sono meccanismi del tutto estranei alle regole del gioco? E se i presidenti, soprattutto quelli eletti con grandi speranze di cambiamento, si riducono infine ad un ben triste autocompiacimento accompagnato da una cinica disillusione sulle possibilità concrete di una politica radicalmente opposta al liberismo sfrenato?


Guédiguian, che ha tratto liberamente la storia da un libro, si sofferma a lungo sui tratti umani del presidente (un credibilissimo ed eccezionale M. Bouquet), tralasciando invece tutto ciò che riguarda il lato decisionale. Non entriamo mai con la macchina nella "stanza dei bottoni", non sentiamo del presidente che qualche discorso pubblico di routine. Dunque il suo è un giudizio tenero, quasi affettuoso, a tratti riverente. E' lo sguardo di un giovane (il giornalista, J. Lespert) che cerca di fare chiarezza su alcuni aspetti della vita e della storia di Mitterrand, finendo però inevitabilmente sopraffatto dal lato culturale e tenero di questo vecchio uomo che sapeva già che sarebbe morto poco tempo dopo aver lasciato la carica. E allora, a lasciare il segno sul giovane, ben più che i racconti della guerra e del governo di Vichy - sui quali otterrà ben poco - sono invece le massime, le pillole di saggezza, la personalità complessa, ferita, intricata di questo uomo.

Volutamente evitata - o meglio, appena accennata nella figura della giovane moglie di J. Lespert - la frattura operata con il Partito Comunista francese - condannato alla scomparsa -, che avrebbe portato il regista probabilmente ad uno sguardo decisamente più critico e severo nei confronti del presidente, tutto il film si concentra invece sul suo declino fisico e politico, fra le accuse dei suoi avversari e l'avanzata dolorosa del cancro alla prostata. Al giornalista fortunato, cui è toccato in sorte di raccogliere l'ultima testimonianza di quest'uomo di potere, non resta che prendere appunti e registrare quasi senza riuscire mai ad interloquire e, questa è l'impressione che ci lascia, senza nemmeno capirci un granché. Preso dalle turbolenze della sua vita (un figlio, una separazione, un nuovo amore), pare via via abbandonare la passione iniziale per la politica e riorientarla verso la propria vita.
"Tu sei troppo sentimentale", ripete spesso al giovane l'anziano presidente. Generazioni diverse, si potrebbe rispondere, l'una discendente delle disillusioni, delle pochezze e degli errori dell'altra.

sabato 24 gennaio 2009

Una pura formalità - G. Tornatore (1994)

Un ex-scrittore di successo di nome Onoff (un pingue G. Depardieu), caduto in depressione ed abbandonatosi all'alcol, con tormentate storie d'amore alle spalle, incapace di pubblicare alcunché da sei anni, viene fermato dalla polizia mentre corre a perdifiato in una notte di diluvio, senza documenti. Portato in centrale e sottoposto all'insistente interrogatorio dell'ambiguo commissario (R. Polanski), suo morboso fan, si trova costretto a ripercorrere, fra mille contraddizioni ed incertezze, i particolari della sua giornata - in realtà del tutto insignificanti per lo scopo del commissario - e, incalzato dalle domande sempre più mirate, a rivivere e "risistemare" le tappe più significative della sua vita. Fino a scoprire di essere stato, qualche ora prima, l'autore di un omicidio: di se stesso.


Film surreale e claustrofobico (si svolge al 90% all'interno della fatiscente, allagata centrale di polizia di uno sperduto paesino), allusivo ed aperto a molteplici interpretazioni. Noir interamente piovoso (salvo l'ultima scena) che tiene incollato allo schermo lo spettatore, nello sforzo di capire se questo sopraffino scrittore dal fisico da camionista (Tornatore dice che ha voluto Depardieu proprio per questo) sia davvero l'autore di questo efferato omicidio, la cui vittima - sono parole del commissario - ha il viso così sfigurato da renderne impossibile il riconoscimento. Ed in effetti, prima di spararsi un colpo in fronte, Onoff si è tagliato i capelli e rasato la barba, come a volersi riappropriare in punto di morte di quel volto che da anni portava celato da una lunga chioma ed una folta peluria.


Grazie al commissario ed al suo rude, folle, grottesco interrogatorio, potrà ora riappropriarsi anche dei ricordi di una vita, impressi su migliaia di fotografie che non trovava più. Fino a poter ricominciare e dedicarsi, dopo la dolorosa ricostruzione della propria esistenza, alla scrittura del suo libro migliore.
Regia ricca e curata, interpretazioni maestose, tanti dubbi. Un piccolo gioiello.

"Ricordare è come un pò morire"
(dalla canzone sui titoli di coda, interpretata dallo stesso Depardieu)

lunedì 19 gennaio 2009

Piccoli ladri - M. Meshkini (2004)

Afghanistan 2003, due anni esatti dopo l'attentato al WTC. I talebani sono stati - certo non definitivamente - scalzati, ora ci sono gli americani. Ma per la società civile afghana, abituata a continue guerre ed invasioni e periodici cambi di regime, pare davvero cambiare poco.
In mezzo ad un fiume di miseria e stenti, in una valle di lacrime e cattiverie che paiono non avere fine, si muovono sempre assieme due fratellini alla ricerca disperata di cibo, riparo dal freddo e dai soprusi e un pò di umana comprensione. Il padre, talebano, è stato imprigionato dagli americani. La madre pure, dagli afghani, "rea" di essersi risposata con un uomo poi morto, dopo 5 anni di assenza del marito combattente. Questi, dal carcere, non le perdona il "misfatto", condannando ottusamente lei a pressoché certa morte ed i figli a perpetuo randagismo.
Dapprima i due piccoli hanno l'indubbio vantaggio di poter dormire con la madre nella cella, ma poi - quando cambiano le regole del carcere - sono condannati a vagare in strada anche la notte, con la sola compagnia di un cagnolino, salvato da un linciaggio in apertura. Consigliati da un secondino, cercano in tutti i modi di commettere piccoli furti per essere riammessi nella cella della madre, finché - ispirati dalla visione di "Ladri di biciclette" - trovano quella che credono essere la soluzione giusta.


Secondo lavoro di Marziyeh Meshkini, seconda moglie di Mohsen Makhmalbaf, Piccoli ladri ("Cani randagi" nel titolo inglese) è un film sicuramente emozionante, con il pregio di mettere l'accento sul tema dei minori afghani. Oppressi da una società chiusa e devastata da decenni di guerre e fanatismi, resi orfani o figli di carcerati da lotte di potere o regole folli, contro cui sembra che nemmeno la forza sovversiva dei bambini, di questi bambini-adulti, possa qualcosa. E così, mentre i grandi di qualunque nazionalità e religione devastano interi Paesi per un potere ed un controllo sociale o geostrategico nascosto dietro alle rispettive religioni o ideologie, questi bambini devono cercare di sopravvivere a stento e preferiscono la prigione alla vita in libertà perchè la vita dentro è meglio che quella fuori.
Tuttavia, tematica interessante a parte, Piccoli ladri è un film piuttosto malriuscito: didascalico, con dialoghi forzati e con spiegazioni che sono anticipate dalle abbondanti parole, anzichè lasciate svelare dalle immagini o dalle allegorie (fatto questo leggermente curioso, per un film iraniano).

Pare evidente (troppo!) lo sforzo della regista-sceneggiatrice di circondare di tutte le tragedie di quel mondo i piccoli (meravigliosi) protagonisti, costruendo attorno a loro una serie di personaggi tutti ugualmente malvagi, approfittatori o disgraziati. E l'espediente della visione cinematografica del capolavoro di De Sica pare francamente un pò forzato.

domenica 11 gennaio 2009

Baby love (V. Garenq) 2008 (Comme les autres)



Il film che non vorresti mai vedere nella tua cineteca sotto casa. L'opera prima di Vincent Garenq (Comme les autres nel titolo originale) vuole affrontare un tema delicato e drammatico - anzi più d'uno - in maniera leggera. Niente di male, anzi. E' che per affrontare col sorriso, mescolando commedia e melodramma, dinamiche e sentimenti così forti e temi così scottanti bisogna esserne capaci e ben pochi autori e registi lo sono (Almodovar su tutti). Viceversa, il rischio è di fare becero qualunquismo. Bersaglio, ahilui, colpito in pieno dal regista francese.

Emmanuel è un bell'uomo di 42 anni, benestante, che da tempo vuole fortemente avere un bambino. Philippe, suo compagno di poco più giovane, non si sente pronto. Vuole continuare ad avere tempo per sè, per le uscite e le cene al ristorante. Così, quando Emmanuel - che è pediatra e dunque a stretto contatto quotidiano con i bambini altrui - fa richiesta di adozione (come single perché una coppia omosessuale non può), Philippe decide di lasciarlo.

Emmanuel, tuttavia, è talmente convinto e desideroso di paternità che vuol proseguire anche da solo e sul momento non pare nemmeno minimamente intristito dalla separazione, tanto il raggiungimento del suo obiettivo gli occupa la mente. Senonchè, l'assistente sociale - scoperta l'omosessualità dell'aspirante padre attraverso un episodio piuttosto banale - gli opporrà un netto rifiuto all'adozione. Emmanuel non si lascia però scoraggiare e, conosciuta una giovane argentina sans papiers, le propone "l'affare". Un matrimonio d'interesse (per i documenti di lei), in cambio di un'inseminazione artificiale per dare alla luce un bimbo (che sarebbe tutto per lui). Lei, sdegnata, rifiuta. Ma quando la polizia la ferma, la giovane Fina, per salvarsi da un rimpatrio forzato, torna sui suoi passi e se ne esce dal commissariato abbracciata al suo futuro sposo di comodo.

Visti i temi complicati ed il modo semplice semplice in cui sono stati introdotti, a chi venisse voglia di uscire dalla sala a questo punto, lo faccia pure. Perchè il seguito consiste nel completo accantonamento della parte problematica della storia, che avrebbe comportato una seria - non per forza seriosa! - analisi di cosa significhi adozione e desiderio di maternità/paternità, dell'utilizzo forzato del matrimonio come espediente per aggirare leggi restrittive, delle reazioni della famiglia di Emmanuel alle novità che sconvolgono la sua vita, etc..

Invece, tutto quello che viene messo in scena è nient'altro che una continua ripetizione di stanchi stereotipi (che tutt'al più strappano qualche sorrisino) e, come se non bastasse, ogni reazione - pur banale - ci viene accuratamente e didascalicamente spiegata e sottolineata da dialoghi dei quali francamente avremmo fatto volentieri a meno.

Naturalmente, Emmanuel è sterile e, naturalmente, chiede in prestito dello sperma all'ex il quale, dopo attenta (?) riflessione, accetta: si procede dunque all'inseminazione. Quando Emmanuel corre ad annunciare a Philippe che la bella Fina è incinta, lo trova in casa con un altro, naturalmente nudo (possibile che per far capire al pubblico che c'è intimità tra due persone dello stesso sesso bisogna per forza mostrarle svestite??).

Fina ed Emmanuel si sposano, come da accordi, ed una notte d'amore ci fa quasi pensare che possa nascere qualcosa. Ma non è così. Anzi, dopo il matrimonio, Emmanuel e Philippe si riavvicinano sempre di più, Fina ne è gelosa e, impaurita ed arrabbiata, scappa.

Si rifarà inaspettatamente viva dopo 9 mesi, per portare a termine il suo compito e partorire il figlio della coppia E-P, ormai felicemente ricongiunta. Aggiungi immagine

C'è troppo in questo film: troppi temi trattati male, troppi personaggi inutili o fastidiosi o semplicemente "buttati in scena" perchè funzionali e poi fatti sparire (la collega di Emmanuel, i genitori di Fina, la famiglia di Emmanuel), troppi dialoghi didascalici, troppe scene che non servono a niente se non a ripetere l'ovvio (l'incontro fra Lisa e Philippe, le "scuse" di Emmanuel a Philippe fuori dal tribunale, il nudo del nuovo compagno di Philippe,... e si potrebbe continuare a lungo).

Ma manca anche parecchio, soprattutto mancano un sacco di perchè. I perchè delle inquadrature, i perchè dei dialoghi, i perchè delle situazioni. Tutto è solo funzionale a "creare" una storiella ridanciana e natalizia, superficiale, in cui gli incastri funzionano, sì, ma sono forzati. E' evidente, si capisce troppo, che sono lì solo perchè lo sceneggiatore ha deciso che dovevano stare lì, perchè la storia che stava scrivendo richiedeva in quel punto quella didascalia, in quell'altro quella macchietta, etc.... E va aggiunto che le soluzioni prescelte per le "svolte" del film, nonchè i dialoghi e le reazioni per caratterizzare i personaggi sono perlomeno banali banali.


Forse è il clima generale del film, ma pure la colonna sonora risulta scarsa e prevedibile. Si salvano forse gli attori uomini, per quanto certo non aiutati dai dialoghi.

Il verdetto - S. Lumet (1982)



Per chiedere alla giuria popolare di condannare i medici di un ospedale cattolico, accusati di aver ridotto una donna incinta in stato vegetativo per un'incredibile negligenza, l'arringa finale dell'avvocato Galvin fa appello alla giustizia dei cuori. Un pò poco.

Certo, tutto pare davvero volersi mettere di traverso per il povero avvocato (P. Newman), divorziato e sull'orlo della bancarotta, 4 cause (tutte perse) negli ultimi 3 anni ed una dedizione poco invidiabile all'alcol. Questa che gli viene offerta dal vecchio maestro ed ora amico e collega Mickey Morrissey (J. Warden) potrebbe essere la causa giusta per tornare a galla. La sorella ed il genero della donna entrata in coma per via di un errore nell'anestesia gli chiedono solo di patteggiare. La direzione dell'ospedale Sant'Anna, un'istituzione religiosa rispettata e molto conosciuta di Boston, offre una grossa somma - all'avvocato ne spetta un terzo - pur di mettere a tacere tutto senza processo. Sembra fatta: per Galvin finalmente un segno nel casellario delle cause vinte ed un pò di denaro per rimettersi in sesto. Ma il caracollante, annebbiato avvocato, intristito dalle sconfitte della vita e certo bisognoso di soldi è pur sempre un brav'uomo e, per amore della verità, di se stesso e della giovane Laura (C. Rampling) che gli fa intravedere le soddisfazioni - oltre che i rischi - del combattimento per una causa giusta, il disperato, debole ma onesto avvocato Galvin non accetta di farsi comprare e decide di andare in giudizio. Vincerà, nonostante le scorrettezze e le ingiustizie che caratterizzeranno il processo.

Film del filone legal, di poche pretese, con i “soli” pregi di una grossa prestazione di Paul Newman e di una scorrevolezza, precisione e fluidità registica che fanno volare le due ore davanti allo schermo. Forse troppo. Già, perchè in questo film non viene approfondito granchè. Tutto resta nel campo dell'ovvio, dello scontato. Un giudice che più corrotto non si può, una Chiesa che da dietro alle quinte manovra a proprio piacimento le proprie marionette, una giuria popolare inaspettatamente sensibile, una teste scomparsa che improvvisamente cambia idea e si presenta al processo per sparigliare i giochi.

Se nella prima parte tutto sommato il film risulta gradevole ed il personaggio di Newman simpatico e credibile, nella seconda - quella più spiccatamente processuale - tutto pare pensato solo ed esclusivamente per aumentare la suspence, creare intoppi e poi chiudere - ovviamente con la vittoria dei "buoni" - una storia che pure si era messa così male per i "nostri eroi". Alcune trovate davvero paiono eccessivamente semplici, come il medico - fino a quel momento testimone chiave dell'accusa - comprato con un viaggio ai Caraibi di una settimana, la scoperta casuale dell'assegno che testimonia il tradimento di Laura (anche lei prezzolata dalla difesa per spiare Galvin), la fotocopia del referto originale che incastrerà i medici del Sant'Anna, colpevoli di aver praticato un'anestesia ad una donna che aveva mangiato da appena un'ora, causandole così la morte per soffocamento indotto dal proprio vomito nella mascherina.

Quale altra giustificazione trovare in questo lavoro se non quella di mettere in scena una storia a lieto fine facendo apparire i "cattivi" davvero cattivi ed i "buoni" davvero buoni, per quanto sfigati e deboli? E di dimostrare così che il buon cuore umano - in questo caso invocato come supremo giudice - sceglie di stare dalla parte dei secondi, nonostante i custodi e professionisti della legge cerchino in tutti i modi di schiacciarli? Americani brava gente.

Anche il finale lascia più di una perplessità.

Newman e la regia – davvero super – di Lumet salvano in corner un film che per il resto sarebbe poca cosa.

sabato 10 gennaio 2009

Stella - S. Verheyde (2008)


Parigi, 1977. Stella (Léora Barbara) è la figlia unica di una coppia che gestisce una specie di bar-dormitorio che accoglie persone inviate dai servizi sociali. Vive e cresce fra alcolizzati, rissaioli, piccoli delinquenti ed emarginati. I suoi genitori sono abbondantemente in rotta ed il loro naufragio coniugale ed individuale non può che ripercuotersi su di lei.
Eppure Stella pare trovarsi a suo agio fra partite a biliardo, bevute colossali, balli e risse da osteria. Si diverte e cresce, a mo
do suo, nell'affetto degli habitués del bar (soprattutto il personaggio bello e tenebroso di Guillame Depardieu) e nell'incapacità dei genitori di starle vicino, così impegnati a cercare un senso nella loro di vita da non potersi dedicare a quella della figlia.
Così, quando alle medie viene inserita in una scuola del centro, per ricchi, Stella ha uno shock. Improvvisamente, paracadutata in un mondo così distante dal suo, scopre che tutto quello che ha imparato dalla vita - le formazioni del campionato di calcio, a distinguere di chi ci si può fidare e di chi no, il gioco delle carte, il biliardino,... - non le servirà a niente perchè quello che conta, nella società "che conta", è tutt'altro.

La prima reazione è viole
nta e di distacco: Stella litiga e viene alle mani con i compagni, non riesce a seguire niente delle lezioni, non si sforza nemmeno, ed i risultati sono umilianti. La sua solitudine, in una classe di ragazze che "sembrano uscite da La casa nella prateria", aumenta a dismisura e l'unica compagna che le si rivolge in tono amichevole, la prima volta, lo fa per sbaglio, perchè l'aveva confusa con un'altra.
Questa ragazzina - Gladys -, figlia di un ricco psichiatra argentino, si rivelerà un angelo per Stella, così desiderosa di non restare più sola e al tempo stesso così costretta a sentirsi sempre un pesce fuor d'acqua in quell'ambiente ostile, che non concepisce tempi di adattamento, che costringe a sbattere il muso
contro gli ostacoli, ancor prima di averli visti.

Parallelamente al suo estraniamento dalla classe, cresce anche il suo smarrimento, la sua solitudine in "casa". Sottolineato dalla maturazione fisica, lo sviluppo di Stella coincide anche con veri e propri traumi: la vista di un morto ammazzato sotto la propria finestra, la madre che tradisce il padre, il costante distacco fra i genitori, stanchi di una vita troppo difficile.

Recatasi in campagna dalla nonna per le vacanze dopo la fine del primo trimestre, Stella incontra la sua - fino a quel momento - unica vera amica, ragazzina di campagna dai capelli legati di lato, emarginata e con un padre violento. E' da qui che parte il cambiamento di Stella, è da qui che matura in lei la consapevolezza che quella scuola in cui si è ritrovata per caso può rappresentare davvero un'opportunità. Per uscire da un mondo troppo duro, per non accettare in silenzio le angherie ed i soprusi di alcuni adulti, abbruttiti dalla vita.

Sarà proprio Gladys - che è la più brava della classe - ad iniziarla alla passione per i libri, a spingerla in qualche modo verso il primo amore, sarà lei a farla sentire apprezzata e meno sola e a farla aprire. E sarà soprattutto grazie a lei che Stella riuscirà ad intravedere non solo e non tanto l'importanza di ottenere risultati a scuola, ma soprattutto quella di trovare un senso negli sforzi che servono per raggiungerli.


Ennesimo bel film francese sull'adolescenza, Stella è ambientato sul finire degli anni '70 perchè è un racconto autobiografico, ma potrebbe essere tranquillamente attualizzato ad oggi. Il suo punto di forza non ci pare essere nè il difficile rapporto adulti-adolescenti, nè l'ostilità dell'istituzione-scuola (docenti, compagni, materie di insegnamento) verso chi, per la sua provenienza e la sua storia, incontra comprensibilmente delle difficoltà (temi entrambi comunque fortemente presenti).

La particolarità di questo film sta invece proprio nel non ricercare una morale sempre valida, ma nello sforzarsi di mettere in scena - in maniera emozionante e divertente, mai pesante o didascalica - la possibilità di una crescita e di una reciproca comprensione fra diversi, basate entrambe non sulla "tolleranza" faticosa di alcuni verso altri, ma sullo scambio ed il rispettivo arricchimento, sull'importanza della cultura come mezzo. E suoi tempi di questa come di ogni crescita. Che bisogna imparare ad aspettare.


Qualcuno, in maniera un pò cinica, potrà forse accusare questo film di buonismo ed in effetti il rischio c'era. Ma tuttele scene decisive, quelle che sottolineano le diverse tappe del cambiamento di Stella, sono girate con tanta delicatezza, sensibilità e forza visiva da fugare subito ogni sospetto di faciloneria ed arrivare dritte al cuore dello spettatore senza mai farlo smettere di pensare.

Splendida la colonna sonora, con la canzone principale, quella dei titoli di coda, cantata dalla stessa sceneggiatrice e regista.

lunedì 8 dicembre 2008

E' arrivata la felicità - F. Capra (1936)

Che farsene di un'eredità da 20 milioni di dollari in arrivo da un lontano parente quando si è sempre vissuti nel proprio piccolo paese e, fra lavoro, volontariato e musica si vive tranquilli? Mr. Deeds goes to town (titolo originale) va innanzitutto contestualizzato storicamente: siamo negli U.S.A. ancora in piena crisi economica ed il presidente Roosvelt, alla vigilia della sua seconda elezione, sta cercando di risollevare il Paese facendo leva su sentimenti quali l'onestà, l'etica del lavoro, la purezza d'animo, contrapposti all'insieme di tutto il male possibile: imbroglioni, approfittatori, sfruttatori,....Si tratta insomma della solita suddivisione "con l'accetta" che il discorso dominante riproduce anche oggi, a 72 anni di distanza (!), allorchè si sente parlare di "incoscienti", "spregiudicati", etc..come se davvero una crisi mondiale potesse essere provocata dalla follia o dall'imprudenza di un manipolo di esaltati e non dalla masochistica (ma non consapevole) vocazione al suicidio lento, giorno dopo giorno, di una fascia enorme e generalizzata di popolazione.
Mr. Longfellow Deeds (Ariosto Deeds nella traduzione italiana dell'epoca) è un giovane signore di campagna, che vive sereno, suona la tuba nella banda del paese, è pompiere volontario e scrive poesie su ordinazione, al fine di pubblicarle su cartoline augurali. L'annuncio della mostruosa eredità non lo smuove granchè, pur costringendolo a trasferirsi in città per seguire gli affari. Tutto attorno si muovono come sanguisughe tutta una serie di personaggi più o meno squallidi e più o meno interessati alla sua fortuna, fra i quali spicca per odiosità l'avvocato Cedar dello studio Cedar, Cedar, Cedar e Budington, intenzionato a mantenere il controllo amministrativo dell'enorme patrimonio. Il signor Deed (Gary Cooper) è paesano, ma certo non ingenuo, tanto che ha l'istinto di tenere sempre al di fuori delle sue decisioni l'avvocato Cedar (del quale dirà anzi che ha "la mano viscida") e di respingere tutte le altre pretese di personaggi squallidi in cerca dell'allocco da spennare.
Louise Bennet (Jean Arthur) è una caparbia giornalista che, riuscendo ad entrare nella vita privata del neomiliardario con uno stratagemma, ne scriverà articoli pungenti, sottolineando i suoi comportamenti spontanei ed infantili con un tono così sarcastico da tracciare l'immagine di un uomo ridicolo e quasi folle. Dulcis in fundo, gli appiopperà un soprannome azzeccato: Cinderella man, tradotto in italiano con un meno chiaro Cincinnato (ma, si sa, in quel periodo storico italianizzare e romanizzare tutto andava per la maggiore..).
Naturalmente i due finiscono per innamorarsi, così è facile immaginare la reazione di Mr Deed quando viene a scoprire che l'autrice di quegli articoli infamanti è proprio lei, la sua "Babe", per cui finalmente si era aperto il cuore ed alla quale aveva appena chiesto – in versi – di sposarsi. Distrutto, decide di utilizzare tutto il suo immenso patrimonio per comprare terre per le grandi masse di disoccupati e ritirarsi al suo paese. Per evitare quest'ultima follia, l'avvocato Cedar ed i parenti esclusi dall'eredità intentano una causa per dimostrare (anche basandosi sugli articoli di giornale) la follia di Deed, farlo internare e revocargli dunque il patrimonio prima dello spèrpero. Durante l'udienza decisiva, Deed tace per l'intera prima parte, considerando che più niente abbia ormai importanza; poi, superato lo shock – grazie anche all'impegno ed al pentimento di Louise – egli riuscirà a far decadere l'accusa con una magistrale e brillante apologia tesa a dimostrare che ognuno, a modo suo, è un po' "picchiatello".
Il film di Capra – Oscar per la miglior regia – è innanzitutto una piacevolissima commedia sentimentale; inoltre, ha il merito di sottolineare difetti e difettucci delle nostre società: arrivismo, avidità, voyerismo (agli esordi), servilismo verso i potenti, pregiudizi verso i forestieri, conformismo e rifiuto delle diversità,...
Ha tuttavia il limite - non piccolo - di mettere in piedi questa critica sociale partendo dal personaggio "buono" (che fa viaggiare bene il sistema, alimenta il sogno americano, fa della beneficenza per aiutare chi è in difficoltà,...) che si contrappone ai cattivi (che invece fanno andare fuori giri il sistema con la loro avidità) e non, al contrario e più radicalmente, partendo dalla critica del sistema stesso, che legittima e anzi richiede per funzionare l'esistenza di mostri come lo studio Cedar, Cedar, Cedar e Budington e, più in generale, lo sfruttamento del più forte sul più debole (altro che la similitudine del salvataggio in barca che recita Cooper durante l'arringa difensiva...).
Questa visione un po' facile e demagogica – del resto tipica di Capra – in quel particolare periodo storico sa anche di ruffianeria.

Le deuxième souffle - J.P. Melville (1966)

Tratto da un romanzo di José Giovanni – ex galeotto corso, che a sua volta passerà dietro la macchina da presa dopo questo film – Le deuxième souffle (nella traduzione italiana: "Tutte le ore feriscono...l'ultima uccide") è un classico del genere gangster movie/noir, stilisticamente perfetto, in cui non manca proprio niente. Il criminale spietato ma tutto d'un pezzo, pronto a morire pur di difendere la sua onorabilità; il poliziotto abile, dalla lingua sciolta e quasi divertito nel giocare a "guardia e ladri"; c'è l'evasione, il nascondiglio, un furgone da assaltare. E poi naturalmente le pistole, tante pistole, le sigarette, i cappelli a tese larghe, il cognac. E lei, la donna, che è sempre la donna del capo, chiunque egli sia.



Gustave Menda, detto "Gu", impersonato da Lino Ventura, è un criminale di "alta categoria", che torna a Parigi dopo un'avventurosa fuga dalla prigione che costa la vita ad uno dei suoi complici. Lì si ritrova con la sua donna, Manouche, e progetta di partire assieme a lei per l'Italia. Prima di partire, però, gli viene offerto di prendere parte ad un colpo da 200 milioni: si tratta di assaltare un furgone che trasporta platino, uccidere la scorta in moto, impossessarsi del bottino. Gu, che ha un disperato bisogno di soldi, accetta.
Il colpo, che ha luogo su una spettacolare strada di montagna, è ben architettato, grazie anche all'aiuto di un informatore, e riesce alla perfezione.
A Gu non resta che aspettare che le acque si siano calmate per incassare e partire.
È a questo punto che si dimostra nella pratica l'intelligenza e la furbizia del commissario Blot (Paul Meurisse) che, rintracciato fortunosamente Gu nel suo nascondiglio, riesce ad estorcergli la confessione con un inganno. Nella dichiarazione emerge anche il nome dell'ideatore del colpo (Paul Ricci), che viene arrestato. Fatto passare per un traditore dal fetente commissario Fardiano – che invece non riuscirà ad ottenere i nomi degli altri complici nemmeno dopo averlo fatto torturare quasi a morte – Gu riesce ad evadere dall'ospedale giudiziario dove era rinchiuso e ad ottenere la sua vendetta, sia su Fardiano ed i suoi metodi, sia sul fratello di Paul, Jo, vero burattinaio senza scrupoli dell'intera vicenda e dunque meritevole di morire.
Memorabili le sequenze finali della resa dei conti e dell'arrivo (come sempre tardivo) della polizia. Nel farsi morire il delinquente Gu fra le braccia, l'onesto commissario Blot lascia trasparire un senso di amarezza e dispiacere.



La povera Manouche è l'unico personaggio femminile in un mondo perturbato da cattiverie maschili e dunque forse sarebbe l'unico punto di vista differente, purtroppo mai approfondito, del film: alla fine si ritroverà sola, come del resto era scritto nel suo destino sfortunato e a quanto pare inevitabile di "compagna del capo".
Cadenzato dall'alternanza di lunghi silenzi ed improvvisi "scoppi" - di parole, di armi – rigidamente formale nella regia e basato sul principio che "buoni" e "cattivi" sono più che mai trasversali alle categorie di "guardia" e "ladro", Le deuxième souffle è anche il rimpianto di un criminale (J. Giovanni) per un mondo che conosceva bene e che vedeva sempre più deteriorarsi. Non a caso, il "vecchio" Gu è rispettato e tenuto in considerazione elevata da tutti, commissario Blot compreso, tranne che dal giovane membro della banda con cui assalta il furgone, simbolo quasi di uno scontro generazionale e di mentalità.
La retorica è quella tipicamente maschilista e conservatrice dell'onorabilità del gangster (o del poliziotto, del padre di famiglia, etc..) di una volta, che manteneva la parola data e non tradiva gli amici, la stessa dell'uomo forte "che non deve chiedere mai".
Remake nel 2007 (Alain Corneau, con D. Auteuil e M.Bellucci)

venerdì 5 dicembre 2008

Elephant - G. Van Sant (2003)


Palma d'oro e premio per la miglior regia a Cannes, Elephant è un lavoro curato e di forte impatto, nonostante una sceneggiatura tutto sommato povera e priva di colpi di scena.
I protagonisti sono un gruppo di giovani, ciascuno alle prese con i suoi problemi e le sue paranoie tipicamente adolescenziali ma, soprattutto, con una grande, infinita solitudine. È questo sentimento (unito ad una forte inquietudine) che resta più di ogni altro allo spettatore al temine degli 80 minuti di Elephant: non c'è condanna, né assoluzione per gli autori della strage (che fa evidente riferimento a quella di Columbine del 1999, pur potendo legarsi ad ogni altra strage perpetrata da ragazzi all'interno di un istituto scolastico).
Quello che colpisce – e che viene visivamente enfatizzato dal ricorso ossessivo di Van Sant alla carrellata a seguire i ragazzi – è il loro completo spaesamento, il loro incedere solitario, triste e sempre uguale per i larghi e spesso deserti e bui corridoi della scuola, in cui il massimo scambio che vi avviene è uno sguardo provocante, o un "batti cinque".
Non c'è nemmeno nessun adulto che possa venire incontro al loro malessere: non potrà il padre ubriacone, non potrà il preside ottuso e severo, non potrà il professore ciarlatano, la madre assente,...e così i ragazzi finiscono per trovare ragioni di vita o modelli da imitare nella linea da mantenere, nel nazismo, nell'alcol, nella passione per le armi. Ferendosi a vicenda, in una sorta di competizione tra fragilità in cui all'aggressivo tocca il ruolo di torturatore, al timido quello della vittima.
È una continua disgregazione quella che mette in scena Gus Van Sant: della famiglia, della scuola come istituzione in grado di comprendere, far crescere e maturare i ragazzi, ma anche delle amicizie, che sembrano basarsi più sulla momentanea, opportunistica condivisione di piaceri passeggeri che non su un reale coinvolgimento emotivo o su uno scopo da raggiungere.
Cosa suggerisce la regia, nel decidere di mostrarci le stesse scene dal punto di vista di diversi ragazzi? Che il vuoto riguarda tutti, nessuno escluso. Che un senso nella vita di questi giovani "normali" non si vede proprio, che in questo ognun per sé e tutti contro tutti davvero l'esistenza si rivela inutile e triste.
La morte di Benny, il ragazzo che aiuta una compagna a saltare fuori dalla finestra per mettersi in salvo e poi, nel silenzio irreale della strage, decide di andare consapevolmente incontro ad una morte certa ne rappresenta in un certo modo l'emblema.
Filma i giovani, Van Sant, per accusare gli adulti, o meglio il mondo che gli adulti hanno contribuito a creare. Un mondo sempre più diviso, fatto di individui deboli che però devono dimostrarsi forti e "duri" per restare a galla. Fino a che, talvolta, ci scappa l'eccesso, lo scoppio di rabbia apparentemente improvviso ed inaspettato, apparentemente folle, ma che tuttavia – ad un occhio sensibile – è tutt'altro che tale. Questo film, sminuzzando il racconto e ricostruendolo da diversi punti di vista prima di arrivare al climax vuole dirci proprio questo: tutte le tragedie, anche le più incomprensibili - e questa certo lo è -, hanno una radice.
Colonna sonora affidata in larga parte a Beethoven, di kubrickiana memoria, così come le carrellate per i corridoi di quella scuola, così simile ad un Overlook hotel.
"Elephant allude al proverbio americano dell' "elefante nella stanza" di cui paradossalmente nessuno si accorge" (il Morandini 2007)