lunedì 2 febbraio 2009

La femme infidèle - C. Chabrol (1969)

La tranquilla vita borghese di una famiglia "da Mulino Bianco" rivoltata come un calzino ed indagata nei suoi aspetti più contraddittori.
Un marito ricco ed affermatato, una moglie bella ed affascinante, un bambino serio, studioso, angelico (anche fisicamente); una grande villa in campagna, saltuari locali da ballo, domestica tuttofare. Che volere di più?
Eppure, Charles (un antiquario interpretato da M. Bouquet) ha il sospetto che sua moglie (Hélène, S. Audran) lo tradisca. Lo scopre piano piano, senza bisogno di vederla nuda con un altro, nè di fare scenate di gelosia, lo intuisce da piccoli dettagli. Una telefonata fatta di nascosto, un controllo dalla parrucchiera, le continue uscite al cinema da sola. Il tarlo della gelosia comincia a tormentarlo e Charles si affida ad un investigatore privato. In pochi giorni, il responso: Hélène si vede regolarmente con un uomo, uno scrittore, a casa di questi.
Quando Charles si reca sul luogo del misfatto e suona il campanello, il suo atteggiamento ci pare ambiguo: si presenta e, per lo stupore del suo rivale, non gli salta addosso, non lo aggredisce. Si fa offrire da bere e comincia anzi a fare il superiore, sminuendo quel rapporto extra-coniugale: la loro è una coppia libera, in cui i coniugi si tradiscono senza problemi, raccontandosi tutto delle loro avventure. Vuole anzi vedere la camera da letto, "per immaginare meglio" dice.
Stupito da tali perversioni, ma piacevolmente sollevato, l'amante di Hélène pensa di potersi lasciare andare e si permette addirittura di intromettersi nel loro matrimonio, dando dei consigli. Hélène non è adatta a vivere in campagna, a suo parere, i coniugi dovrebbero trasferirsi vicino a Parigi, perchè una donna come lei è fatta per vivere in città.
Charles lo uccide spaccandogli la testa e getta il corpo in fondo ad un lago.


Quando Hélène troverà, nella giacca di Charles, una foto del suo amante con l'indirizzo scritto sul retro capirà tutto. Eppure, senza bisogno di parole, dimostrerà la sua solidarietà al marito bruciando quell'indizio.
Nel momento in cui gli interrogatori della polizia si fanno più insistenti il film si chiude, con un finale che più aperto non si può. Sia dal punto di vista della scrittura: Charles sarà arrestato? Il suo omicidio è stato scoperto? Non ci viene detto. Sia dal punto di vista della messa in scena, con una memorabile sequenza finale che non ci svela, tramite un trucco di regia, se i due sono destinati a riavvicinarsi o ad allontanarsi.


Dramma della gelosia? Tendenza tutta maschile ad affermare la "proprietà" su una donna ed il corrispondente diritto ad escludere tutti gli altri? Felicità della donna quando scopre che il suo uomo - che pure tradisce - è disposto finanche ad uccidere per il suo amore? Sono clichés della mentalità piccolo borghese che il film non eslcude ma certo nemmeno enfatizza.
Forse quello che Chabrol ha voluto mettere in scena - riuscendovi alla grande - è semplicemente la forza dell'amore (le ultime due battute del film sono un "Ti amo" reciproco); quell'amore che, se davvero autentico, è anche senza limiti, arriva a travolgere tutto: regole sociali, leggi, obblighi morali. Ma anche a far perdonare tutto: tradimenti, omicidi, meschinerie. Niente ha più importanza, niente deve essere giudicato, quando di mezzo c'è l'amore.
E il bello del film è che tutto avviene incredibilmente sotto tono, in maniera riflessiva, senza scenate ed isterie.
L'unico momento di ira lo si ritrova davanti al bambino, il quale - ovviamente - non riesce a leggere in quella tensione momentanea un'esplosione di ritrovata (e silenziosa) complicità fra i genitori. Per lui, è soltanto una macchia nel loro meraviglioso e ricco mondo del "Mulino Bianco". Gli manca un pezzo per completare il puzzle.

sabato 31 gennaio 2009

Le promeneur du Champ de Mars - R. Guédiguian (2005)

La morte di un presidente è pur sempre la morte di un uomo. Con i suoi errori, le sue menzogne, le sue banalità e la sua sconfitta inevitabile contro la malattia. Ma anche la sua esperienza e, nel caso di Mitterrand, il suo fascino intellettuale ed il fardello di scelte importanti sulle spalle. E allora, il vecchio che, appoggiato al suo bastone, su una panca del giardinetto pubblico, ripensa ai 14 anni del suo "regno" e, volgendosi indietro, si felicita come un pensionato qualunque perché il suo Paese ha vissuto anni di pace e serenità, contrasta enormemente con l'idea di potere che ci potremmo fare. Mitterrand si considerava l'ultimo "re" di Francia: dopo di lui, dice, sarebbero venuti solo piccoli tecnocrati ed il mondo (e con esso le persone) sarebbero stati definitivamente abbandonati alle regole spietate di un mercato e di una globalizzazione inarrestabili.

Tutto quello che è nelle possibilità del capo di uno dei più longevi presidenti socialisti dell'occidente, a cavallo del crollo del blocco sovietico, pare dunque essere l'affidarsi a qualche articolo sui giornali, a poche dichiarazioni, ad un messaggio augurale per l'anno nuovo, alle chiacchierate con un giovane giornalista-biografo. Tutto questo, nell'ottica di un regista-comunista, come si definisce Guédiguian, non può non risultare sconsolante. E non può non spingere a riflettere: chi ha in mano le redini del potere? Chi decide le sorti delle nazioni, anche importanti ed influenti? Che senso ha parlare di democrazia ed elezioni se poi a tirare le fila sono meccanismi del tutto estranei alle regole del gioco? E se i presidenti, soprattutto quelli eletti con grandi speranze di cambiamento, si riducono infine ad un ben triste autocompiacimento accompagnato da una cinica disillusione sulle possibilità concrete di una politica radicalmente opposta al liberismo sfrenato?


Guédiguian, che ha tratto liberamente la storia da un libro, si sofferma a lungo sui tratti umani del presidente (un credibilissimo ed eccezionale M. Bouquet), tralasciando invece tutto ciò che riguarda il lato decisionale. Non entriamo mai con la macchina nella "stanza dei bottoni", non sentiamo del presidente che qualche discorso pubblico di routine. Dunque il suo è un giudizio tenero, quasi affettuoso, a tratti riverente. E' lo sguardo di un giovane (il giornalista, J. Lespert) che cerca di fare chiarezza su alcuni aspetti della vita e della storia di Mitterrand, finendo però inevitabilmente sopraffatto dal lato culturale e tenero di questo vecchio uomo che sapeva già che sarebbe morto poco tempo dopo aver lasciato la carica. E allora, a lasciare il segno sul giovane, ben più che i racconti della guerra e del governo di Vichy - sui quali otterrà ben poco - sono invece le massime, le pillole di saggezza, la personalità complessa, ferita, intricata di questo uomo.

Volutamente evitata - o meglio, appena accennata nella figura della giovane moglie di J. Lespert - la frattura operata con il Partito Comunista francese - condannato alla scomparsa -, che avrebbe portato il regista probabilmente ad uno sguardo decisamente più critico e severo nei confronti del presidente, tutto il film si concentra invece sul suo declino fisico e politico, fra le accuse dei suoi avversari e l'avanzata dolorosa del cancro alla prostata. Al giornalista fortunato, cui è toccato in sorte di raccogliere l'ultima testimonianza di quest'uomo di potere, non resta che prendere appunti e registrare quasi senza riuscire mai ad interloquire e, questa è l'impressione che ci lascia, senza nemmeno capirci un granché. Preso dalle turbolenze della sua vita (un figlio, una separazione, un nuovo amore), pare via via abbandonare la passione iniziale per la politica e riorientarla verso la propria vita.
"Tu sei troppo sentimentale", ripete spesso al giovane l'anziano presidente. Generazioni diverse, si potrebbe rispondere, l'una discendente delle disillusioni, delle pochezze e degli errori dell'altra.

sabato 24 gennaio 2009

Una pura formalità - G. Tornatore (1994)

Un ex-scrittore di successo di nome Onoff (un pingue G. Depardieu), caduto in depressione ed abbandonatosi all'alcol, con tormentate storie d'amore alle spalle, incapace di pubblicare alcunché da sei anni, viene fermato dalla polizia mentre corre a perdifiato in una notte di diluvio, senza documenti. Portato in centrale e sottoposto all'insistente interrogatorio dell'ambiguo commissario (R. Polanski), suo morboso fan, si trova costretto a ripercorrere, fra mille contraddizioni ed incertezze, i particolari della sua giornata - in realtà del tutto insignificanti per lo scopo del commissario - e, incalzato dalle domande sempre più mirate, a rivivere e "risistemare" le tappe più significative della sua vita. Fino a scoprire di essere stato, qualche ora prima, l'autore di un omicidio: di se stesso.


Film surreale e claustrofobico (si svolge al 90% all'interno della fatiscente, allagata centrale di polizia di uno sperduto paesino), allusivo ed aperto a molteplici interpretazioni. Noir interamente piovoso (salvo l'ultima scena) che tiene incollato allo schermo lo spettatore, nello sforzo di capire se questo sopraffino scrittore dal fisico da camionista (Tornatore dice che ha voluto Depardieu proprio per questo) sia davvero l'autore di questo efferato omicidio, la cui vittima - sono parole del commissario - ha il viso così sfigurato da renderne impossibile il riconoscimento. Ed in effetti, prima di spararsi un colpo in fronte, Onoff si è tagliato i capelli e rasato la barba, come a volersi riappropriare in punto di morte di quel volto che da anni portava celato da una lunga chioma ed una folta peluria.


Grazie al commissario ed al suo rude, folle, grottesco interrogatorio, potrà ora riappropriarsi anche dei ricordi di una vita, impressi su migliaia di fotografie che non trovava più. Fino a poter ricominciare e dedicarsi, dopo la dolorosa ricostruzione della propria esistenza, alla scrittura del suo libro migliore.
Regia ricca e curata, interpretazioni maestose, tanti dubbi. Un piccolo gioiello.

"Ricordare è come un pò morire"
(dalla canzone sui titoli di coda, interpretata dallo stesso Depardieu)

lunedì 19 gennaio 2009

Piccoli ladri - M. Meshkini (2004)

Afghanistan 2003, due anni esatti dopo l'attentato al WTC. I talebani sono stati - certo non definitivamente - scalzati, ora ci sono gli americani. Ma per la società civile afghana, abituata a continue guerre ed invasioni e periodici cambi di regime, pare davvero cambiare poco.
In mezzo ad un fiume di miseria e stenti, in una valle di lacrime e cattiverie che paiono non avere fine, si muovono sempre assieme due fratellini alla ricerca disperata di cibo, riparo dal freddo e dai soprusi e un pò di umana comprensione. Il padre, talebano, è stato imprigionato dagli americani. La madre pure, dagli afghani, "rea" di essersi risposata con un uomo poi morto, dopo 5 anni di assenza del marito combattente. Questi, dal carcere, non le perdona il "misfatto", condannando ottusamente lei a pressoché certa morte ed i figli a perpetuo randagismo.
Dapprima i due piccoli hanno l'indubbio vantaggio di poter dormire con la madre nella cella, ma poi - quando cambiano le regole del carcere - sono condannati a vagare in strada anche la notte, con la sola compagnia di un cagnolino, salvato da un linciaggio in apertura. Consigliati da un secondino, cercano in tutti i modi di commettere piccoli furti per essere riammessi nella cella della madre, finché - ispirati dalla visione di "Ladri di biciclette" - trovano quella che credono essere la soluzione giusta.


Secondo lavoro di Marziyeh Meshkini, seconda moglie di Mohsen Makhmalbaf, Piccoli ladri ("Cani randagi" nel titolo inglese) è un film sicuramente emozionante, con il pregio di mettere l'accento sul tema dei minori afghani. Oppressi da una società chiusa e devastata da decenni di guerre e fanatismi, resi orfani o figli di carcerati da lotte di potere o regole folli, contro cui sembra che nemmeno la forza sovversiva dei bambini, di questi bambini-adulti, possa qualcosa. E così, mentre i grandi di qualunque nazionalità e religione devastano interi Paesi per un potere ed un controllo sociale o geostrategico nascosto dietro alle rispettive religioni o ideologie, questi bambini devono cercare di sopravvivere a stento e preferiscono la prigione alla vita in libertà perchè la vita dentro è meglio che quella fuori.
Tuttavia, tematica interessante a parte, Piccoli ladri è un film piuttosto malriuscito: didascalico, con dialoghi forzati e con spiegazioni che sono anticipate dalle abbondanti parole, anzichè lasciate svelare dalle immagini o dalle allegorie (fatto questo leggermente curioso, per un film iraniano).

Pare evidente (troppo!) lo sforzo della regista-sceneggiatrice di circondare di tutte le tragedie di quel mondo i piccoli (meravigliosi) protagonisti, costruendo attorno a loro una serie di personaggi tutti ugualmente malvagi, approfittatori o disgraziati. E l'espediente della visione cinematografica del capolavoro di De Sica pare francamente un pò forzato.

domenica 11 gennaio 2009

Baby love (V. Garenq) 2008 (Comme les autres)



Il film che non vorresti mai vedere nella tua cineteca sotto casa. L'opera prima di Vincent Garenq (Comme les autres nel titolo originale) vuole affrontare un tema delicato e drammatico - anzi più d'uno - in maniera leggera. Niente di male, anzi. E' che per affrontare col sorriso, mescolando commedia e melodramma, dinamiche e sentimenti così forti e temi così scottanti bisogna esserne capaci e ben pochi autori e registi lo sono (Almodovar su tutti). Viceversa, il rischio è di fare becero qualunquismo. Bersaglio, ahilui, colpito in pieno dal regista francese.

Emmanuel è un bell'uomo di 42 anni, benestante, che da tempo vuole fortemente avere un bambino. Philippe, suo compagno di poco più giovane, non si sente pronto. Vuole continuare ad avere tempo per sè, per le uscite e le cene al ristorante. Così, quando Emmanuel - che è pediatra e dunque a stretto contatto quotidiano con i bambini altrui - fa richiesta di adozione (come single perché una coppia omosessuale non può), Philippe decide di lasciarlo.

Emmanuel, tuttavia, è talmente convinto e desideroso di paternità che vuol proseguire anche da solo e sul momento non pare nemmeno minimamente intristito dalla separazione, tanto il raggiungimento del suo obiettivo gli occupa la mente. Senonchè, l'assistente sociale - scoperta l'omosessualità dell'aspirante padre attraverso un episodio piuttosto banale - gli opporrà un netto rifiuto all'adozione. Emmanuel non si lascia però scoraggiare e, conosciuta una giovane argentina sans papiers, le propone "l'affare". Un matrimonio d'interesse (per i documenti di lei), in cambio di un'inseminazione artificiale per dare alla luce un bimbo (che sarebbe tutto per lui). Lei, sdegnata, rifiuta. Ma quando la polizia la ferma, la giovane Fina, per salvarsi da un rimpatrio forzato, torna sui suoi passi e se ne esce dal commissariato abbracciata al suo futuro sposo di comodo.

Visti i temi complicati ed il modo semplice semplice in cui sono stati introdotti, a chi venisse voglia di uscire dalla sala a questo punto, lo faccia pure. Perchè il seguito consiste nel completo accantonamento della parte problematica della storia, che avrebbe comportato una seria - non per forza seriosa! - analisi di cosa significhi adozione e desiderio di maternità/paternità, dell'utilizzo forzato del matrimonio come espediente per aggirare leggi restrittive, delle reazioni della famiglia di Emmanuel alle novità che sconvolgono la sua vita, etc..

Invece, tutto quello che viene messo in scena è nient'altro che una continua ripetizione di stanchi stereotipi (che tutt'al più strappano qualche sorrisino) e, come se non bastasse, ogni reazione - pur banale - ci viene accuratamente e didascalicamente spiegata e sottolineata da dialoghi dei quali francamente avremmo fatto volentieri a meno.

Naturalmente, Emmanuel è sterile e, naturalmente, chiede in prestito dello sperma all'ex il quale, dopo attenta (?) riflessione, accetta: si procede dunque all'inseminazione. Quando Emmanuel corre ad annunciare a Philippe che la bella Fina è incinta, lo trova in casa con un altro, naturalmente nudo (possibile che per far capire al pubblico che c'è intimità tra due persone dello stesso sesso bisogna per forza mostrarle svestite??).

Fina ed Emmanuel si sposano, come da accordi, ed una notte d'amore ci fa quasi pensare che possa nascere qualcosa. Ma non è così. Anzi, dopo il matrimonio, Emmanuel e Philippe si riavvicinano sempre di più, Fina ne è gelosa e, impaurita ed arrabbiata, scappa.

Si rifarà inaspettatamente viva dopo 9 mesi, per portare a termine il suo compito e partorire il figlio della coppia E-P, ormai felicemente ricongiunta. Aggiungi immagine

C'è troppo in questo film: troppi temi trattati male, troppi personaggi inutili o fastidiosi o semplicemente "buttati in scena" perchè funzionali e poi fatti sparire (la collega di Emmanuel, i genitori di Fina, la famiglia di Emmanuel), troppi dialoghi didascalici, troppe scene che non servono a niente se non a ripetere l'ovvio (l'incontro fra Lisa e Philippe, le "scuse" di Emmanuel a Philippe fuori dal tribunale, il nudo del nuovo compagno di Philippe,... e si potrebbe continuare a lungo).

Ma manca anche parecchio, soprattutto mancano un sacco di perchè. I perchè delle inquadrature, i perchè dei dialoghi, i perchè delle situazioni. Tutto è solo funzionale a "creare" una storiella ridanciana e natalizia, superficiale, in cui gli incastri funzionano, sì, ma sono forzati. E' evidente, si capisce troppo, che sono lì solo perchè lo sceneggiatore ha deciso che dovevano stare lì, perchè la storia che stava scrivendo richiedeva in quel punto quella didascalia, in quell'altro quella macchietta, etc.... E va aggiunto che le soluzioni prescelte per le "svolte" del film, nonchè i dialoghi e le reazioni per caratterizzare i personaggi sono perlomeno banali banali.


Forse è il clima generale del film, ma pure la colonna sonora risulta scarsa e prevedibile. Si salvano forse gli attori uomini, per quanto certo non aiutati dai dialoghi.

Il verdetto - S. Lumet (1982)



Per chiedere alla giuria popolare di condannare i medici di un ospedale cattolico, accusati di aver ridotto una donna incinta in stato vegetativo per un'incredibile negligenza, l'arringa finale dell'avvocato Galvin fa appello alla giustizia dei cuori. Un pò poco.

Certo, tutto pare davvero volersi mettere di traverso per il povero avvocato (P. Newman), divorziato e sull'orlo della bancarotta, 4 cause (tutte perse) negli ultimi 3 anni ed una dedizione poco invidiabile all'alcol. Questa che gli viene offerta dal vecchio maestro ed ora amico e collega Mickey Morrissey (J. Warden) potrebbe essere la causa giusta per tornare a galla. La sorella ed il genero della donna entrata in coma per via di un errore nell'anestesia gli chiedono solo di patteggiare. La direzione dell'ospedale Sant'Anna, un'istituzione religiosa rispettata e molto conosciuta di Boston, offre una grossa somma - all'avvocato ne spetta un terzo - pur di mettere a tacere tutto senza processo. Sembra fatta: per Galvin finalmente un segno nel casellario delle cause vinte ed un pò di denaro per rimettersi in sesto. Ma il caracollante, annebbiato avvocato, intristito dalle sconfitte della vita e certo bisognoso di soldi è pur sempre un brav'uomo e, per amore della verità, di se stesso e della giovane Laura (C. Rampling) che gli fa intravedere le soddisfazioni - oltre che i rischi - del combattimento per una causa giusta, il disperato, debole ma onesto avvocato Galvin non accetta di farsi comprare e decide di andare in giudizio. Vincerà, nonostante le scorrettezze e le ingiustizie che caratterizzeranno il processo.

Film del filone legal, di poche pretese, con i “soli” pregi di una grossa prestazione di Paul Newman e di una scorrevolezza, precisione e fluidità registica che fanno volare le due ore davanti allo schermo. Forse troppo. Già, perchè in questo film non viene approfondito granchè. Tutto resta nel campo dell'ovvio, dello scontato. Un giudice che più corrotto non si può, una Chiesa che da dietro alle quinte manovra a proprio piacimento le proprie marionette, una giuria popolare inaspettatamente sensibile, una teste scomparsa che improvvisamente cambia idea e si presenta al processo per sparigliare i giochi.

Se nella prima parte tutto sommato il film risulta gradevole ed il personaggio di Newman simpatico e credibile, nella seconda - quella più spiccatamente processuale - tutto pare pensato solo ed esclusivamente per aumentare la suspence, creare intoppi e poi chiudere - ovviamente con la vittoria dei "buoni" - una storia che pure si era messa così male per i "nostri eroi". Alcune trovate davvero paiono eccessivamente semplici, come il medico - fino a quel momento testimone chiave dell'accusa - comprato con un viaggio ai Caraibi di una settimana, la scoperta casuale dell'assegno che testimonia il tradimento di Laura (anche lei prezzolata dalla difesa per spiare Galvin), la fotocopia del referto originale che incastrerà i medici del Sant'Anna, colpevoli di aver praticato un'anestesia ad una donna che aveva mangiato da appena un'ora, causandole così la morte per soffocamento indotto dal proprio vomito nella mascherina.

Quale altra giustificazione trovare in questo lavoro se non quella di mettere in scena una storia a lieto fine facendo apparire i "cattivi" davvero cattivi ed i "buoni" davvero buoni, per quanto sfigati e deboli? E di dimostrare così che il buon cuore umano - in questo caso invocato come supremo giudice - sceglie di stare dalla parte dei secondi, nonostante i custodi e professionisti della legge cerchino in tutti i modi di schiacciarli? Americani brava gente.

Anche il finale lascia più di una perplessità.

Newman e la regia – davvero super – di Lumet salvano in corner un film che per il resto sarebbe poca cosa.

sabato 10 gennaio 2009

Stella - S. Verheyde (2008)


Parigi, 1977. Stella (Léora Barbara) è la figlia unica di una coppia che gestisce una specie di bar-dormitorio che accoglie persone inviate dai servizi sociali. Vive e cresce fra alcolizzati, rissaioli, piccoli delinquenti ed emarginati. I suoi genitori sono abbondantemente in rotta ed il loro naufragio coniugale ed individuale non può che ripercuotersi su di lei.
Eppure Stella pare trovarsi a suo agio fra partite a biliardo, bevute colossali, balli e risse da osteria. Si diverte e cresce, a mo
do suo, nell'affetto degli habitués del bar (soprattutto il personaggio bello e tenebroso di Guillame Depardieu) e nell'incapacità dei genitori di starle vicino, così impegnati a cercare un senso nella loro di vita da non potersi dedicare a quella della figlia.
Così, quando alle medie viene inserita in una scuola del centro, per ricchi, Stella ha uno shock. Improvvisamente, paracadutata in un mondo così distante dal suo, scopre che tutto quello che ha imparato dalla vita - le formazioni del campionato di calcio, a distinguere di chi ci si può fidare e di chi no, il gioco delle carte, il biliardino,... - non le servirà a niente perchè quello che conta, nella società "che conta", è tutt'altro.

La prima reazione è viole
nta e di distacco: Stella litiga e viene alle mani con i compagni, non riesce a seguire niente delle lezioni, non si sforza nemmeno, ed i risultati sono umilianti. La sua solitudine, in una classe di ragazze che "sembrano uscite da La casa nella prateria", aumenta a dismisura e l'unica compagna che le si rivolge in tono amichevole, la prima volta, lo fa per sbaglio, perchè l'aveva confusa con un'altra.
Questa ragazzina - Gladys -, figlia di un ricco psichiatra argentino, si rivelerà un angelo per Stella, così desiderosa di non restare più sola e al tempo stesso così costretta a sentirsi sempre un pesce fuor d'acqua in quell'ambiente ostile, che non concepisce tempi di adattamento, che costringe a sbattere il muso
contro gli ostacoli, ancor prima di averli visti.

Parallelamente al suo estraniamento dalla classe, cresce anche il suo smarrimento, la sua solitudine in "casa". Sottolineato dalla maturazione fisica, lo sviluppo di Stella coincide anche con veri e propri traumi: la vista di un morto ammazzato sotto la propria finestra, la madre che tradisce il padre, il costante distacco fra i genitori, stanchi di una vita troppo difficile.

Recatasi in campagna dalla nonna per le vacanze dopo la fine del primo trimestre, Stella incontra la sua - fino a quel momento - unica vera amica, ragazzina di campagna dai capelli legati di lato, emarginata e con un padre violento. E' da qui che parte il cambiamento di Stella, è da qui che matura in lei la consapevolezza che quella scuola in cui si è ritrovata per caso può rappresentare davvero un'opportunità. Per uscire da un mondo troppo duro, per non accettare in silenzio le angherie ed i soprusi di alcuni adulti, abbruttiti dalla vita.

Sarà proprio Gladys - che è la più brava della classe - ad iniziarla alla passione per i libri, a spingerla in qualche modo verso il primo amore, sarà lei a farla sentire apprezzata e meno sola e a farla aprire. E sarà soprattutto grazie a lei che Stella riuscirà ad intravedere non solo e non tanto l'importanza di ottenere risultati a scuola, ma soprattutto quella di trovare un senso negli sforzi che servono per raggiungerli.


Ennesimo bel film francese sull'adolescenza, Stella è ambientato sul finire degli anni '70 perchè è un racconto autobiografico, ma potrebbe essere tranquillamente attualizzato ad oggi. Il suo punto di forza non ci pare essere nè il difficile rapporto adulti-adolescenti, nè l'ostilità dell'istituzione-scuola (docenti, compagni, materie di insegnamento) verso chi, per la sua provenienza e la sua storia, incontra comprensibilmente delle difficoltà (temi entrambi comunque fortemente presenti).

La particolarità di questo film sta invece proprio nel non ricercare una morale sempre valida, ma nello sforzarsi di mettere in scena - in maniera emozionante e divertente, mai pesante o didascalica - la possibilità di una crescita e di una reciproca comprensione fra diversi, basate entrambe non sulla "tolleranza" faticosa di alcuni verso altri, ma sullo scambio ed il rispettivo arricchimento, sull'importanza della cultura come mezzo. E suoi tempi di questa come di ogni crescita. Che bisogna imparare ad aspettare.


Qualcuno, in maniera un pò cinica, potrà forse accusare questo film di buonismo ed in effetti il rischio c'era. Ma tuttele scene decisive, quelle che sottolineano le diverse tappe del cambiamento di Stella, sono girate con tanta delicatezza, sensibilità e forza visiva da fugare subito ogni sospetto di faciloneria ed arrivare dritte al cuore dello spettatore senza mai farlo smettere di pensare.

Splendida la colonna sonora, con la canzone principale, quella dei titoli di coda, cantata dalla stessa sceneggiatrice e regista.

lunedì 8 dicembre 2008

E' arrivata la felicità - F. Capra (1936)

Che farsene di un'eredità da 20 milioni di dollari in arrivo da un lontano parente quando si è sempre vissuti nel proprio piccolo paese e, fra lavoro, volontariato e musica si vive tranquilli? Mr. Deeds goes to town (titolo originale) va innanzitutto contestualizzato storicamente: siamo negli U.S.A. ancora in piena crisi economica ed il presidente Roosvelt, alla vigilia della sua seconda elezione, sta cercando di risollevare il Paese facendo leva su sentimenti quali l'onestà, l'etica del lavoro, la purezza d'animo, contrapposti all'insieme di tutto il male possibile: imbroglioni, approfittatori, sfruttatori,....Si tratta insomma della solita suddivisione "con l'accetta" che il discorso dominante riproduce anche oggi, a 72 anni di distanza (!), allorchè si sente parlare di "incoscienti", "spregiudicati", etc..come se davvero una crisi mondiale potesse essere provocata dalla follia o dall'imprudenza di un manipolo di esaltati e non dalla masochistica (ma non consapevole) vocazione al suicidio lento, giorno dopo giorno, di una fascia enorme e generalizzata di popolazione.
Mr. Longfellow Deeds (Ariosto Deeds nella traduzione italiana dell'epoca) è un giovane signore di campagna, che vive sereno, suona la tuba nella banda del paese, è pompiere volontario e scrive poesie su ordinazione, al fine di pubblicarle su cartoline augurali. L'annuncio della mostruosa eredità non lo smuove granchè, pur costringendolo a trasferirsi in città per seguire gli affari. Tutto attorno si muovono come sanguisughe tutta una serie di personaggi più o meno squallidi e più o meno interessati alla sua fortuna, fra i quali spicca per odiosità l'avvocato Cedar dello studio Cedar, Cedar, Cedar e Budington, intenzionato a mantenere il controllo amministrativo dell'enorme patrimonio. Il signor Deed (Gary Cooper) è paesano, ma certo non ingenuo, tanto che ha l'istinto di tenere sempre al di fuori delle sue decisioni l'avvocato Cedar (del quale dirà anzi che ha "la mano viscida") e di respingere tutte le altre pretese di personaggi squallidi in cerca dell'allocco da spennare.
Louise Bennet (Jean Arthur) è una caparbia giornalista che, riuscendo ad entrare nella vita privata del neomiliardario con uno stratagemma, ne scriverà articoli pungenti, sottolineando i suoi comportamenti spontanei ed infantili con un tono così sarcastico da tracciare l'immagine di un uomo ridicolo e quasi folle. Dulcis in fundo, gli appiopperà un soprannome azzeccato: Cinderella man, tradotto in italiano con un meno chiaro Cincinnato (ma, si sa, in quel periodo storico italianizzare e romanizzare tutto andava per la maggiore..).
Naturalmente i due finiscono per innamorarsi, così è facile immaginare la reazione di Mr Deed quando viene a scoprire che l'autrice di quegli articoli infamanti è proprio lei, la sua "Babe", per cui finalmente si era aperto il cuore ed alla quale aveva appena chiesto – in versi – di sposarsi. Distrutto, decide di utilizzare tutto il suo immenso patrimonio per comprare terre per le grandi masse di disoccupati e ritirarsi al suo paese. Per evitare quest'ultima follia, l'avvocato Cedar ed i parenti esclusi dall'eredità intentano una causa per dimostrare (anche basandosi sugli articoli di giornale) la follia di Deed, farlo internare e revocargli dunque il patrimonio prima dello spèrpero. Durante l'udienza decisiva, Deed tace per l'intera prima parte, considerando che più niente abbia ormai importanza; poi, superato lo shock – grazie anche all'impegno ed al pentimento di Louise – egli riuscirà a far decadere l'accusa con una magistrale e brillante apologia tesa a dimostrare che ognuno, a modo suo, è un po' "picchiatello".
Il film di Capra – Oscar per la miglior regia – è innanzitutto una piacevolissima commedia sentimentale; inoltre, ha il merito di sottolineare difetti e difettucci delle nostre società: arrivismo, avidità, voyerismo (agli esordi), servilismo verso i potenti, pregiudizi verso i forestieri, conformismo e rifiuto delle diversità,...
Ha tuttavia il limite - non piccolo - di mettere in piedi questa critica sociale partendo dal personaggio "buono" (che fa viaggiare bene il sistema, alimenta il sogno americano, fa della beneficenza per aiutare chi è in difficoltà,...) che si contrappone ai cattivi (che invece fanno andare fuori giri il sistema con la loro avidità) e non, al contrario e più radicalmente, partendo dalla critica del sistema stesso, che legittima e anzi richiede per funzionare l'esistenza di mostri come lo studio Cedar, Cedar, Cedar e Budington e, più in generale, lo sfruttamento del più forte sul più debole (altro che la similitudine del salvataggio in barca che recita Cooper durante l'arringa difensiva...).
Questa visione un po' facile e demagogica – del resto tipica di Capra – in quel particolare periodo storico sa anche di ruffianeria.

Le deuxième souffle - J.P. Melville (1966)

Tratto da un romanzo di José Giovanni – ex galeotto corso, che a sua volta passerà dietro la macchina da presa dopo questo film – Le deuxième souffle (nella traduzione italiana: "Tutte le ore feriscono...l'ultima uccide") è un classico del genere gangster movie/noir, stilisticamente perfetto, in cui non manca proprio niente. Il criminale spietato ma tutto d'un pezzo, pronto a morire pur di difendere la sua onorabilità; il poliziotto abile, dalla lingua sciolta e quasi divertito nel giocare a "guardia e ladri"; c'è l'evasione, il nascondiglio, un furgone da assaltare. E poi naturalmente le pistole, tante pistole, le sigarette, i cappelli a tese larghe, il cognac. E lei, la donna, che è sempre la donna del capo, chiunque egli sia.



Gustave Menda, detto "Gu", impersonato da Lino Ventura, è un criminale di "alta categoria", che torna a Parigi dopo un'avventurosa fuga dalla prigione che costa la vita ad uno dei suoi complici. Lì si ritrova con la sua donna, Manouche, e progetta di partire assieme a lei per l'Italia. Prima di partire, però, gli viene offerto di prendere parte ad un colpo da 200 milioni: si tratta di assaltare un furgone che trasporta platino, uccidere la scorta in moto, impossessarsi del bottino. Gu, che ha un disperato bisogno di soldi, accetta.
Il colpo, che ha luogo su una spettacolare strada di montagna, è ben architettato, grazie anche all'aiuto di un informatore, e riesce alla perfezione.
A Gu non resta che aspettare che le acque si siano calmate per incassare e partire.
È a questo punto che si dimostra nella pratica l'intelligenza e la furbizia del commissario Blot (Paul Meurisse) che, rintracciato fortunosamente Gu nel suo nascondiglio, riesce ad estorcergli la confessione con un inganno. Nella dichiarazione emerge anche il nome dell'ideatore del colpo (Paul Ricci), che viene arrestato. Fatto passare per un traditore dal fetente commissario Fardiano – che invece non riuscirà ad ottenere i nomi degli altri complici nemmeno dopo averlo fatto torturare quasi a morte – Gu riesce ad evadere dall'ospedale giudiziario dove era rinchiuso e ad ottenere la sua vendetta, sia su Fardiano ed i suoi metodi, sia sul fratello di Paul, Jo, vero burattinaio senza scrupoli dell'intera vicenda e dunque meritevole di morire.
Memorabili le sequenze finali della resa dei conti e dell'arrivo (come sempre tardivo) della polizia. Nel farsi morire il delinquente Gu fra le braccia, l'onesto commissario Blot lascia trasparire un senso di amarezza e dispiacere.



La povera Manouche è l'unico personaggio femminile in un mondo perturbato da cattiverie maschili e dunque forse sarebbe l'unico punto di vista differente, purtroppo mai approfondito, del film: alla fine si ritroverà sola, come del resto era scritto nel suo destino sfortunato e a quanto pare inevitabile di "compagna del capo".
Cadenzato dall'alternanza di lunghi silenzi ed improvvisi "scoppi" - di parole, di armi – rigidamente formale nella regia e basato sul principio che "buoni" e "cattivi" sono più che mai trasversali alle categorie di "guardia" e "ladro", Le deuxième souffle è anche il rimpianto di un criminale (J. Giovanni) per un mondo che conosceva bene e che vedeva sempre più deteriorarsi. Non a caso, il "vecchio" Gu è rispettato e tenuto in considerazione elevata da tutti, commissario Blot compreso, tranne che dal giovane membro della banda con cui assalta il furgone, simbolo quasi di uno scontro generazionale e di mentalità.
La retorica è quella tipicamente maschilista e conservatrice dell'onorabilità del gangster (o del poliziotto, del padre di famiglia, etc..) di una volta, che manteneva la parola data e non tradiva gli amici, la stessa dell'uomo forte "che non deve chiedere mai".
Remake nel 2007 (Alain Corneau, con D. Auteuil e M.Bellucci)

venerdì 5 dicembre 2008

Elephant - G. Van Sant (2003)


Palma d'oro e premio per la miglior regia a Cannes, Elephant è un lavoro curato e di forte impatto, nonostante una sceneggiatura tutto sommato povera e priva di colpi di scena.
I protagonisti sono un gruppo di giovani, ciascuno alle prese con i suoi problemi e le sue paranoie tipicamente adolescenziali ma, soprattutto, con una grande, infinita solitudine. È questo sentimento (unito ad una forte inquietudine) che resta più di ogni altro allo spettatore al temine degli 80 minuti di Elephant: non c'è condanna, né assoluzione per gli autori della strage (che fa evidente riferimento a quella di Columbine del 1999, pur potendo legarsi ad ogni altra strage perpetrata da ragazzi all'interno di un istituto scolastico).
Quello che colpisce – e che viene visivamente enfatizzato dal ricorso ossessivo di Van Sant alla carrellata a seguire i ragazzi – è il loro completo spaesamento, il loro incedere solitario, triste e sempre uguale per i larghi e spesso deserti e bui corridoi della scuola, in cui il massimo scambio che vi avviene è uno sguardo provocante, o un "batti cinque".
Non c'è nemmeno nessun adulto che possa venire incontro al loro malessere: non potrà il padre ubriacone, non potrà il preside ottuso e severo, non potrà il professore ciarlatano, la madre assente,...e così i ragazzi finiscono per trovare ragioni di vita o modelli da imitare nella linea da mantenere, nel nazismo, nell'alcol, nella passione per le armi. Ferendosi a vicenda, in una sorta di competizione tra fragilità in cui all'aggressivo tocca il ruolo di torturatore, al timido quello della vittima.
È una continua disgregazione quella che mette in scena Gus Van Sant: della famiglia, della scuola come istituzione in grado di comprendere, far crescere e maturare i ragazzi, ma anche delle amicizie, che sembrano basarsi più sulla momentanea, opportunistica condivisione di piaceri passeggeri che non su un reale coinvolgimento emotivo o su uno scopo da raggiungere.
Cosa suggerisce la regia, nel decidere di mostrarci le stesse scene dal punto di vista di diversi ragazzi? Che il vuoto riguarda tutti, nessuno escluso. Che un senso nella vita di questi giovani "normali" non si vede proprio, che in questo ognun per sé e tutti contro tutti davvero l'esistenza si rivela inutile e triste.
La morte di Benny, il ragazzo che aiuta una compagna a saltare fuori dalla finestra per mettersi in salvo e poi, nel silenzio irreale della strage, decide di andare consapevolmente incontro ad una morte certa ne rappresenta in un certo modo l'emblema.
Filma i giovani, Van Sant, per accusare gli adulti, o meglio il mondo che gli adulti hanno contribuito a creare. Un mondo sempre più diviso, fatto di individui deboli che però devono dimostrarsi forti e "duri" per restare a galla. Fino a che, talvolta, ci scappa l'eccesso, lo scoppio di rabbia apparentemente improvviso ed inaspettato, apparentemente folle, ma che tuttavia – ad un occhio sensibile – è tutt'altro che tale. Questo film, sminuzzando il racconto e ricostruendolo da diversi punti di vista prima di arrivare al climax vuole dirci proprio questo: tutte le tragedie, anche le più incomprensibili - e questa certo lo è -, hanno una radice.
Colonna sonora affidata in larga parte a Beethoven, di kubrickiana memoria, così come le carrellate per i corridoi di quella scuola, così simile ad un Overlook hotel.
"Elephant allude al proverbio americano dell' "elefante nella stanza" di cui paradossalmente nessuno si accorge" (il Morandini 2007)

domenica 30 novembre 2008

Il vento fa il suo giro - G. Diritti (2005)

Piccola produzione italiana, finanziata in cooperativa – di cui fan parte anche gli stessi attori (non professionisti) –, Il vento fa il suo giro è un film che parla, con le immagini e (a tratti troppo) con i dialoghi, della difficoltà umana nell'accettare il nuovo, il diverso, senza pretendere che questo si pieghi in toto alle regole preesistenti e si dimostri continuamente grato verso chi generosamente lo ha tollerato sul suo territorio.

Vuole parlare in generale questo film di Giorgio Diritti e forse il difetto più grande di questo lavoro – comunque di ottimo livello – si trova proprio nella sua pretesa didascalica e generalizzatrice. O meglio, al mezzo cui questa pretesa (condivisibile) viene affidata: il dialogo, ovvero il mezzo più semplice. Quando alle baite, ai monti di Chersogno ed ai volti, sinceri e credibili proprio perchè sono state scelte persone del luogo, si sostituiscono i dialoghi filosofici e "da professore" di Philippe, ecco che il film finisce per diventare ridondante, appesantirsi, perdere di spontaneità, allungarsi eccessivamente. Sarebbe allora stato meglio lasciare che fossero le immagini - e magari la successiva riflessione dello spettatore – ad affrontare i discorsi (pienamente condivisibili) sulla non-staticità delle culture e sulla necessità di non fermarsi alla "tolleranza" di chi viene da fuori ed è portatore di una storia ed una cultura altre.





Il racconto è ambientato in un piccolo paese ormai spopolato, al confine fra il Piemonte e la Francia. La gente del luogo – una decina di persone stabili, più quelle che vivono in città ma passano le ferie in paese – parla l'occitano e pare tanto legata alle proprie tradizioni quanto rassegnata a vederle scomparire per sempre senza reagire.

Il paese sta morendo, tutti ne sono consapevoli. Eppure, la richiesta di questo ex-professore francese, divenuto pastore perchè "a scuola si insegnano cose inutili ai ragazzi", di trasferirsi dai Pirenei con la moglie ed i tre figli per far pascolare le proprie pecore e fabbricare il formaggio, è accolta con molta diffidenza. C'è chi ha paura perchè non lo conosce, chi teme che "poi arriveranno gli albanesi", chi dice che bisogna prima pensare alla gente (quale?) del paese ed alla conservazione delle sue tradizioni: insomma, meglio preservare rigidamente immutate le usanze e farle così morire, che aprirsi alla contaminazione e garantire così una sopravvivenza dignitosa al paese.

Ad aggravare la situazione, c'è il fatto che sono tutti molto preoccupati per via di alcuni furti nella zona: i ladri si sono infilati in alcune delle case sfitte per undici mesi all'anno ed i montanari, impauriti, si sono ancor più chiusi in se stessi.

Comunque, grazie al coraggio ed alla disponibilità del vice-sindaco, speranzoso di rilanciare il paese, una casa per la famiglia francese alla fine si trova e sono in diversi a dare una mano per ristrutturarla. Dopo un inizio di convivenza all'insegna dei buoni sentimenti, tuttavia, la diffidenza torna a riemergere ai primi screzi. La famiglia, dapprima adottata e benvoluta dai più, viene isolata, ogni gesto non conforme alle rigide convenzioni paesane viene enfatizzato per sottolineare la "diversità" e l'estraneità di quei normalissimi e semplici francesi, trattati ora come "pezzenti", ora come "puzzoni", ora come incapaci di una convivenza civile. La situazione degenera e dai primi rimproveri per via dello sconfinamento delle capre su terreni su cui non era loro concesso di pascolare, si arriva fino ad avvertimenti in stile mafioso. Quando la famiglia deciderà di andar via, saranno in pochi a soffrire per questo progetto di convivenza fallito.

Finale amaro ma inevitabile, viste le premesse: la buona volontà di alcuni deve arrendersi di fronte all'enormità degli ostacoli. Le domande, i dubbi e le riflessioni che portano queste persone provenienti "da fuori" sono troppo per una società moribonda che decide dunque di suicidarsi.


Ci vorrà tempo ed un paziente lavoro per cancellare questa bizzarra (e solo contemporanea) idea – perpetuata e sfruttata dal dibattito politico e dal macchiettismo televisivo – per cui le "tradizioni", le "radici", le "origini", le "usanze" sono qualcosa di immutato ed immutabile, privo nei secoli di qualsiasi influenza esterna ed in perenne rischio di annullamento a contatto con le diversità. Al contrario, la storia dimostra proprio che è senza lo scambio, il confronto e l'arricchimento reciproco che le società muoiono nella loro solitaria monoliticità. L'incontro con l'altro non è tolleranza, né estetizzante esotismo: è crescita per ciascuno di noi, è occasione per riscoprire davvero le proprie radici (a partire da uguaglianza, rispetto e solidarietà), non per difenderle nella loro teoria, ma per affermarle e rilanciarle con la pratica.

Pluripremiato in Italia e all'estero, Il vento fa il suo giro (sottotitolo: ...e ogni cosa prima o poi ritorna) ha avuto enormi difficoltà anche di distribuzione, che ne hanno fatto involontariamente un ottimo esempio di film "di nicchia" che si è trasformato in film di successo grazie al passaparola ed in barba alle regole ottuse del mercato italiano.

sabato 29 novembre 2008

Cuore di Vetro - W. Herzog (1976)

Germania rurale, 1800. Hias è un guardiano di vacche dotato di chiaroveggenza. Dai pascoli in altura osserva il mondo da sopra alle nuvole e nel silenzio dei luoghi immagina foschi presagi da fine del mondo, si vede risucchiato vorticosamente sempre più in basso, sempre più in basso,....ma. Ma è proprio da lì che, riacquistata la pace interiore e liberatosi di tutto ciò che lo appesantisce (tutto è inutile), l'uomo può cominciare il suo nuovo volo, leggero, e ricostruire così una nuova società.
I 70 minuti che seguono il lirico ed intenso esordio di Cuore di vetro sono un esempio di rapida discesa all'inferno degli uomini.
In un piccolo borgo depresso è appena morto il mastro-vetraio, che si è portato nella tomba anche il segreto per fabbricare quel vetro color rubino che assicurava gioia e tranquillità al paese. Il figlio del proprietario della vetreria, nonchè signore del luogo – un vecchio da 12 anni immobile su una sedia, capace però di una sarcastica risata da brividi – decide che vuole a tutti i costi scoprire quel segreto.
In un climax di follia, sottolineato da una fotografia tendente al rosso fino quasi all'estremo, il giovane fa rubare alla moglie (muta) del mastro-vetraio il divano dove l'uomo era solito sedersi, nella convinzione che al suo interno fosse nascosta una formula inesistente; poi uccide la propria serva, certo che fosse un miscuglio con il sangue umano a donare quel magnifico colore al vetro; infine dà fuoco di notte alla vetreria.
Tutt'intorno a lui si dispiega la follia dei paesani che si uccidono, ballano con i morti, si divertono sguaiatamente, consci del loro triste presente. Hias "vede" tutto questo prima che accada, ma nessuno lo ascolta, anzi, proprio perchè aveva predetto tante sventure viene alla fine accusato di essere lui a portare sfortuna e miseria in quel luogo e viene imprigionato, assieme al giovane signore, ormai sprofondato nella sua pazzia.
Hias però ha bisogno di "tornare a vedere", perciò scappa e torna sulla montagna. Lì, dopo aver combattuto ed ucciso gli ultimi fantasmi del vecchio mondo, ricomincia a "vedere" ed immagina uomini sperduti su un'isola rocciosa che, stanchi della loro limitata solitudine e spinti dalla più bella ed istintiva caratteristica umana – "il dono del dubbio" -, decidono di rischiare e di andare a conoscere come è fatto il mondo. Partono su una barca alla ricerca di una nuova terra, accompagnati dai canti e dai gabbiani.
Gli attori di questo film hanno recitato sotto ipnosi.
"Nelle acque il ricordo di Atlantide. Io vedo una nuova terra che nasce"

mercoledì 26 novembre 2008

Changeling - C. Eastwood (2008)


Come definire se non stupido il comportamento di una polizia che, ansiosa di donare tranquillità alla cittadinanza e soprattutto scrollarsi di dosso una pessima reputazione, riporta ad una donna, disperata per la scomparsa del suo unico figlio, un bambino diverso? Eppure l'ultimo film di Clint Eastwood è un dramma intenso e terribile, se al tragicomico sbaglio si aggiunge che i capi della polizia e gli incaricati dell'inchiesta decidono comunque di chiudere frettolosamente le indagini, negando fermamente l'errore e creando un muro attorno alla povera madre nel tentativo di farla passare per pazza ingrata, fino a farla rinchiudere in un manicomio.
Siamo a Los Angeles, nei mesi immediatamente precedenti al crollo delle borse del '29 e, in un'America tutta presa dal suo sogno economico, Christine è una bella ragazza madre (abbandonata dal proprio compagno, impaurito dalla responsabilità di un figlio) che deve conciliarsi fra la cura dell'adorato Walter ed il lavoro in un centralino di smistamento delle telefonate. Un giorno, rientrata a casa, scopre con orrore che il figlio non c'è. L'atteggiamento della LAPD (L.A. Police Departement) è immediatamente chiaro fin dalla prima telefonata, i pregiudizi sui "ragazzetti" che se ne vanno a bighellonare e sulle madri isteriche è subito evidente. Ma è dopo il ritrovamento del finto Walter che si scatena la barbarie in divisa e doppiopetto. Sbirri, capi della polizia, medici, politici, tutti concorrono a formare un cordone di (in)sicurezza intorno a Christine, fingendo di aiutarla ma in realtà facendola sprofondare sempre più in una follia indotta che non arriva alle estreme conseguenze dell'internamento perpetuo solo grazie all'aiuto di qualche singolo coraggioso ed a "fortunate" circostanze. E non sarà il poliziotto onesto che decide - forse più per "eccesso di schifo" verso i colleghi che per convinzione – di seguire una traccia diversa e riaprire l'indagine, né saranno i giudici severi verso i reali colpevoli di questa tragedia umana a farci cambiare opinione sulla drammaticità della condizione del singolo che, di fronte al potere, alla gerarchia, all'ordine costituito (come cantava De Andrè), rischia di trovarsi improvvisamente solo, spinto alla pazzia e poi rinchiuso, torturato, diviso dai propri cari per ragioni che, se nel film di Eastwood possono anche apparire insostenibili, lontane nel tempo, non riproponibili dovrebbero invece farci tutti riflettere per la loro attualità.
Quando, per motivi che oggi vanno per la maggiore (la sicurezza, la tutela del patrimonio, la difesa dell'ordine pubblico,...) si legittimano i detentori del potere (siano essi in doppiopetto o in divisa) ad usarlo a piacimento infischiandosene di cose (effettivamente fastidiose e di intralcio...) come i diritti umani e la giustizia uguale per tutti, ecco che il dramma descritto in questo Changeling (peraltro tratto da una storia vera ripescata negli archivi della LAPD) rischia di riproporsi quotidianamente dietro altre forme. E, ciò che è peggio, senza che si riesca ancora ad afferrare che dietro a tutti questi schermi di belle parole e nobili obiettivi, si nasconde generalmente sempre un solo scopo: la conservazione del potere nelle mani di chi ce l'ha. E non tutte le sentenze possono essere "riparatorie".
Film lungo ma mai noioso, bella fotografia chiaro-scuro, bravi gli attori, soprattutto un'ottima Angelina Jolie che riesce a mantenere il suo personaggio nei limiti senza strabordare (vista la storia, il rischio c'era). Eastwood affianca alle regole del cinema americano classico un paio di colpi ad effetto, "giocando" con il viso emaciato della Jolie, incorniciato da un luminosissimo rossetto.

lunedì 24 novembre 2008

Rocco e i suoi fratelli - L. Visconti (1960)

L'idea del contrasto emerge fin dalle primissime scene, come a voler da subito sottolineare quello che sarà uno dei princìpi cardine di tutto il film. Il contrasto fra l'idea di famiglia unita ed indissolubile che la madre Rosaria si porta con sé dalla Lucania fin su a Milano e la dura realtà di una società disgregata e disgregante, in cui i legami familiari sono destinati a spezzarsi, sacrificati sull'altare di una voglia di benessere e di libertà che possono portare all'emancipazione (se li si raggiunge per davvero) così come all'autodistruzione.
Appena scesi dal treno alla stazione di Milano, infatti, Simone, Rocco, Ciro, Luca e la madre si aspetterebbero di trovare Vincenzo, il fratello maggiore già trasferitosi al nord da tempo, con un lavoro, una fidanzata e la possibilità – questo almeno è ciò che spera Rosaria – di occuparsi di tutti quanti, ora che il padre è morto. Ma Vincenzo non c'è e poco dopo la panoramica sui volti stupiti della famiglia che dal bus guardano attoniti le luci delle vetrine di Milano anticipa già il secondo tema centrale (peraltro strettamente collegato al primo): quello delle conseguenze drammatiche dello sradicamento. E' solo per evitare ai figli di vivere una vita di sacrifici e di stenti che Rosaria si è decisa a partire per Milano: per non far ammazzare di fatica anche loro su quella terra ingrata, come aveva fatto loro padre, "che è morto mille volte prima di chiudere gli occhi".
C'è tutto il dramma dall'emigrazione in questo capolavoro di Visconti e rimbalza negli occhi dello spettatore con una violenza tale che non si può fare finta di nulla, né cedere ad alcuna estetizzante benevolenza paternalistica verso la famiglia di "terùn" che emigra in cerca di una vita e di una libertà nel grigio, freddo, ostile Nord.
Ciascuno dei fratelli imbocca poi la sua strada per la disperazione via via crescente di Rosaria che solo nelle prime battute (fondamentalmente solo nella scena del risveglio sotto la neve, mentre prepara la colazione per tutti, dà indicazioni sui vestiti da mettersi e si fa salutare dai figli uno ad uno sulla soglia di casa) sembra riuscire a mantenere il controllo della famiglia come vorrebbe. Vincenzo, per via che "ha combinato nu guaio", sposa la fidanzata nonostante l'opposizione delle rispettive madri; Simone, che è l'inquieto della famiglia, si lascia sedurre da Nadia, una giovane donna che "fa la vita" e lo convince ad intraprendere la carriera da boxeur ("un mio amico che fa la boxe ha una macchina lunga lunga che non finisce più"), prima di lasciarlo, finire in carcere ed innamorarsi di Rocco; quest'ultimo – nonostante la giovane età – è senza dubbio il più maturo e sensibile dei 5 fratelli ed è anche l'unico a riuscire a conservare quel senso di famiglia e di unità che ne fa la proiezione dei desideri della madre. Rocco vorrebbe tanto tornare al "paese", se solo le cose andassero meglio laggiù; Rocco è anche l'unico a difendere ostinatamente Simone davanti ad ogni sua nefandezza. "Noi non dobbiamo giudicarlo, noi dobbiamo solo difenderlo", dirà anche dopo che Simone ormai ridotto a relitto, a scarto della società, fallito, depresso ed alcolizzato, avrà confessato di aver ucciso la giovane e bella Nadia.
Altra vittima predestinata, Nadia è una prostituta che fa perdere la testa a Simone che, istigato da una sorta di Lucignolo di periferia ed accecato dalla gelosia, la violenta davanti agli occhi di Rocco, ovvero – dice la stessa Nadia - "la sola cosa bella che mi fosse capitata nella vita". Rocco infatti è l'unico a comprendere realmente la tristezza e la solitudine di Nadia, a cercare di stimolare il suo amor proprio, fino a convincerla a frequentare un corso per dattilografa per tirarsi fuori dalla strada. "Tu mi fai pena", le dice, "perchè tieni sempre l'aria di avere paura, mentre non bisogna aver paura, bisogna avere fiducia". Nadia pare sul punto di farcela, l'amore (per Rocco ma anche per sè) sembra spuntarla, ma ecco che la gelosia, la violenza, la bestialità umana intervengono a riportare tutto prepotentemente sui soliti binari. La difesa ad oltranza di Simone da parte di Rocco - che finisce per incolpare se stesso e Nadia della furia omicida di Simone - fanno crollare definitivamente la povera ragazza che oltre ad aver subito il dramma della violenza sessuale vedrà perdere di senso tutto quel poco di bene che aveva ricevuto, senza capire il perchè ("Quello che ieri era bello e giusto oggi diventa una colpa?") e dovrà tornare a fare "la vita", prima di essere uccisa in una sequenza giustamente divenuta mitica.



Sono troppi gli spunti che regala questo film, anche semplicemente attraverso una battuta, uno scambio di sguardi, una gestualità: l'accoglienza che le vecchiette milanesi riservano alla famiglia lucana che trasloca negli alloggi popolari racconta magistralmente un mondo intero di stereotipi ed arroganza dei "settentrionali" (di tutti i nord del mondo) verso i "meridionali" (di tutti i sud del mondo); la divisione delle lenticchie buone da quelle marce in cucina, metafora che Ciro riprende sul finale per convincere Rocco che Simone con la sua follia sta portando tutta la famiglia alla rovina e che bisogna separarsi da lui prima che sia troppo tardi.
È il finale però quello su cui vale la pena di soffermarsi. Ciro, il fratello più "sottotono", che lavora all'Alfa Romeo come operaio specializzato, dopo aver ottenuto il diploma alle scuole serali, ed è innamorato di una bella ragazza acqua e sapone che vuole sposare, passa la pausa pranzo assieme al piccolo Luca, sul quale tutti i fratelli finiscono prima o poi nel corso del film per far ricadere le proprie speranze o le proprie frustrazioni. Simone è appena stato arrestato per l'omicidio di Nadia, mentre Rocco, per pagare i debiti di Simone, si è cacciato in un vicolo cieco fatto di combattimenti di boxe in giro per tutta l'Europa, proprio lui che, al contrario di Simone, non amava boxare, perchè lo spaventava tutta la cattiveria che era capace di tirare fuori sul ring. In attesa del suono della campana che richiamerà gli operai al lavoro, Ciro cerca di trasmettere al piccolo Luca la speranza per una vita che sarà più giusta e più onesta, in cui tutti potranno vivere senza ammazzarsi di lavoro e liberi, ma senza dimenticarsi i propri doveri, come invece ha fatto Simone, che "per questo ha fatto la fine che ha fatto".
Una sorta di metafora che predica che con il lavoro, la rettitudine ed i sani princìpi (quindi non con i buoni sentimenti di Rocco, né con la sregolatezza di Simone) si costruirà un'Italia migliore, giusta e libera. Suona la sirena, Ciro torna al lavoro ed il piccolo Luca se ne va.
Da lontano, chiama l'unico fratello che gli è rimasto in casa e si raccomanda con lui: "torna a casa stasera!". Sulle pagine di tutti i giornali, attaccati ai muri, la foto di Rocco impegnato in una serie di combattimenti, prova finale dell'ultimo sacrificio fatto in nome di un'idea di famiglia che si trova improvvisamente fuori luogo.