martedì 11 marzo 2008

YOL - Goren (1982)

Scritto da Yilmaz Guney, regista curdo, dal carcere dove era rinchiuso per omicidio. Girato dall'amico Goren. Montato dallo stesso Guney in Svizzera, dopo essere evaso usufruendo di un permesso. Già questi elementi basterebbero per fare di Yol - vincitore al Festival di Cannes del 1982 – un film affascinante. Se poi ci si aggiunge il racconto spigoloso di storie troppo difficili, il paesaggio quasi sempre ostile (quando non letale), la guerra "a bassa intensità" e la continua discriminazione nei confronti della popolazione curda, la militarizzazione della società turca, lo spietato maschilismo, misto ad un concetto di "onore" che purtroppo anche in Italia conosciamo bene, ed un fanatismo religioso cieco ed ignorante, ecco che il film diventa anche tragico.
Yol è, detto in poche parole, il racconto di alcuni giorni vissuti fuori dal carcere grazie ad un permesso. Giorni in cui, per quanto "liberi", i protagonisti si sentiranno paradossalmente ancora più oppressi che all'interno di un cella.
La storia è quella di cinque detenuti che – dopo tanti anni – cercano di rientrare presso le proprie famiglie (o quello che ne resta), finendo per rimanere inesorabilmente schiacciati dal peso di troppe cose per le quali – sembra dirci Guney – in una società chiusa fra autoritarismo militare e barbari estremismi, chi commette un errore finirà per portarselo appresso (con l'angoscia ed il peso del rimorso) per il resto della sua vita. Non c'è spazio per il perdono in questo film, non c'è spazio per la felicità.
"La tristezza ha innumerevoli tonalità, diverse facce", scrive in apertura lo scrittore-montatore Guney che in "Yol" [La strada], ci mostra senza enfasi, né sconti cosa significa per i curdi vivere in un perenne stato di oppressione culturale, persecuzione politica e repressione fisica. Ci mostra la tragedia di un popolo attraverso la scoperta anche dei suoi lati peggiori, figli di una situazione di miseria materiale e culturale imposta dalle autorità.
Terribilmente attuale, nonostante tutti gli sforzi per legittimare le istituzioni turche, eterne promesse dell'Unione Europea e ultimo baluardo (geografico) prima degli Stati islamici. Un ruolo strategico quello della Turchia, alla ricerca di un difficile equilibrio interno fra "laicità" e "religione" che finisce per ripercuotersi sulle rivendicazioni di autonomia di un popolo scomodo.

venerdì 7 marzo 2008

The Agronomist - Jonathan Demme, 2003

"The Agronomist" è un documentario diretto da Jonathan Demme, presentato alla 60 ° Mostra del cinema di Venezia nella sezione "Nuovi territori". Il documentario e' un omaggio al giornalista, radioreporter e militante dei diritti umani Jean Dominique e racconta la storia della sua lotta contro l'ingiustizia e l'oppressione e la sua crociata per la libertà e la democrazia ad Haiti.In novanta minuti il regista narra 50 anni della battaglia condotta da Dominique tramite la radio da lui fondata, Radio Haiti, una vera e propria voce di libertà in un Paese oppresso dalla dittatura.
I documenti utilizzati sono lunghe interviste che lo stesso Dominique ha rilasciato sia ad Haiti sia durante i due periodi di esilio a New York insieme alla moglie e giornalista nella radio inframmezzati da filmati girati ad Haiti che riprendono la popolazione dell'isola nelle zone rurali e nella capitale Port au Prince.
Il lavoro di Demme ha un forte impatto emotivo dovuto principalmente alla travolgente personalità di Dominique. Nato da una famiglia agiata e cresciuto in clima colto e liberale, Jean diventa un agronomo negli anni '50 studiando anche a Parigi.
Tornato sull'isola, inizia ad istruire i contadini - ai quali resterà legato fino alla fine - su come sfruttare al meglio la terra che lavorano. In una Paese governato da pochi latifondisti, la sua attività non poteva non cozzare con gli interessi di quest'ultimi.
Quando gli capita la possibilità di acquistare un'emittente radiofonica, Jean non perde tempo e trasforma la radio in un vero e proprio strumento di informazione e quindi di libertà.
La direzione e’ chiara: informare.
Niente piu’ dell’informazione rende le donne e gli uomini critici verso la societa’ e l’autorita’ incarnata dalle istituzioni.
Una personalità contraddistinta da un forte senso di indipendenza culturale ("Tu sei haitiano. Non sei francese, non sei inglese, non sei americano" gli ripeteva il padre) si scaglia, sia contro I Duvalier prima padre e poi figlio dittatori di Haiti sia contro gli Stati Uniti, rei di aver da sempre manipolato le sorti politiche di Haiti, tenendola sotto il giogo di un potere violento e repressivo. "Una telefonata" dice Jean "basterebbe una telefonata da parte del Presidente degli Stati Uniti e ad Haiti tornerebbe la democrazia". Emblema di indipendenza intellettuale e politica, non risparmia quei governanti della sua isola che si allontanarono dagli ideali di democrazia e onestà per i quali erano stati eletti.
Questo documentario parte sicuramente da una base sfavillante che e’ il protagonista, sorridente, arrabbiato che con ogni atteggiamento riesce a conquistare e con totale assenza di retorica e di autocommiserazione racconta la battaglia sua e di parte della popolazione per ottenere un vero cambiamento sociale frustarata da troppe sconfitte e tragici avvenimenti.
La radio ora è chiusa e ancora oggi Haiti vive in un clima di violenza e instabilità oltre ad un decenalle anzi secolare stato di emergenza umanitaria.

mercoledì 5 marzo 2008

Un'ora sola ti vorrei - Alina Marazzi, 2002


Memoria, nostalgia, dolcezza.
Non deve essere stato facile per Alina Marazzi, giovane regista esordiente, realizzare un film sulla vita di sua madre Liseli, morta suicida all'età di 33 anni. Cucire, organizzare, selezionare il materiale che avrebbe celebrato, in questa coraggiosa pellicola, la donna che le ha dato la vita, ma di cui non ricorda il volto.


La Marazzi si serve dei filmati registrati dal nonno, a partire dagli anni 20, in cui vengono riprese le vacanze al mare, i pic-nic in montagna, le feste. Ma questi video, in cui la famiglia borghese è sempre rappresentata nei momenti di felicità, stridono fortemente con i diari e le lettere di Liseli (l'altra importante fonte di cui la regista entra in possesso). Che per tutta la durata del film si contrappongono alle immagini sempre sorridenti, ai ritratti di superficie in cui prevale l'ipocrisia borghese "dell'ostentare".
Sono i diari della donna, di cui la figlia legge i passi più significativi, a mostrarci in realtà una persona sofferente, a cui le convenzioni dell'ambiente circostante stanno strette. Liseli fatica a trovare un posto nel mondo, è giudice severissima di se stessa, si rimprovera continuamente di "non essere all'altezza". Contro questo disagio esistenziale nè l'amore profondo del marito Antonio, cui dedica prose appassionate, nè la nascita dei figli, possono nulla.
Dalla casa di cura in cui trascorre l'ultimo periodo della sua vita - documentato nel film dalla lettura delle cartelle cliniche - Liseli mette a fuoco le dolorose incomprensioni con l'austero padre, si ribella alle terapie poco ortodosse cui è sottoposta e soprattutto al principio per cui un uomo possa giudicare un altro uomo, etichettandolo come "malato di mente".



E' inevitabile arrivare alla fine del film con un grande magone dentro e una profonda commozione. Senza mai sfiorare, però, patetismo o sentimenti di angoscia.

Sulle note dell'omonima canzone, "Un'ora sola ti vorrei" lascia gli occhi dello spettatore colmi di lacrime "dolci"...è la nostalgia che pervade dolcemente la vita, è il dolore che è essenziale per accettare le perdite e forse un giorno superarle.

domenica 2 marzo 2008

Il petroliere - P.T.Anderson (2007)

Duro, senza spazio per le diversità e le debolezze, affarista. Questo è il fondamentalismo americano nella sua visione più estrema, proposta da Anderson nel bellissimo "Il petroliere". Un fondamentalismo dove la religione (evangelica-pentecostale) e gli affari si mischiano costantemente, in cui chi è povero, triste o malato lo è per sua colpa (e allora deve pagare il pastore della comunità affinché gli dedichi un sermone), mentre chi è ricco deve comunque pagare il pastore della comunità per purificarsi e guadagnarsi buoni auspici per gli affari.
Anche questa è stata la storia degli Stati Uniti, soprattutto del profondo sud. La storia dei petrolieri, del loro business e della religione pronta a mischiarsi con tutti, per ottenere il suo (sacro) guadagno. Sarà un caso che l'attuale presidente degli U.S.A. è anche petroliere e fervente pentecostale? I Born-Again-Christians basano il loro culto sulla fede nei miracoli e la capacità di "liberazione dal demonio" da parte dei pastori (a pagamento, s'intende..). È una dottrina manichea che separa nettamente fra il Bene ed il Male (ricorda niente?), che teorizza – nei suoi tratti di destra più estremi e razzisti – la distruzione dei miscredenti. Per capire tanto di quello che ancora oggi succede in alcuni Stati degli U.S.A., occorre forse approfondire il discorso iniziato da questo durissimo film.
La spietata corsa – nei primi anni del secolo scorso – all'accaparramento di tutti i terreni utili da sforacchiare per succhiarne petrolio, senza rispetto ed attenzione per niente. Né per la natura, né per i propri familiari, né per gli abitanti, spinti a vendere terreni dai soldi e dalle promesse di un netto miglioramento di vita della propria povera – ma ancora onesta – comunità.
Vischioso com'è, il petrolio – e tutto quello che si porta appresso, religione fanatica compresa – si appiccica addosso a tutti coloro che ne vengono a contatto in questo film e che, prima o poi, finiranno per pagare le conseguenze della propria avidità (anche quando in buona fede).
La religione qui non è che una copertura per gli affari; gli sproloqui su "famiglia", "valori", "patria", "Dio", impallidiscono, tremano e svaniscono davanti alla spietatezza con cui la (sacra) alleanza – soltanto in parte cammuffata da conflitto – fra pastori e capitalisti d'assalto convince tutti, con le buone o con le cattive, a credere che il petrolio sia un miracolo divino e lo sviluppo che ne deriva sia una benedizione per tutti. E non arricchimento sfrenato per pochi, prebende a pagamento e carità compassionevole per gli altri. Ai quali non resta che pregare e pregare nell'attesa di un miracolo, di una manifestazione (economica) di Cristo. Promessa e venduta da qualche santone telepredicatore, negli U.S.A. o (sempre di più) nell'Africa evangelizzata.
Film scomodo, forse anche più di quel che appare; film attuale benchè ambientato più di cent'anni fa. Un Daniel Day Lewis meraviglioso ed un Paul Dano al livello contribuiscono a fare di questo "Il petroliere" un grandissimo film. Dove la storia di una certa America mitizzata (quella del "capitalismo dai sani valori") è lucidamente messa in luce in tutta la sua ipocrisia.
Dove, cadendo assieme a Daniel Day Lewis in quella miniera, morendo schiacciati dalla trivella come un operaio, rimanendo sordi a seguito di un'esplosione assieme al figlio, invecchiando nell'odio, nella solitudine e nell'alcolismo come il petroliere, capiamo – se ancora non l'avessimo fatto – che il progresso, la crescita, l'arricchimento hanno sempre – per tutti – un rovescio della medaglia. Anche se all'inizio a pagare è sempre qualcun altro.

Bilal. Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi - F.Gatti (2007)



Chi sono gli eroi dei giorni nostri? Si chiamano Joseph, Daniel, Amadou, Mohamed, Stephen, Laouan, James. Vengono da Camerun, Nigeria, Mali, Niger, Senegal. È l'esodo tragico e quotidiano di migliaia di giovani africani. È l'abbandono della propria terra per via delle guerre, delle carestie, delle violazioni dei diritti umani, della speranza di un futuro migliore per la propria famiglia. È l'inganno più grande della storia. Perchè quando parti, non puoi più tornare indietro.
Gli eserciti marci e corrotti e i banditi ti spogliano di tutto, ti bastonano, ti umiliano. Allora devi prostituirti o fare lo schiavo per mesi (o anni) prima di ripartire. Così fino alla razzia successiva. Ma non tutti riescono a ricominciare il viaggio e molti restano semplicemente a metà, prigionieri di un luogo – stranded –, mendicanti per un tozzo di pane, ladri per sopravvivenza, alcolizzati o pazzi.
È un'economia malata quella dei paesi interessati dalle rotte dell'emigrazione. Un'economia che si regge sulle misere tasche di questi sventurati (di tanto in tanto alimentate da una colletta improvvisata dal villaggio di provenienza, che permette di continuare a sperare e non tornare indietro "da fallito", oppure da un po' di soldi inviati da un parente "che ce l'ha fatta" e che aspetta in Europa). Un'economia intera che si regge sulle loro braccia, sul loro sudore, sul loro corpo. Migliaia di tasche da svuotare e di corpi di cui impossessarsi, ogni giorno.
E da quando l'Italia ha fatto della Libia (e del suo dittatore, "leader della libertà", secondo un ex-presidente del Consiglio italiano) il suo principale alleato nella lotta all'immigrazione clandestina, il guadagno per le mafie e per questi eserciti (del male) è doppio. Sì, perchè ora i migranti sono depredati anche al "ritorno", dopo essere stati rastrellati in Libia e durante le deportazioni collettive verso i Paesi di provenienza. Che in molti casi si trasformano semplicemente in tragici abbandoni in mezzo al deserto.
L'Europa – e purtroppo l'Italia in particolare – ha responsabilità enormi in tutto questo. E non solo per questi scellerati accordi con Stati che non rispettano i più elementari diritti umani. Ma soprattutto per creare e mantenere al proprio interno le condizioni per cui la manodopera straniera serve clandestina, irregolare, senza diritti, sempre sul filo dell'espulsione. Per poterla ricattare, sfruttare, al limite anche ucciderla senza rischiare più di tanto.
Tutto il sistema italiano sembra proprio finalizzato a questo: dalle grandi gabbie in cui i migranti sono rinchiusi al loro arrivo (dopo mesi e mesi di deserto e violenze e la traversata del Mediterraneo), ai metodi nazisti e corrotti di certe forze dell'ordine italiane che si sfogano subdolamente sui più deboli per proteggere e garantire gli scafisti ed i loro squallidi traffici; dal razzismo spicciolo di un bigliettaio delle ferrovie, figlio dell'ignoranza dilagante di questi nostri tempi, alla caritatevole "accoglienza" di cooperative ed associazioni (spesso di ispirazione religiosa) che si abbeverano come gli altri alla fonte della gestione dei Centri di detenzione per migranti, fino ai campi di raccolta della frutta e delle verdure, veri e propri campi di lavoro schiavistico simili alle piantagioni di caffè o di cotone dell'America di due secoli fa.
Tutto questo accade davvero. E anche piuttosto alla luce del sole. Non è esagerazione, non è propaganda, non è invenzione. Gatti ce lo racconta in questo libro documentatissimo, frutto di diverse inchieste condotte dal 2003 e pubblicate su "L'Espresso". Ma è una mosca bianca. In televisione e sui giornali sentiamo e leggiamo solo le dichiarazioni urticanti dei politici ed il loro schifoso marciare sulle fobie della gente; è un'ipocrisia che legittima e perpetua uno sterminio quotidiano. Che permette ai trafficanti ed ai mafiosi di tutto il mondo di arricchirsi enormemente. Di comprare armi con cui scatenare altre guerre per impossessarsi di ancor più denaro. Generando ulteriori vittime, ulteriori miserie ed ulteriori migrazioni. In questa guerra che si gioca sulla pelle di milioni di persone l'Italia e l'Europa hanno scelto di stare dalla parte dei trafficanti, dei dittatori, degli eserciti che violentano le donne e ammazzano di botte gli uomini dopo averli fatti inginocchiare nudi sulla sabbia del deserto ed averli depredati di tutto. L'Italia sta da questa parte. Gatti-Bilal ci dice questo. Lo dice chiaro e forte, dopo averlo sperimentato sulla propria pelle. Non possiamo più dire di non saperlo.

martedì 26 febbraio 2008

Gli intoccabili - B. de Palma (1987)

Gangster movie ambientato nella Chicago degli anni '20, regno di Al Capone e del proibizionismo. La storia è nota: il mafioso, spietato boss domina il mercato clandestino degli alcolici rifornendo i "quartieri alti" grazie alla protezione della politica e di parte della polizia. Lo fa alla luce del sole, del tutto impunito, nascondendo i suoi enormi introiti dietro una fitta e complessa rete di aziende fantoccio, che fanno interamente capo a lui. Finirà condannato per evasione fiscale.
Gli intoccabili sono un ristretto gruppo (4, di cui 2 poliziotti) di valorosi ed onesti servitori dello stato che accettano di rischiare - e rimetterci - la pelle pur di incastrare il boss.
Film "americano", in cui è esaltata la contrapposizione fra "buoni" e "cattivi", ritagliando un ruolo addirittura mitico per gli eroi senza macchia e senza paura, mosche bianche nella realtà di quella Chicago.
La schematicità dei personaggi e la fissità del loro ruolo è funzionale alla storia, che procede rapida e lineare, fra stereotipi e gesta memorabili che non vogliono permettere allo spettatore di non scegliere da che parte stare. Anche quando a trionfare non è la giustizia, ma la legge del più forte.
Se questo è un "buono" (o ci è presentato come tale), come non parteggiare indiscutibilmente per lui? L'azione non manca, la suspence neppure. Giustamente famosissima la scena finale della stazione e della carrozzina.

venerdì 22 febbraio 2008

MYSTIC RIVER (Eastwood) 2003



Anni dopo la violenza sessuale inflitta da due pedofili a un ragazzino, avviene un'altra, più sanguinosa violenza che coinvolge due dei suoi coetanei di allora e tra intrecci di eventi si scorre tra la giustizia "di stato" e quella "personale".
Vengono affrontate tematiche morali difficili, in cui la sorte del destino individuale viene messa in discussione da situazioni eccezionali.


Ottima l'interpretazione sia dei tre protagonisti che delle loro mogli, allucinate nella sua crudeltà e follia il discorso finale dalla moglie di Jimmy (Sean Penn).

giovedì 21 febbraio 2008

Effetto Notte, Francois Truffaut (1973)



“La lavorazione di un film somiglia al percorso di una diligenza
nel far west: all'inizio spera di fare un bel viaggio,
poi comincia a domandarsi se arriverà mai a destinazione”.
Con questa emblematica frase Francois Truffaut introduce il suo tredicesimo lungometraggio, Effetto Notte. Un film di passione, di grande e incondizionato amore per il cinema.
Dove sono presenti numerose autocitazioni, ma anche richiami a maestri come Rossellini e Bunuel, a cui Truffaut strizza spesso l'occhio.

Nizza è il delizioso scenario di questo prodotto metacinematografico (è un film nel film), in cui il regista Ferrand, interpretato dallo stesso Truffaut, effettua le riprese di “Ti presento Pamela”, una storia d'amore e di vendetta tra una donna, un uomo e il padre di quest'ultimo.
Una serie di imprevisti, però, travolge e sconvolge cast e troupe. Sul set c'è chi si innamora perdutamente, chi soffre per gelosia, chi è terrorizzato dal futuro e chi – addirittura - muore.
Inevitabili le ripercussioni sull'andamento del film: la sceneggiatura viene modificata più e più volte. Diventando imprevedibile, proprio come la vita dei suoi attori.

Eppure passione per il cinema e fragilità umana sono due facce della stessa medaglia – pare suggerirci Truffaut – e il film riesce a giungere a compimento.
I numerosi "ciak" hanno scandito i ritmi di una famiglia, più che di un cast, che con la fine dei lavori è costretta a salutarsi.

"Mi raccomando, silenzio e precisione" è uno dei moniti dello scrupoloso regista, attento ai movimenti, alla scenografia, ai costumi e ad ogni elemento presente sul set.
Truffaut, come un abilissimo direttore d'orchestra di cui riconosce ogni singolo suono e strumento, sfrutta la voce fuori campo per plasmare una materia, la sua materia.


Un film raffinato e piacevolissimo.

sabato 16 febbraio 2008

Memorie d'una ragazza per bene - Simone de Beauvoir (1958)


Prima parte dell'autobiografia in 4 libri di S. de Beauvoir, dalla nascita – avvenuta "il 9 gennaio 1908, alle quattro del mattino, in una stanza dai mobili laccati in bianco che dava sul boulevard Raspail" - all'università Sorbona, dove incontra quello che sarà il compagno della vita: Jean-Paul Sartre. Scorrevole e lucidissimo racconto dell'educazione bigotta e piena di proibizioni - suddivisa rigidamente fra "ciò che sta bene" e "ciò che non sta bene" - e dello scontro con l'ambiente borghese e conservatore dal quale Simone si distacca in maniera crescente, man mano che cresce in lei consapevolezza e voglia di superare i valori tradizionali.


Il personaggio più complesso e problematico è tuttavia quello di Zazà, l'amica che accompagna Simone fin dall'adolescenza e sino alla piena maturità. Dapprima fondamentale punto di riferimento per S., che impara grazie a lei a vedersi in rapporto agli altri, ad aprire gli occhi sulla limitatezza dell'educazione ricevuta, Zazà è una figura lacerante, nel suo continuo sdoppiarsi fra una naturale tensione verso la spigliatezza e la derisione delle morali e delle formalità e la sottomissione ad una madre draconiana.



ANNI: 1908-1930



LUOGHI PRINCIPALI: Parigi – Chateauvillain



PERSONAGGI PRINCIPALI: Simone, i suoi genitori e la sorella, Jacques, Zazà






FRASI:


- la scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un'attività solitaria in cui il pubblico esiste solo come speranza


- naturalmente, non le riconoscevo che "l'uguaglianza nella differenza", il che è un modo di affermare la propria preminenza


- una piccola larva che viveva in fondo allo stagno era preoccupata: una dopo l'altra le sue compagne si perdevano nella notte del firmamento acquatico: sarebbe scomparsa così anche lei? D'un tratto si ritrovò dall'altra parte delle tenebre: aveva le ali, volava, accarezzata dal sole, tra fiori meravigliosi


Certi libri – Dickens, Senza famiglia di Hector Malot – descrivevano esistenze molto dure; trovavo terribile la sorte dei minatori, affondati tutto il giorno nelle buie gallerie, alla mercé di un'esplosione di grisou. Ma mi dissero che i tempi erano cambiati. Gli operai adesso lavoravano molto meno e guadagnavano molto di più e poi, dopo la costituzione dei sindacati, i veri oppressi erano i padroni


- Ubriacati dal loro sapere libresco, ostinati nel loro orgoglio astratto e nelle loro vane pretese all'universalismo, costoro sacrificavano le realtà concrete – paese, razza, casta, famiglia, patria – alle fanfaluche per le quali la Francia e la civiltà stavano agonizzando: i Diritti dell'uomo, il pacifismo, l'internazionalismo,il socialismo


- Appena aprivo bocca, mi scoprivo e di nuovo venivo chiusa in quel mondo in cui ogni cosa ha inequivocabilmente il suo nome, il suo posto, la sua funzione, in cui l'odio e l'amore, il male e il bene sono altrettanto netti quanto il nero e il bianco, dove tutto è classificato, catalogato, conosciuto in anticipo, compreso e irrimediabilmente giudicato, quel mondo fornito di taglienti tenaglie, bagnato d'una luce implacabile, che non è mai sfiorata dall'ombra di un dubbio.

martedì 5 febbraio 2008

Lisbon story - W. Wenders (1995)


È un film di assenze. L'assenza improvvisa delle frontiere, che permette ai cittadini europei di viaggiare senza passaporto e a qualche illuso di sognare un mondo aperto ed uno spazio fluido in cui far transitare e coesistere persone ed idee. L'assenza del suono, evaporato nelle immagini mute di Lisbona e ricercato in ogni dove con un buffo microfono spione. L'assenza di un amore, annusato, atteso, ritrovato e nuovamente perso.
L'assenza di Friedrich, l'amico regista, che invita Phillip, tecnico del suono, a Lisbona per aiutarlo a finire un documentario sulla città e poi non si presenta mai a casa, dove sono alcuni bambini del quartiere a riempire il suo vuoto con telecamere insistenti. L'assenza dell'occhio umano nelle immagini non viste, riprese con una telecamera lasciata dietro alle spalle, per immortalare la città "così com'è e non come la desidero".
Le uniche immagini autentiche, secondo Friedrich, un vero patrimonio da tramandare ai posteri. Pura verità, puro documento. Niente a che vedere con il mercimonio del cinema, ormai molto più mezzo per fare quattrini che arte. A fare da sfondo, una Lisbona meravigliosa, che incanta con i suoi vicoli, i suoi scorci dalle terrazze, i suoi viali in pendenza percorsi dai tram.


È il centenario del cinema e Wenders vuole omaggiare il cinema europeo, contrapposto a quello americano ("Io sono europeo", dice Philip, fin da subito orgoglioso e felice dell'unità europea, inebriato del fatto che nessuno gli chieda il passaporto alla dogana) e la cultura portoghese, accompagnato dalla dolcissima voce della cantante dei Madredeus (che recitano in gruppo), inseguita, cercata dappertutto. Una voce che svetta per bellezza fra i mille suoni della città che Philip si ostina a registrare, nonostante l'apparente inutilità del suo lavoro.
Nonostante l'amico regista non si decida ad uscire dal guscio stretto e scomodo in cui si è ritirato, per via di un cinema dominante che si è fatto solo racconto di storie commerciali e non ha più niente della pura "visione". Equazione troppo semplice e per fortuna mai appesantita, in un film che è anche leggero ed ironico, in cui il solo monologo di Manoel de Oliveira – incentrato sull'inevitabile "menzogna" della memoria cinematografica, sull'impossibilità di intrappolare un momento "così com'è stato" - vale un lungo applauso.

sabato 2 febbraio 2008

Cous Cous - A. Kechiche (2007)


La vita può essere una corsa ostinata, drammatica, disperata. In fin dei conti, se si tiene presente come tutto è cominciato, nemmeno cercata. Ammesso – e non concesso – che una vita diversa si possa cercare, cosa in cui il meraviglioso Slimane (Habib Boufares), anche nei momenti più felici e circondato dall'affetto di tutti quelli – e sono tanti – che gli vogliono bene, tuttavia non sembra mai credere del tutto. Sarà per quell'espressione sempre compassata e un po' dimessa, da chi ne ha già viste (e sopportate..) troppe. L'ultima delle quali pare metterlo davvero Ko: dopo 35 anni di lavoro (di cui buona parte in nero), viene messo subdolamente da parte, in nome di una produttività che, in quanto anziano, non viene più ritenuto in grado di assicurare. Nascosta dietro ad un'imprevista e gravissima crisi che va affrontata col sacrificio di tutti.
La vita è uno scherzo stupido in un cortiletto rettangolare di periferia desolante, un gioco da ragazzi che si trasforma inesorabilmente in tragica angheria. La vita, per un anziano immigrato che, con l'aiuto caotico di tutta la sua famiglia allargata, cerca di ribellarsi ad una vigliacca esclusione dal mercato del lavoro e di ridivenire protagonista della propria vita, è disseminata di ostacoli e di diffidenza, di derisione e continue prove da fornire.
La vita è un esame continuo, una prova di resistenza che può diventare insostenibile. In cui l'ostinazione e la determinazione, in luogo di una ben più docile rassegnazione, possono anche risultar fatali.
Abdellatif Kechiche, come già in "Tutta colpa di Voltaire", ci fa lasciare la sala ancora una volta con l'amaro in bocca, (piacevolmente) privati del lieto fine. E quella corsa di Slimane, fra sbuffi, pause, ripartenze, abbandoni del corpo sulle ginocchia e nuovi scatti diventa all'istante metafora della sua vita, della rincorsa affannata e purtroppo vana verso un po' di giustizia, verso la serenità, verso uno scampolo di meritata soddisfazione personale.
Film lungo, forse anche un po' troppo, a tratti eccessivamente urlato, ma ricchissimo di spunti, di odori, colori e sapori.

giovedì 17 gennaio 2008

Le mani sulla città - F. Rosi (1963)

Avere 45 anni e non sentirli. Rosi – regista "d'inchiesta" per eccellenza – mette in scena un dramma cupo e senza spiragli, ambientato in una Napoli popolare e miserrima. La città è preda delle mire di Eduardo Nottola, un palazzinaro arrogante che fa e disfa edifici (con tragiche conseguenze), decidendo a proprio piacimento, grazie ai suoi agganci politici, il piano regolatore, fino ad ottenere addirittura - non senza aver prima "cambiato casacca", come si confà ad ogni politicante vincente – l'incarico di assessore all'edilizia.
La trama è piuttosto semplice e lo sviluppo del film prevedibile e scontato, nel suo procedere in modo inesorabilmente unidirezionale. Ciò nonostante, "Le mani sulla città" sconvolge. Non solo perchè Rosi ci mostra, senza sconto alcuno, gli inciuci fra potere ed affari privati, la spietatezza di un interesse economico posto al di sopra della legge, o forse meglio ancora per una legge fatta e plasmata ad hoc, per rendere legale – e anzi meritorio! - lo sfruttamento di terreni e soldi della collettività a tutto vantaggio di pochi. A scuotere lo spettatore è piuttosto l'attualità della pellicola.

Forse che l'abbattimento tragico di un edificio, fatto in tutta fretta ed in barba ad ogni elementare norma di sicurezza ("perchè i soldi non sono come una macchina che puoi lasciare in garage. I soldi si devono sempre muovere") e presentato come "disgrazia", non ricorda le quotidiane morti (presentate come "tragici incidenti", "fatalità") di lavoratori spremuti come agrumi per ottenere nel minor tempo possibile profitti massimizzati?
Forse che la corsa al "miglioramento" della città ("Non vorrete, voi comunisti, che questi poveracci vivano per sempre dentro a quelle catapecchie?") non ricorda la sfrenata e folle corsa allo "sviluppo", "all'ammodernamento" alla "crescita" che ancora oggi tappa la bocca ad ogni protesta o tentativo di cambio di rotta, tacciandoli di arretratezza o, peggio, di populismo?
La facilità con cui nel film, sempre in nome del "progresso", un intero quartiere viene coattivamente sgomberato per far posto al nuovo, alla fonte di ricchezza (per tutti, ovviamente), non ricorda forse le espropriazioni di terre che in gran parte del mondo cosiddetto democratico avvengono sulla testa di milioni di persone, con la scusa "dell'interesse generale" e del "miglioramento delle condizioni di vita"?
A uscire malconcia da questa pellicola, a maggior ragione dopo quasi mezzo secolo, sembra proprio essere la "democrazia". La facilità con cui le marionette-votanti sono plasmate, (dis)orientate, comprate con favori o denari, costrette a rivolgersi alla furba carità del miliardario di turno (in certi casi tragici addirittura convincendosi della sua generosità...), finisce per svuotare completamente di significato questa parola.
L'impunità dei potenti, l'intangibilità degli interessi economici e la sacralità dei privilegi vanno a braccetto con l'ipocrisia di una forma di governo che dovrebbe essere "del popolo".
Il film si chiude con questa didascalia: "I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce." Purtroppo, a distanza di 45 anni, essa non sembra ancora voler cambiare.

martedì 15 gennaio 2008

Brucio nel vento


Si può convivere con i fantasmi del proprio passato? Tobias Horvarth cambia nome e lascia il proprio paese natale, ma è custode unico di un segreto troppo pesante. Tratto dal romanzo “Ieri” della scrittrice ungherese Agota Kristoff, “Brucio nel vento” è la storia di un amore impossibile, immaginato, desiderato e poi realmente vissuto. Trasferitosi in Svizzera con la terribile convinzione di avere ucciso la madre, “la ladra, la mendicante, la puttana del paese” e il padre illegittimo, maestro elementare, Tobias fa perdere le tracce di sè. Da 10 anni è operaio presso una fabbrica di semilavorati “dove nessuno riuscirebbe mai assemblare un orologio” e conduce la sua esistenza tra il tormento di un passato inquietante e la solitudine del presente. Né le premure della dolce Jolande, né passione carnale per la bellissima Eve distolgono Tobias dal desiderio dell'unica donna da lui amata, musa ispiratrice delle sue poesie: è Line, la sua sorellastra, figlia di quel padre che Tobias pensa di aver ucciso.
Sullo sfondo il mondo degli immigrati in Svizzera, rappresentato da personaggi un po' anonimi che faticano a integrarsi e che trovano l'unico conforto nel ritrovo serale all'osteria del paese.
Ma un giorno Line va a lavorare nella stessa fabbrica in cui lavora Tobias, sconvolgendone irrimediabilmente l'esistenza.
Molto lontano stilisticamente dalla commedia “Pane e tulipani”, Soldini si cimenta in un lavoro intenso soprattutto nella prima parte del film. Il dramma evoca i temi della tragedia greca (l'amore per la sorellastra, l'omicidio dei genitori) ma l'approccio del regista milanese delude sia nell'analisi psicologica dei personaggi che nel modo di raccontare i fatti. Malgrado il potenziale lirico dell'intreccio narrativo il pathos viene infatti a mano a mano scemando, scadendo irrimediabilmente in un finale forzato e poco credibile. Inevitabile provare un po' di disappunto di fronte al quadretto felice di Tobias e Line con cui si conclude il film.Una bella fotografia e l'affascinante colonna sonora contribuiscono a rendere comunque scorrevole la visione della pellicola.

lunedì 7 gennaio 2008

Lars e una ragazza tutta sua - Gillespie (2007)


Chi l'ha detto che le bambole gonfiabili servano solo per fare sesso?
Lars è un ragazzo taciturno, un po' scontroso e molto, molto solitario. Abita in un garage, ma tutto sommato conduce una vita apparentemente piuttosto normale. Ha un lavoro, è amato dal fratello e dalla cognata (vicini di casa decisamente premurosi), benvoluto da tutta la comunità che abita il piccolo paesino nordico dove si svolge questa storia. Non ha una ragazza, né pare molto interessato alla questione; tanto che c'è chi comincia a pensare che Lars sia omosessuale. Un giorno, però, ecco la bella sorpresa. Lars annuncia al fratello e a sua moglie che ha conosciuto una ragazza su internet (d'altronde è molto timido) e, quella sera stessa, la presenterà loro. La ragazza – Bianca – è in realtà una bambola. Le successive, primissime reazioni sono spassosissime e si ride davvero di gusto. Tuttavia Lars fa sul serio e non ha nessuna intenzione di tornare alla realtà: del tutto naturalmente, parla e risponde alla bambola, la veste, la porta alle feste, la "umanizza", con la compiacenza – certo non facile – dei compaesani che, per il suo bene, decidono di assecondarlo. Quella che potrebbe rimanere solo la storia (peraltro piuttosto inverosimile) di uno svitato e dei suoi buoni amici che ne capiscono e tollerano la follia diventa invece un racconto molto più profondo quando, grazie soprattutto alla dottoressa del paese, riesce ad emergere l'abisso di solitudine, complessi e forse sensi di colpa in cui Lars era sprofondato. La bambola per lui è dunque non semplice sintomo di pazzia, ma modo per cominciare a comunicare, per esternare e sfogare per la prima volta la propria malinconia e l'incapacità di comunicarla e di sentirsi amato (Lars anzi prova addirittura repulsione e dolore davanti ad ogni minimo contatto fisico con altri esseri umani).
È grazie alla bambola Bianca (e in qualche modo al suo effetto specchio) che Lars riuscirà a liberarsi dei suoi fantasmi e a rendersi conto dell'amore che lo circonda e che finisce per riversarsi anche sulla sua nuova – per quanto "straordinaria" - fidanzata. Una volta capito questo, una volta sentitosi compreso, incluso, sarà lo stesso Lars a decidere la fine (per "cause naturali") di Bianca e, con essa, un nuovo inizio per lui.

giovedì 3 gennaio 2008

Caramel - N. Labaki (2007)

Piccola finestra affacciata sul non semplice mondo femminile. Le protagoniste di questo film (quasi mono-genere) sono quattro donne che lavorano in un centro di bellezza di Beirut, le anziane vicine del negozio di sartoria e le travagliate storie personali di tutte. È Beirut, Libano, ma – almeno all'inizio – potrebbe essere Milano, New York, Parigi per la non eccessiva originalità delle situazioni proposte dalla sceneggiatura che pare, nei suoi primi spunti, essere tratta da qualche banale telefilm sul genere femminile. Si va dall'amore frustrato per un uomo sposato (che fa fare pazzie e chiudere gli occhi davanti a chi invece è veramente innamorato) alla rinuncia ad una tardiva – e probabilmente ultima – avventura amorosa in nome di un tenero amore per la sorella (a sua volta "pazza d'amore"), fino al rifiuto dell'invecchiamento fisico e dei suoi inevitabili ed indelebili – nonostante tutti i trucchi inventati dall'uomo - segni sul corpo. Il film, pur con tutti questi limiti, è gradevole e a tratti commovente. A convincere sono soprattutto il pudore e la delicatezza con cui sono rappresentate situazioni complicate che, invece, avrebbero potuto dare luogo (e in certi film, soprattutto italiani degli ultimi anni, certamente l'avrebbero fatto!) a sceneggiate isteriche, con urla, minacce, attori sopra le righe.
In Caramel, invece, non succede niente di tutto questo. Anzi, le disgrazie personali (comprese quelle derivanti da certi retaggi socio-culturali con cui le protagoniste continuamente si scontrano – come la imprescindibile verginità della sposa o il rifiuto dell'omosessualità, soprattutto se femminile) sono affrontati col sorriso sulle labbra, sempre sdrammatizzante, in un clima di generale comprensione e tenerezza nei confronti delle debolezze, ma anche semplicemente dell'irriducibile e naturalissima diversità dei singoli. Brevissimo, ma emblematico a questo proposito, il dialogo fra la madre e la figlia promessa sposa, con la prima che cerca di spiegare alla seconda l'importanza di questa sua "prima notte" e la seconda che, ben lungi dal negare alla madre la possibilità ed il diritto di recitare questo ruolo, tiene per sé scomode verità. Bellissimo ed evocativo l'ultimo "taglio di capelli". Con la pazienza e la caparbietà dei forti (certo non con violente "esportazioni" di ideologie, princìpi e stili di vita o di governo) gli ostacoli ad una vita serena, pacifica e rispettosa degli altri, anche in un paese diviso e martoriato come il Libano attuale, possono essere superati, pur fra mille difficoltà.